Dalla postfazione di Luciano Mazziotta
Gadda lo chiamava “male oscuro”, quel male che ci si porta dentro “per tutto il fulgorato scoscendere d’una vita” e di cui le scienze continuano a ignorare le cause. Berto avrebbe utilizzato questo sintagma per intitolare il suo capolavoro di indagine sulla propria psiconevrosi. Di Ruscio, d’altra parte, non lo avrebbe neppure aggettivato. Per lui “Non era un male misterioso che ci perseguitava/era semplicemente il male”. Nell’interstizio tra questi mondi forse incomunicabili, tra Gadda, Berto e Di Ruscio, si potrebbe collocare questa raccolta di Sergio Rotino [...]. È un altro il soggetto cui dà voce l’autore, ma è un altro vicino a sé, un «marchio-ferita/padre/quel che vi pare». È l’alterità che definisce la psiche, la scrittura, il dolore dell’io lirico, per quanto questo io si nasconda nel libro, inganni e talvolta si sotterri. Perché questo di certo non è un libro lirico, ma è un libro in cui l’io – nascosto – segue e registra, come un’ombra o molto più precisamente come un figlio accanto al degente in una corsia d’ospedale, il decorso del suo soggetto. L’io è regista e obiettivo della telecamera: sappiamo che c’è, ma fingiamo che non esista, come se il suo occhio venisse a coincidere con il nostro. Per questo motivo Sergio Rotino sembra che ci orienti lo sguardo, lo sposti a concentrarsi su un evento “quotidiano”, il trapasso dalla vita alla morte, ovvero il momento stesso in cui la vita inizia a essere più vita, il momento in cui è più chiaro che si inizia a morire. Quando si può cominciare a dire: la morte esiste anche durante la vita. Tuttavia, Fine della biologia non è un diario: «niente diario», scrive l’autore. È, molto più probabilmente, un registro ufficiale, una pandetta, come suggerisce non solo la poesia liminare ma la stessa organizzazione del testo in orientamento orizzontale rispetto al foglio A4. Lo si sfoglia come un registro, in effetti, Fine della biologia, come una cartella clinica. [...] D’altra parte Fine della biologia non possiede l’assertività né la certezza di una cartella clinica. È, al contrario, come deve essere un libro di poesie, fatto di dubbi, tentennamenti, incertezze. La sua penna è “cauta”, “abbandonata”, la sua eloquenza è “quotidiana”. La registrazione del dato viene costantemente affiancata a dei corsivi che qui appaiono come cut-up di monologhi interiori, commenti, riflessioni di una voce di chi non si sa più chi sia: o il lui nel «transito terminale», o colui che assiste, o ancora voci esterne, lontane nei vari padiglioni. [...] Osservazione, osservatore e osservato si confondono perché legati o, comunque, posti in relazione da un legame affettivo, quello che si instaura tra padre e figlio. Rotino non indugia in sentimentalismi da questo punto di vista, e neppure enfatizza il legame in modo ironico. Lui registra e nel registrare giudica l’essenza stessa del legame affettivo. [...] La struttura dell’opera risente della trattazione, ovviamente, come ci si aspetta da un testo letterario facente parte della tradizione italiana. Struttura e contenuto, macrostruttura e struttura del singolo testo mostrano una certa coerenza: le sezioni sono infatti disposte, oserei dire, in ordine di sparizione, in un decrescendo quantitativo, cui, corrisponde, d’altro canto, un crescendo filosofico. Se la prima parola con la quale si apre la pandetta, è per l’appunto “aprire”, l’ultima è “morire”. Se la prima sezione è la più corposa, la seconda è costituita da cinque testi, la terza di tre soli testi. La struttura segue il ritmo della “scadenza” di una vita, dall’apertura-frattura alla dispersione, come del resto richiama il titolo della terza e ultima sezione, Pandettina dei dispersi. Si passa, così, da una pandetta a un dopo, a una pandettina. Tutto si sta riducendo e ne resta, dunque, un’opera specchio, dove, come ci dice l’autore, «ognuno di sé riconosce il suo proprio male».
Da Fine della biologia (Vita Activa Nuova 2025)
a black box
chi ti riposa parallelo al fianco
in quella posizione che vuota dovrebbe stare
sarà l’ammanco dell’erede
così leggero da non intaccare l’imperfetta piega delle lenzuola
oltre il bianco tubicino addominale
da cui si inizia a svuotare il principio della terra
credendo ancora quanto basta al ferro della ragione
mentre tutta intera la sua massa prende forma e
tracima da guerra in distruzione
*
parla con le figure dei ragazzi oramai morti che per lui solo affollano la stanza chiedendogli cose e per
chi le cose accadano seminando attorno i loro concetti pieni del disonore più corretto ché morire così
fuori dal proprio letto dice a uno non è mai bello né mai virile però aggiunge sta nell’ordine
delle cose sempre naturale terribilmente umano e qui cade il silenzio gli si spegne la voce o
vorrebbe
farlo
*
post
adesso siamo qui la mappa aperta spianata sul tavolo della sera
che ripete noi
siamo qui insicuri sopra la goccia di colore rosso
la vediamo restare ferma nella sua concretezza di goccia contemplando il percorso fatto
l’avvicinamento
alla verità al tempo con cui teniamo fermo questo tavolo nei dopo cena televisore acceso per
niente
e soppesiamo quanto altro ce ne resta
*
perché vista la cosa dall’interno non è facile pensarlo in altro modo quest’ospite che appare
inaspettato per quanto con regolare invito e poi si attarda
affamato sul pasto quotidiano a lui spettante dice sullo scorrere della vita presa in pegno
senza desiderio senza voler lasciare un segno che sia degno elemento di quanta fatica costi
conquistarla infinitesima parte
di qualche altro ordito signore sfinito del ricordo del sangue nostro colato sulle pagine con fatica
esponenziale infine sigillo di un generico obbligo terminale
marchio-ferita
padre
quel che vi pare
*
una vita di rose
mendicate
di spine nella carne
conficcate
pur di sentirsi
vivo pur di sapersi
amato e questo è il risultato
niente rose
anche nel rovo peggio intricato
mai più niente voce
né fiato
l’inferno per le rose bruciate
le spine
anch’esse andate
*
rimane fuori la dentiera anche se lì non gli servirà a nulla non ti senti tranquillo incartando il
falso osso del pasto la culla
quello che è stato il posto di uno fra i tanti divenire della storia familiare segno dei canini suoi
piantati per troppo amore
nel cavo della tua gola
*
cose che disse mio padre
I
quello che bastava basterà o dovrà a forza
bastare per non vergognarsi come un cane
della propria povertà
II
di quello che ci si porta dietro siano sterpi o terraglie non farne
parola impara a tacere fai massa sii pronto a fuggire inutile
tentare la sorte aprendo le porte all’orgoglio continua a chinarti zittire fai
piccolo il passo risparmia comprendi l’affanno il dolore
inizia a soffrire
III
le cose non tue non rendono né danno frutto lasciale perciò
sull’albero a morire che marciscano tutte o da sole
comprendano fatica e affanno la tosse canina la logica
stringente del deperire a ogni istante un poco di più
il malanno vincente
*
Sergio Rotino vive e lavora a Bologna dividendosi fra editoria, radiofonia, docenza in corsi di scrittura e di formazione, organizzazione di eventi culturali e notti da educatore in centri minorili. Negli anni ha curato varie antologie narrative e di poesia. Altre sue curatele riguardano Il segno meno, Marco Giove nale (Manni editori, 2003) e Le vetrate di Saint Denis (Manni editori, 2004), Raymond André. Nel 2009 pubblica il romanzo Un modo per uscirne (Abra mo editore), del 2011 è Loro (Dot.com press), prima silloge poetica, cui seguono la plaquette Altra cosa da inventare (Isola, 2013), poi Cantu maru (Edizioni Kurumuny, 2017) e Narrazioni (Seri editore, 2022). Organizzatore culturale, ha realizzato su Bologna la rassegna “Paesaggi di poesia” (2010-2020) e la giornata di reading sulle scritture di ricerca “Riassunto di ottobre” (2016-2017). Dal 2022 realizza con Lorenzo Mari e Luciano Mazziotta “Dialoghi”, una due giorni di colloqui sulla poesia. Giornalista senza tesserino per sua scelta, ha collaborato con le pagine culturali di varie testate, fra cui i quotidiani “Il domani di Bologna”, “L’informazione”, “Corriere del Mezzo
giorno-Corsera”, “Liberazione” e il mensile “Stilos”. Ha prestato la sua voce alla redazione culturale di Radio città del capo, emittente bolognese (Popolare network) per cui ha ideato “Il ragazzo dai capelli verdi”, trasmissione di letteratura per ragazzi ora sulla web radio Radio oltre.
(A cura di Silvia Rosa)


