Lei è – e non è – mia madre”
Antonella Anedda
La ferita-madre
tritare ossame
tendere i legamenti
scendere alle gole
per arrivare al frutto
doloroso centro della radice
al torsolo della prima mela
con dita aggrappate
ai bordi dei polmoni
aprire la ferita-madre
sezionarne il cuore vivo
e con fili di parole buone
rammendare gli orli slabbrati
Elettricità
la tua assenza è
in quel buio
a intermittenza
della lampadina in cucina,
nel braccio meccanico
del cancello che s’inceppa,
nella bolletta non-saldata
mentre un altro tubo gocciola
la lacrima non si stacca
dall’incavo dell’occhio, –dice: la misura è colma,
ne riempie la bordatura
e si ritrae
(batto sillabe arrugginite
a scadenza settimanale,
un incastro di pronomi
filtra il tuo ricordo)
Anima II
in una fotografia sdoppiata ho pensato
alla tua anima come a un processo di sovraesposizione
quel doppione sfocato che si scolla
dal corpo, lo smargina e lo osserva a debita distanza
ho pensato di prendere il collodio
umido immergere una lastra d’argento
e attendere il lavoro di svelatura della chimica
Bollette
dal tabaccaio torno per
un altro bollettino da pagare
questa tua assenza sepolta
tra i contratti che non si staccano
dal tuo nome. Il tuo nome che
mi rimane tra le dita
impastigliato in gola
il tuo nome sulle volture
stampato il tuo nome
sulle raccomandate
il tuo ricordo certificato
scartavetro il mio sentire
lo sterilizzo lo ripongo
in cartelline di plastica
per sopportare ancora
tra le mani il tuo nome
mi hai lasciato sottopelle
una falce alfanumerica
che mi rade i fiori
mi hai lasciato sotto pile
di conti-aperti
mi hai lasciato con una
madre-bambina che
mi mangia il cuore
Osservatorio
nel sogno
mi vedo laggiù,
pupazzo senza
occhio anzi no-
un cartonato
bidimensionale
forma appiattita
dentro un curvo
cono corvino
respirato
da branchie rosse
mi sento, così, incolore
bianco albume informe
svuotato del suo tuorlo
che fluttua senza più
l’ombra sua stampata
su solido
nella caduta ho perso
il mio peso e
la mia dimensione
nella caduta ho perso
il tempo e le sue divisioni
nella caduta prima era tutto
più pesante, poi tutto più
leggero
quando si fluttua si rotola
senza più attrito atmosferico
e la notte gira attorno al giorno
senza più il battito delle ore
sul polso:
si sta nell’aria sbracciati
e aperti come nell’acqua
Ripetizioni
spetalare come il fiore del ciliegio a fine marzo e, punte da
spilli di sole, trasformarsi in foglie
che muovono il vento a cantare ritornelli d’aria alle stelle,
predisporre il corpo alla caduta, al secco accartocciarsi al
muschio-ventre. Sostare nella terra di novembre, farsi il
centro di un cerchio di polvere, con pazienza— poi, ripetere
*
Sarah Stefanutti (Firenze, 1983) è poeta, dottoressa di ricerca in filosofia politica (Ph.D alla KU Leuven, Belgio e M.Phil presso l’Università di Oxford) e artista visiva. Risiede tra Firenze e Berlino. Sarah è autrice di tre raccolte di poesia: Parole attraverso l’Europa (Albatros 2010, Premio Jacques Prévert), un’indagine sulla memoria e la costruzione di identità transnazionali, Confini (Ladolfi 2018, Premio Mario Luzi, Premio Firenze) sul tema della migrazione e del Mediterraneo e Il bosco e una campana (Pequod, 2024), un viaggio attraverso gli elementi naturali in cui esplora l’idea di interconnessione tra le specie. Il suo lavoro poetico è apparso in diverse riviste, tra cui Atelier, Poetarum Silva, Fili d’Aquilone e L’Immaginazione (Manni Editori), festival letterari internazionali e gallerie d’arte. Co-fondatrice del collettivo Tre Poete, Sarah ha lavorato con le poete Cinzia Colazzo e Yael Merlini, ai progetti Versi nomadi (Poesie Festival Berlin, Haus für Poesie Berlin, 2025), sul tema dell’identità transnazionale e del plurilinguismo, e Cronache di estinzione (Versopolis 2025), sulla poesia ecologica.
(A cura di Silvia Rosa)


