Il tempo e la bellezza, tra fisica e poesia

bertolino-rovelli

GABRIELLA MONGARDI

Sulla mia scrivania si trovano in questo momento due libri diversissimi fra loro: l’ultima raccolta bilingue del poeta Remigio Bertolino, L’eva dël temp – L’acqua del tempo, puntoacapo editore 2025 e l’ultimo saggio divulgativo del fisico Carlo Rovelli, Sull’eguaglianza di tutte le cose. Lezioni americane, Adelphi editore 2025. Due libri apparentemente agli antipodi, che pure si illuminano a vicenda, oserei dire si completano a vicenda, e che soprattutto sono, entrambi, profondamente arricchenti per il lettore.
Il libro di Rovelli va ad aggiungersi come ultimo anello (per ora) alla preziosa collana di testi con cui lo scienziato mette a disposizione dei non-scienziati i risultati delle ricerche sue e dei suoi colleghi, illustrando per così dire lo “stato dell’arte”, facendo il punto della situazione delle nostre conoscenze fisiche “qui ed ora”, con grandissima umiltà e con la massima disponibilità, la massima apertura ad accogliere i passi avanti, le ulteriori scoperte che la scienza farà nel suo cammino secolare fra tentativi ed errori. Il libro nasce dalle lezioni tenute da Rovelli nel 2024 al dipartimento di filosofia dell’Università di Princeton sulle implicazioni filosofiche della rivoluzione scientifica del XX secolo, per questo si articola in sei lezioni seguite da un’appendice su come funziona la scienza, che in realtà è una premessa metodologica, mentre la prefazione tira le fila di tutto il discorso.
Volendo schematizzare, le prime tre lezioni hanno carattere più scientifico e affrontano argomenti quali la struttura relazionale della realtà, la natura della conoscenza, lo spaziotempo come processo gravitazionale quantistico; le successive tre sono più filosofiche-esistenziali e trattano questioni come il tempo, la libertà, la morale, la memoria: i fenomeni che per noi costituiscono il fluire del tempo sono determinati da una differenza di entropia, più bassa nel passato e più alta nel futuro; la nostra libertà di scelta non è né in conflitto con il determinismo della fisica classica né tantomeno con il probabilismo della fisica quantistica: “il futuro dipende effettivamente da noi, perché senza il nostro deliberare il futuro sarebbe diverso”. In realtà ci sono continui rimandi tra le varie lezioni (in particolare la sesta si ricollega alla seconda, la quinta alla prima, la quarta alla terza), di modo che il lettore è spinto a ritornare sui propri passi, a rileggere, a scoprire nuovi collegamenti – in una sorta di sfida, appassionata e appassionante, a una lettura dinamica, attiva e creativa – come quella della poesia.
Il mondo che emerge dalla rivoluzione scientifica del XX secolo – sostiene Rovelli –  “è un mondo che non è fatto di oggetti, non occupa uno spazio, non si svolge in un tempo e non è governato da cause ed effetti. È tessuto da relazioni, composto dall’intrecciarsi di prospettive, può essere descritto solo dal suo interno. Ci invita a modificare i concetti con cui siamo abituati a organizzare la realtà, ad abbandonare certezze e a rinunciare a fondamenti ultimi. […] È un mondo alieno. Ma mi sembra più leggero e più accogliente, per noi esseri mortali, composti principalmente di pensieri ed emozioni”.
“Leggero e accogliente” è anche il libro di Rovelli, grazie alla qualità di una scrittura insieme limpida e rigorosa, poetica e vibrante – la scrittura di chi sa che “pensiamo per metafore”, che l’analogia è un potente strumento di evoluzione concettuale, che l’ambiguità del linguaggio “non è una debolezza, è la forza del linguaggio. È la sua capacità infinita di adattarsi, estendersi, differenziarsi, evolvere. […] È questo che gli permette di dire cose sempre più sottili, nell’infinito processo che ha dato origine alla ricchezza della cultura”.

Il libro del poeta Bertolino non solo è una riprova del fatto che pensiamo per metafore e analogie, ma per via poetica sembra arrivare alle medesime conclusioni del fisico, e se, come vedremo, il libro del fisico Rovelli illumina il libro del poeta Bertolino, vale anche l’inverso, nel senso che la poesia dona immagini al mondo della fisica, come ad esempio quelle di Nebbia: “La nebbia / come una buona madre / ha messo / le fasce / alla campagna / che dorme / in una culla bianca. [...] Ha raccolto / il mondo / dentro un gomitolo di silenzio, / ha fatto cenere dei confini, / il mio si perde nel tuo. / E il mondo / si sbriciola / in un sogno / sconfinato”.

Il libro di Bertolino, articolato in quattro sezioni con continui rimandi tra l’una e l’altra, si presenta come un “ipertesto” coerente e coeso intorno al tema filosofico per eccellenza, il tempo e il suo (apparente?) scorrere. Un “ipertesto” perché al suo interno il lettore può muoversi come vuole, tracciando i suoi sentieri fra una sezione e l’altra, una lirica e l’altra, inseguendo i suoi richiami.
La prima sezione, Il mio avo, l’eremita, un poemetto suddiviso in quattro parti, funge da ouverture all’intera silloge e ne contiene tutti i principali leit-motiv – la musica e il silenzio, la natura e la solitudine, la poesia, la notte e le stelle – da cui scaturiscono sciami di immagini struggenti e di parole-chiave assolute, che si disseminano nel testo in un continuo gioco di specchi – come quello della realtà, secondo Rovelli. L’antenato che si era ritirato in montagna cerca un senso al teatro del mondo, come il pastore del Canto notturno di Leopardi, e lo trova nella rastremazione di un’esistenza fatta di piccole cose, in cui la poesia sa riconoscere segni e sogni. Con la figura dell’antenato il poeta incarna il tempo, dilatandolo nel passato delle generazioni che ci hanno preceduto e ancorando la sua poesia alla storia.

Se ogni vero poeta distilla dalla propria esperienza personale emblemi universali grazie alla potenza evocativa delle sue immagini, Bertolino, che ha vissuto lo spopolamento della montagna verificatosi nella seconda metà del Novecento, assegna alla sua poesia un’ulteriore missione: dare voce e durata alla civiltà alpina scomparsa, recuperandone innanzitutto la lingua, il dialetto di Montaldo, valle Corsaglia, una delle valli occitane del Piemonte – e certamente in qualche misura reinventandolo, perché ogni vero poeta è “fabbro del parlar materno”, come vuole Dante. Del resto, quella della poesia è sempre una lingua “straniera”, arcaica (“arcana e peregrina” la definiva Leopardi), una lingua che nessuno parla: ma è l’unica che permette un contatto profondo con il passato, i ricordi perduti, i sogni impossibili da sognare…
Quella di L’eva dël temp / L’acqua del tempo è una poesia scabra ed essenziale come le pietre delle baite abbandonate e delle montagne, eppure dolce come il miele e le mele; una poesia intimamente musicale, anche se nasconde le rime e le misure per giocare con assonanze e consonanze, in entrambe le lingue. In questo recupero anche linguistico del passato non c’è niente di sterilmente nostalgico, nessuna laudatio temporis acti, ma semplicemente la consapevolezza che noi dipendiamo dal passato, e la volontà di ricreare con la parola poetica un mondo travolto dall’incessante cambiamento di tutte le cose, per testimoniare che è esistito.

Questo mondo è il protagonista della seconda e della quarta sezione del libro, attraverso il filtro della memoria del poeta che recupera dall’oblio (Ci siamo dimenticati) i dettagli anche più trascurabili o scabrosi, caricandoli di significato nel gioco di luci e ombre, nebbie e vento, silenzi e musiche intavolato nei versi. In questo mondo vige la rovelliana “eguaglianza di tutte le cose”: il tempo è sospeso, come la logica diurna; angeli, uomini, animali, piante, montagne, storie, sogni hanno tutti lo stesso diritto di cittadinanza, sono tutti ugualmente illuminati dalla brace della poesia.
Così rivive “la stufa, / una torre rotonda,/ assediata dai ragni”, rivive la bambina che piange sulle rovine della casa, dopo la battaglia di Montaldo del 23 giugno 1681, rivivono le anime “che stanotte ritornano / al nido come rondini in primavera”, rivive “l’ultimo gigante dei monti / zio Luigi” – e rivive il prof. Guido De Giorgio, protagonista della terza sezione del libro.

Anche lui è un “eremita” fra i bricchi, ma per lui, come per il punitore di se stesso di Terenzio, la scelta di vivere in povertà e solitudine è un modo per espiare la sua colpa: quella di aver istillato nel figlio Havis il senso del dovere e gli ideali che l’hanno portato a morire nella guerra d’Africa.  In questa suite lo spazio si allarga, si colora di presenze esotiche, alle castagne bianche, al velo d’oro delle betulle, al vento della montagna si mescolano il profumo dei gelsomini del Cairo, il ghibli del deserto, il suono del corno di Orlando – emblema di un inutile epos… E il tempo scorre goccia a goccia, e la poesia lo “addomestica” con la lezione del torrente di casa, il Corsaglia: “le rocce si fanno granelli di sabbia, / le lacrime stelle del cielo”. Nel primo verso il poeta enuncia la legge fisica dell’entropia, nel secondo la scavalca imperiosamente, stabilendo per emblemi una folgorante corrispondenza tra il dolore dell’uomo e l’universo, nella cui infinita bellezza tutto viene risucchiato e riscattato.