L’agonia dei fiori | Anita Napolitano

copertina-napolitano

Dalla prefazione di Donatella Giancaspero

Hanno i colori forti e drammatici di una tavolozza espressionista i fiori di poesia che Anita Napolitano ci porge con questa silloge, il cui titolo, L’Agonia dei fiori … tra luce e ombra, già ne rivela il doloroso contenuto. È, infatti, la realtà nei suoi aspetti più duri, di ingiustizia sociale, di emarginazione e sopraffazione, di sofferenza estrema, ovvero di agonia e morte, non solo fisica, quella a cui la nostra autrice guarda con il cuore afflitto, ma indignato al tempo stesso. E, contro questa realtà, Anita scaglia l’arma della sua poetica, impietosa nella denuncia e abilmente affilata attraverso lo strumento forte della parola, come se con essa sola potesse difendere e riscattare quella moltitudine dannata di emarginati, quei fiori degradati, cresciuti negli anfratti delle nostre asfissiate metropoli, quegli umili, umiliati da uno status quo di violenza. Sono le prostitute adolescenti, come Madalina, i senzatetto come Cécile, i drogati come Viola, gli immigrati come Lucinda, le ragazze violate come Jasira, vittime di padri e madri scellerate, o colpite dalla follia omicida come Elisa Claps. È una realtà che genera dolore, angoscia, in chi, come Anita, non può distogliere da essa lo sguardo, in chi non può ignorare l’esistenza di un mondo immondo,/dove cresce solo gramigna, un mondo responsabile del Male di vivere. E, non a caso, la nostra autrice ha intitolato una sezione della silloge I Fiori del Male, richiamandosi a quei “fleurs maladives” del poeta maledetto per eccellenza, Charles Baudelaire [...]. È pur vero che, in Anita Napolitano, gli elementi del reale non hanno nulla di metaforico, come invece nel poeta francese. Privi di qualunque simbolismo, essi imprimono sulla pagina la tangibile concretezza del Male storico, quale emerge dal vivere quotidiano, o dai fatti ri portati in cronaca nera. E, tornando a Baudelaire, se un sentimento accomuna l’eccelso poeta alla Nostra, esso risiede nella volontà di partire dal basso, per fare poesia. Separati da un secolo e mezzo di storia, con diversi intenti poetici e approdando a differenti risultati estetici, entrambi attingono da una medesima realtà degradata, per dare voce al canto; quel canto che, in Anita Napolitano, è “canto di ribellione”, come scrive Cinzia Marulli Ramadori, in una nota a lei dedicata. [...]

Da L’Agonia dei fiori … tra luce e ombra (Self-publish)

MADALINA LA FATA BAMBINA

E nulla resta a notte fonda del pallido meriggio.
Sotto le flebili luci dei lampioni
I cocci aguzzi di bottiglia riflettono,
Lungo i marciapiedi della metropoli,
disposte in fila, le fate ignorate.
Nella città dormiente, solo il rumore
dei tacchi a spillo e il carro della sorte.
Madalina è la lucciola più bella: ha le unghie laccate
di rosso vermiglio, gli occhi dal colore cangiante
si perdono nel vuoto. La polvere della città
ha sepolto i suoi sogni. O passante, tu che compri amore
all’angolo della strada, Madalina ha soltanto sedici anni
e il colore cangiante degli occhi di tua figlia.

MADRE

Beatrice in prigione rivolgendosi alla madre
Madre, madre, madre, quando mi chiederanno
quale sarà il mio ultimo desiderio,
non mi comporterò come il figlio che,
dopo anni di prigione, chiese di rivedere
la propria madre per affetto
e poi le strappò a morsi l’orecchio.
Tu hai strappato a morsi la mia vita,
facendo di me la moglie di mio padre
– l’uomo a cui ti giurasti –, facendo di me
la madre di tuo figlio, a me fratello,
la madre dei miei nipoti, nipoti tuoi e figli di tuo figlio.
Faro di questa terra d’inferno, lupo famelico
travestito da candido agnello, non ti condannerò,
non ti trascinerò, con le vesti zuppe del mio sangue,
al patibolo: tu hai già decapitata te stessa
e hai decapitata me, nel giorno in cui mi proclamasti
custode del fuoco domestico.
– avevo poco più di sedici anni…
Scatenatevi lave di tutti i vulcani
il mio destino è innaturale! Madre,
non sei meglio di Medea o di Gertrude.
Scoperchierò la tomba di mio padre
e la sola cosa che mai vi perdonerò
sarà l’avermi generata.

LUCINDA

Venature gialle nelle pupille velate di tristezza,
capelli fulvi a lambire la fronte, pelle d’ambra,
labbra carnose, una dentatura perfetta
bianca come la cima innevata.
Lucinda parla una lingua che non conosco;
i suoi begl’occhi di cristallo si specchiano nei miei,
i tratti del volto raccontano la sua terra lontana,
i canti di ribellione, le tradizioni, i riti d’iniziazione…
Malinconica – negli occhi cangianti
è il riflesso dolente della sua cupa storia –,
Lucinda pensa al tramonto rosseggiante,
ai falò sulle argentee spiagge…
Per tre quarti il cuore è in quel forziere,
è rimasto lì, a palpitare.
In Italia s’è integrata, come erba rampicante s’è ancorata,
– a servizio dalla vecchia signora ingioiellata –.
Ma Lucinda ama la sua terra: e ancora
ne vorrebbe sentire l’odore;
la sua radice è lì che affonda e il cuore più non si dà pace.
Vieni, accosta il tuo ginocchio al mio,
guarda quel raggio appena spuntato
fa sentire ricchi della vita che manca.
Lucinda, m’immergo nel mare dei tuoi occhi
e ne respiro la salsedine.

*

Anita Napolitano è nata a Roma, città in cui vive e lavora. Si è laureata in Scienze umanistiche all’Università La Sapienza di Roma con una tesi di antropologia sociale dal titolo “Il rito, il teatro, lo spettacolo”. Nel 2003 ha frequentato alla Sapienza il laboratorio del Prof. e Psichiatra Ferruccio Di Cori, “Teatro spontaneo delle emozioni”. Nel 2004 ha partecipato, in ambito universitario, al laboratorio di teatro e psichiatria a cura del Prof. Michele Cavallo collaborando alla messa in scena di un classico rivisitato sul tema della follia.
Il laboratorio teatrale si è svolto principalmente dentro una struttura psichiatrica a stretto contatto con la quotidianità dei pazienti, incontrando il loro modo di essere attraverso il training teatrale condiviso. Nel 2007 debutta come attrice al Teatro Accademia Indipendente con lo spettacolo dal titolo “Casa di Bambola” di Herik Ibsen per la regia di Rosanna Malfarà nel ruolo della Sig. Linde.
Sempre nel 2007 frequenta il laboratorio di scrittura creativa a cura del Prof. Annio Stasi e della Prof.ssa Mary Tortolini (i quali propongono una ricerca didattica originale, una metodologia innovativa sul rapporto tra immagini e scrittura utile per riflettere sui processi di formazione del linguaggio) e partecipa come interprete allo spettacolo “Volti nel Tempo” messo in scena presso il Teatro Ateneo della Sapienza. Ha pubblicato due libri di poesia: Il Trionfo di Galatea (Edizioni Progetto Cultura), Fuorvianti Parvenze (Ed. Estro-Verso – collana Equi-libri) e la raccolta dal titolo L’agonia dei fiori (produzione privata). Ha scritto vari testi teatrali tra i quali ricordiamo: Il monologo “Beatrice Cenci” – la notte prima di essere decapitata, già rappresentato nella prestigiosa cornice di Castel Sant’Angelo dall’attrice Valeria Zazzaretta e “Il sano delirio di Don Chisciotte della Mancia”, opera teatrale rappresentata al teatro Anfitrione di Roma. Ha vinto numerosi premi letterari, da ultimo ricordiamo il primo premio “Giacomo Leopardi”. Organizzatrice e coordinatrice di eventi culturali nella capitale e dal 2015 al Teatro Marcello coordina e organizza eventi poetici nell’ambito della rassegna del Festival Musicale delle Nazioni con Angelo Filippo Iannoni Sebastianini.

(A cura di Silvia Rosa)