Nota di lettura di Maria Luisa Vezzali
«Sebbene in molti oggetti naturali la bianchezza accresca raffinatamente la bellezza, quasi le impartisse una sua speciale virtù, come nei marmi, nelle camelie e nelle perle, […] pure, malgrado tutte queste accumulate associazioni con tutto ciò che è dolce e venerabile e sublime, sempre cova nell’intima idea di questo colore qualcosa di elusivo che incute più panico all’anima di quel rosso che atterrisce nel sangue»: così scrive Herman Melville, in quello stordente esercizio di meditazione metafisica che è il capitolo 42 di Moby Dick e che costituisce il fondamento ontologico del sentimento di attrazione/repulsione per il colore bianco, in quanto concrezione visibile di come, nel tutto, il singolare non possa che inabissarsi e annichilirsi. E il tutto non è attingibile alla trascrizione. Per questo il taccuino: strumento per definizione provvisorio, aperto, non concluso, destinato all’accumulo famelico di quanto disponibile alla presa e alla seduzione del fallimento. Come la mappa rimasta naturalmente incompiuta di Warburg.
In fondo Francesca Marica con il suo Taccuino Bianco (finalista al Premio Montano 2024 e uscito per la collezione Nuova Limina di Anterem Edizioni nel 2025) compie un’operazione affine all’Atlante Mnemosyne dello storico dell’arte tedesco, un libro che non esiste e che attrae, che ossessiona e orienta, che fa dell’hybris di voler rintracciare tutte le riemersioni dell’Antico lungo ogni possibile vettore spazio-temporale un esercizio di santità e rigore scientifico. Marica lo fa con la parola invece che con l’immagine. Anzi con la parola gravida della nostalgia dell’immagine. Non c’è da stupirsi, quindi, se nella nota autografa compare la dichiarazione «i testi presenti sono la trascrizione fedele di alcuni sogni […], è la dimensione onirica a dettare e rivelare ciò che razionalmente sfugge a ogni interpretazione e ricognizione» (p. 97). Perché il sogno obbedisce a condizioni di figurabilità e il rapporto del visivo con l’inconscio è essenziale. La pòlis dell’umano è la parola («Aristotele dimentica qualcosa. Dimentica la parola; l’uomo a differenza degli animali la possiede. Cosa sarebbe l’uomo senza la parola?», p. 54), ma gli edifici poggiano su ciò che sta sotto, ciò che è sepolto prima o poi sommuove e l’attrazione del rimosso attua inevitabilmente la regressione verso l’immagine («le parole svaniranno come nebbia davanti al cancello di una casa», p. 11).
Parola-immagine, visione-cecità, segreto-simbolo. Al cuore un soggetto femminile, perché «lei è la forma del linguaggio» (p. 14), la corifea della danza bianca che mette in circolo vivi e morti come nella festa gallurese di Sa Raula. Sue le «mille mani e penetranti premure» (p. 16) che raccolgono le membra mutilate dello sposo, un distillato di schegge dal naufragio di tutti i libri sacri del mondo. I Veda, i Vangeli, gli inni fenici e sumeri, il Bardo Thödol, il Tripiṭaka, il Talmud, la tragedia greca, il Tao Te Ching, l’Edda…, ma anche le pagine strappate di Lispector, Dylan Thomas, le Mille e una notte, Kafka, Yourcenar, Yeats, Eliot, Wittgenstein, Mandel’štam, Bachmann… Memoria collettiva e perduta, che dà carne e confonde i frammenti riemersi di ricordi angosciosi e personali, dei quali il perno traumatico – il suicidio dello zio – resta piantato al centro del taccuino come un ribaltamento gravitazionale che non può essere disinnescato («Lei trema sempre per le altezze, è una questione di vertigine. Se mentre cammina, alza lo sguardo per qualche secondo, non abbiate paura, è solo per provare a immaginare quanto possa durare un volo», p. 51). Sineddoche della vulnerabilità, di cui il taccuino diventa il luogo di iscrizione, superficie che attende una scrittura che sa già di non poter colmare il vuoto. Di cui la forma frammentaria è l’evidenza, dove i testi funzionano come apparizioni, ritorni, residui, in una circolarità ossessiva, che riproduce il movimento stesso della memoria ferita e del desiderio. Poesia allora, ma anche quaderno clinico, in quanto «il mondo che abita i tuoi sogni non è che una manciata di pezzi in ricostruzione» (p. 50)
E non è un caso che all’interno del volume compaiano anche tre collage dell’autrice, in cui è la stessa scelta del mezzo che porta a evidenza l’energia sacrificale del ritaglio, del parziale, dell’amputazione. Seguendo J-B. Pontalis, sappiamo che «i dettagli non sono i frammenti. La nostra memoria è fatta di frammenti, di resti, di brandelli, ed è per questo che, come le rovine, è sempre in grado di nutrire la nostra nostalgia. Essa è però animata, eccitata, da dettagli, ed è per questo che disegna altresì il nostro avvenire. Allora si può stabilire l’equivalenza, manifesta nel caso del ricordo di copertura, tra ricordo e fantasma, l’uno e l’altro collage, montaggi, chimere» (da Perdere di vista, Borla 1993, p. 319).
E qui si può riflettere su come i ribaltamenti gravitazionali, i fenomeni di reversibilità, gli ossimori, si annuncino già dall’accostamento delle prime due citazioni in esergo: Lacan e Guénon. Da una parte l’asse portante: «È con dei fantasmi che noi abbiamo a che fare costantemente», in quanto è attraverso il fantasma che il soggetto si illude di intravedere e afferrare l’oggetto del proprio desiderio. Nel Taccuino Bianco, infatti, il fantasma non è immaginazione, ma struttura pulsionale. Il soggetto stesso parla sempre di fantasmi, ma soprattutto da un fantasma. I testi sono abitati da morti che parlano, corpi che si sdoppiano, figure femminili scisse tra voce, corpo, simbolo, una sessualità mai pacificata, sempre legata a colpa, violenza, interdizione. Il linguaggio stesso è fantasmatico: non rappresenta, ma tocca, sfiora, ferisce. Dall’altra parte, invece, abbiamo chi dorme, e «non prova alcun desiderio e non è soggetto ad alcun sogno». Guénon introduce un’altra dimensione: il desiderio come disturbo. Il sonno profondo, privo di sogni e desiderio, è evocato come stato originario, o perduto, o ideale impossibile. Dato che i testi dimostrano che non vi si può tornare: ogni tentativo di rituale fallisce («la cerimonia non ha avuto luogo, anche se era stata annunciata», p. 62) o si tramuta in violenza («Una nera signora cuce radici sulle ossa dei volti. Piccoli insetti volano su un piatto di sangue e piangono lacrime in una danza smarrita. Vergini bambine inseguono lepri fuggite alla forca», p. 71). Un meccanismo che funziona come controcanto tragico, che impedisce che il dettato si condensi su impianti reazionari, mentre ciò che promette liberazione si rivela irraggiungibile.
In tutto questo anche l’amore, come Euridice, percorre i suoi cammini oscuri. «Tu sei la tua malattia. Senza la tua malattia non esisti. Lei ti alimenta, ti tiene in vita. Da oggi non voglio più credere a nessuna delle tue parole. Le tue parole sono spoglie e disabitate» (p. 57). L’amore si annida piuttosto nel paratesto, disegno e dedica, dove auspicare una permanenza, un dialogo, una tenuta. Il taccuino si chiude nello sfinimento di una «garza di latte», «si preferirebbe non sentire», «si preferirebbe non parlare», il canto lasciato alle cicale (p. 96), nello scarto, nel bianco, là dove il discorso vacilla e la figura risplende e scompare.
Da Taccuino Bianco (Anterem Edizioni 2025)
Lei scrive per non dimenticare, lei è la forma del linguaggio che parla. Dice che non esistono messaggi nascosti solo segreti e il simbolico può venire in aiuto. Il simbolico è un termine di paragone, una relazione immaginaria con il mondo. Dov’è finito il verde intorno? Le rane del fiume le ha mangiate il cane. Il cane ora è fermo, legato stretto a una catena.
/ L’uomo accanto a lei respirò profondamente, voleva rappresentare così il mondo offeso di cui diceva d’essere il custode? Non appena il cane smise di abbaiare si addormentò sognando di sfiorarle la zona meno esposta alla luce, la zona nascosta tra le gambe, poi immediatamente se ne pentì e il sonno finì per renderlo mansueto /
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Il grado sociale della memoria, la sua condivisa accettazione.
C’è stato un tempo in cui non correvo, volavo.
Gli scambi rituali erano perfettamente in tono. Ora lo so: posso esistere solo come opera incompiuta, come occasione persa, come accenno di significato.
Nel mio sguardo è prigioniera una materia densa; sono incandescente come un vulcano…
(Una donna si sistema una giada sul petto per tenere lontani gli spiriti.
Quando si ama l’albero ma non il frutto c’è il rischio che il confine diventi un deserto che brucia. Come in quell’ultima lettera di Vincent al fratello Theo, una sola domanda appare plausibile: Ma che cosa vuoi mai?)
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Le vertigini degli alberi, il volo improvviso di un falco. Il mare e la mia assenza recitata a memoria. Tre secoli di profondità inascoltate non servirebbero a rendere più credibile la questione. Il sepolcro imbiancato e la luna con le sue apparenze d’inganno. Il miracolo della pioggia dopo le visioni delle montagne. Mi confonde il copione del sacro, la rivolta del sangue. Il soffio dell’acqua e del fuoco. Il tuo odore salmastro, l’inverno col suo silenzio di pietra -
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Qualcosa bisogna fare: separare la vita dalla morte, i canti affilati dalla punta della lingua. Non è mai esistito prima, a memoria d’uomo, un Re tanto ridicolo e solo. Stai attraversando il piano sequenza della mia contraddizione.
E tu non ci credi alla mia contraddizione solo perché ti chiamano Re?
Prendo nota dei tuoi atteggiamenti ambivalenti e del tuo bisogno di trovare nuove protezioni. L’abbaglio del bianco e il rosso che precede.
Il ferro delle ossa abbraccia una pelliccia calda e morbida – - uniti i piedi, mutilate le dita – la profondità è perfettamente misurabile.
Oggi anche i fantasmi sanno che è andato via il male – -
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Fu allora che tramontò in lui un sogno lontano. Il dubbio di averlo incontrato in un gelido inverno, nella veste di spietato avvelenatore di anime, non trovò mai conferma. Sulle iscrizioni del tempo qualcuno descrisse la curiosa circostanza della nube di cavallette che seguì il corteo fino a quando le sue ceneri vennero abbandonate a pelo d’acqua.
Il rokh è un uccello così grande e potente che può trasportare un elefante adulto per aria per molte miglia senza accusare il minimo segno di fatica. Solo quando si stanca, arresta il volo e lascia cadere la preda a terra. In quell’istante sarà possibile vedere il rokh scendere in picchiata sulla carcassa disfatta nutrendosene a suo piacimento, senza alcun dispiacere /
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Francesca Marica, è nata a Torino e vive a Milano da anni.
Poeta e artista visiva, è attiva in Italia e Francia. Tra le sue più recenti pubblicazioni: Concordanze e approssimazioni (Il Leggio Editore, 2019), Ti scrivo da dove sono (Libro d’artista con sedici disegni di Claudio Borghi, copie numerate, 2022), In forma di note e frammenti. Omaggio a Rubina Giorgi, con Gian Paolo Guerini (Libro d’artista, copie numerate, 2023). Suoi testi in prosa sono presenti nel volume collettivo AA.VV., Passaggi (Argo Editore, 2021, a cura di David Watkins e Luca Chiurchiù) e in Babel, Antologia plurilingue (Bertoni Editore, 2022, A cura di Enzo Campi). Traduce dall’inglese, dal francese e dallo spagnolo. Ha collaborato con l’Archivio Maurizio Spatola approfondendo le figure di Corrado Costa, Franco Beltrametti, Patrizia Vicinelli e Adriano Spatola. Suoi lavori visivi, collage, sono stati pubblicati nel 2024 su Utsanga.it in occasione del decennale 2014-2024 (con la curatela dei poeti e artisti Francesco Aprile e Cristiano Caggiula) e nel 2025 sul primo numero della rivista NiedernGasse (con la curatela della poeta ed editrice Paola Silvia Dolci). Suoi inediti e lavori di taglio critico sono presenti on line su Utsanga, La finestra di Antonio Syxty, Poesia del Nostro Tempo, Argo, Imperfetta Ellisse, Poetarum Silva, Nazione Indiana, Carteggi Letterari, Rebstein, Carte nel Vento, Le nature indivisibili, Mirino Lit blog.
Suoi testi inediti sono confluiti nel cofanetto Audio Doc Sound Title, un lavoro collettivo con la partecipazione di poeti e musicisti, ideato, diretto e montato dal poeta e artista Pietro D’Agostino su sceneggiature visive di Pietro D’Agostino, Marco Giovenale e Alberto D’Amico; lavoro presentato a Roma nell’ottobre del 2025.
Come avvocato penalista, dopo aver collaborato con prestigiosi studi torinesi specializzati in diritto penale commerciale e societario, ha deciso di occuparsi attivamente di donne, minori e marginalità prestando la propria attività professionale anche in favore di associazioni, fondazioni ed enti no profit.
(A cura di Silvia Rosa)


