Il punto in cui si perdono le voci | Gianluca Mantoani

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Dalla prefazione di Patrizia Camedda

Ci sono luoghi che non esistono sulle mappe, ma che tutti attraversiamo. Spazi marginali, fenditure nel tempo, periferie dell’anima. Il punto in cui si perdono le voci non è solo un titolo: è una soglia. Un varco in cui il linguaggio a tratti si frantuma, si ricompone in
sequenza immaginale, inattesa, e resta solo il battito di un’esistenza che cerca di farsi sentire comunque, ostinatamente, nella crepa. I testi di questa raccolta si muovono dentro quel vuoto, in bilico tra l’urgenza di dire e forse l’impossibilità di essere ascoltati: «si schiude/ un tempo differente, di torrenziali/ parole». Sono poesie che non cercano consolazione, ma una forma di verità ruvida, vissuta. Ogni verso è un gesto di sopravvivenza. Ogni immagine – un lampo in un paesaggio onirico, una sigaretta accesa nella nebbia, un campo da gioco consumato dal silenzio – apre una fenditura in cui entra luce. Il punto in cui si perdono le voci è anche il punto in cui qualcosa può iniziare. Perché proprio lì, dove le parole non bastano più, la poesia scava. E trova. Trova i resti, i nervi scoperti, i rumori di fondo, il valico. Trova un modo per dire l’indicibile: «Il tempo è questo sguardo senza luce/ prima del sogno». In questi testi si riconosce una poetica della resistenza: umana, essenziale. Una scrittura che non decora, ma denuda. Che non afferra il mondo con le mani, ma lo ascolta cadere. O forse restare. In silenzio. In attesa. Questa raccolta è per chi ha attraversato quel punto. Per chi ha perso la voce, o l’ha ritrovata proprio nel perderla. [...] In questi testi si affacciano figure di “invisibili”: migranti, anziani, bambini, jinn, antenati, madonne orientali, spiriti guida, voci residuali che nessuna modernità riesce del tutto a cancellare. Sono presenze che interrogano il nostro concetto di salute e di follia, di identità e di appartenenza: «Ogni transito per queste montagne/ è comunque il passo di un antenato». Nelle loro voci si incarna una domanda antica: chi ha diritto di esistere, chi ha diritto di essere visto, chi può ancora essere ascoltato? La poesia diventa allora uno spazio liminale, dove si può sostare, ascoltare, nominare senza classificare, accogliere senza dominare. È una forma di cura che non guarisce ma riconosce, che non normalizza ma dà forma al perturbante, al sacro, al marginale. [...] Per questo leggere Il punto in cui si perdono le voci non è un esercizio letterario, ma un atto trasformativo. Richiede di lasciarsi toccare dai fantasmi, di camminare con i piedi dei migranti, di ascoltare l’invisibile. E forse, anche solo per un attimo, di imparare a vedere da lì.

Da Il punto in cui si perdono le voci (La Vita Felice 2025)

Un lungo minuto

Della madre servirebbe memoria
strade ignote, il lavoro, innamorata
la patente, la nuca, bimba sfollata.

C’è stato, di sera, un lungo minuto
deflagrante di braccia strette, labbra
dure, terapia, forza ringhiata

assente. Richiami, fantasmi, dèmoni
bambini assiepati sui vetri. E invece
del sorriso mostrava una ferita

ostile.

Essere visto

Dirò che dalla scorza delle querce
(anche le più giovani)

creature eteromorfe ci osservano
camminare

non so dire se scettiche o magari
indifferenti.
È del tutto naturale, forzandosi
a non guardare

sentire (finalmente) di potere
essere visto.

Spiriti antenati

Nel mio cielo non abita un dio

però
celati dalle nuvole, a famiglie
vedo nuvole di spiriti antenati

partigiane, contadini, operaie
fra i dèmoni caprini dell’aia

e ancora, per la gioia del cuore
meravigliose ninfe prative.

Invisibile

Come invisibile è la voce
lo spirito, il segnale criptato

com’è invisibile, nascosto
il clandestino, il feto nell’utero

come cintato è il giardino.
Come invisibile è il matto
posseduto

l’ombra portata, come si porta
un vestito.

Ospite

Importante è dare all’ospite
il suo nome vero
lasciare che cresca, qui, fra noi
nel modo migliore
capire chi sia davvero.

Studiarne la curva
del labbro, i gesti, rivelare
se siamo noi soli
a vederlo oppure altri, attorno
lo riconoscono.

Forse, qui, gli basta una cena
forse ci richiede
intera, invece, questa vita.
Bisogna sapere
se ama il profumo della pioggia

se vuole fermarsi
cosa domanda, per restare
crescere qui, con noi
tardare qualche tempo, ancora
questo suo viaggio.

Oneiroi

A volte viene una voce senza nome.
scende, per brevi esortazioni, commenti

frasi disciolte nelle vene del legno
trovano una luce ampia, in forma di bestia

là, dove dormendo, a tratti sorridiamo
ma, se ascoltiamo, tace la luce e resta

della voce solo silenzio, assieme orto
e foresta.

*

Gianluca Mantoani torinese, è laureato in lettere moderne, ha seguito (senza completarlo) un dottorato in Antropologia Culturale ed Etnologia, è responsabile dei Servizi Demografici di un comune della cintura torinese ed è cultore della Materia in Antropologia Culturale. Prima ancora ha lavorato come animatore culturale, operaio agricolo, garzone di macellaio e in vari ruoli, per oltre venti anni, negli ipermercati. A parte il lavoro, ha contribuito a fondare e guidare due associazioni di promozione sociale: il Comitato Genitori Trofarello nel 2011 e il Movimento dei Cerini nel 2022, per il quale ha ideato e sviluppato: “LIB(e)RIAMO! un “punto per il libero scambio di libri e idee” inaugurato ad aprile 2024. Attualmente è membro dell’associazione Periferia Letteraria, con cui ha partecipato all’organizzazione del primo “Torino Poesia Festival: Fiumi di Poesia” a maggio 2025. Ha iniziato a pubblicare i propri testi in Scambio di pensieri poetici, 1990, a cura del Teatro Erba di Torino e nella prima edizione di Opere d’Inchiostro, 1991, a cura dell’Osservatorio Poetico Giovanile della Città di Torino. Nel 2023 è 1° classificato al Premio Internazionale Giovanni Bertacchi – per la sezione a tema “La Libertà”. Il punto in cui si perdono le voci è la sua prima silloge di poesie.

(A cura di Silvia Rosa)