L’alba dentro l’imbrunire…

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CLAUDIO SOTTOCORNOLA

“E il mio maestro mi insegnò com’è difficile/ trovare l’alba dentro l’imbrunire…” (Prospettiva Nevski, Franco Battiato-Giusto Pio, 1980)

Chi non si è nutrito, nella propria giovinezza, di sogni e speranze che permettevano proiezioni sul futuro cariche di attesa e di buoni presagi? Anche la disposizione fisica dell’età, che vede l’esplodere di grandi energia e vitalità, una condizione psicologica di forti aspettative personali, e il senso di una libertà pressoché infinita in ordine alle diverse possibilità dell’esistenza – che appaiono ancora virtualmente tutte attuabili –, sono condizioni che permettono alla vita di fiorire, espandersi, svilupparsi nel segno della fiducia e della riuscita.

Al contrario, dopo un’età adulta che, di solito, porta con sé molta routine, grigiore e una quotidianità che, per i più, non è mai entusiasmante ma spesso carica di frustrazione e speranze disattese, l’età matura o anziana, i cui parametri variano nelle tabelle statistiche (alcuni la fanno iniziare a 65 anni, altri la posticipano ai 75, date le attuali aspettative di vita), porta con sé la realistica constatazione di una diminuzione di energie fisiche e talvolta intellettuali, insieme al senso di un progressivo restringimento delle opzioni ancora in campo, considerato peraltro l’incombere della parola “fine” anche per la propria esistenza terrena.

Con un passaggio che speriamo non arbitrario dall’ordine individuale a quello storico e sociale, osserviamo che anche le civiltà attraversano periodi di espansione e fioritura, raggiungendo il proprio virtuale apogeo, per poi declinare pian piano verso la propria dissoluzione, con epoche terminali non di rado caratterizzate da disordine e degrado collettivi. Se, ad esempio l’età di Pericle in Grecia, il Rinascimento italiano e gli anni ’60 del ’900 in America ed Europa hanno significato il fiorire di opere d’arte e del pensiero, senso di appartenenza a una comunità di valori condivisi, elaborazione di paradigmi culturali aggreganti, il passaggio dall’Età tardo-imperiale in Roma all’Alto Medioevo ha comportato invece una disgregazione sociale, una involuzione culturale, una regressione che solo lentamente, grazie all’apporto del monachesimo, alla conservazione del diritto romano, alla integrazione dei nuovi popoli barbari e alla loro cristianizzazione, ha potuto evolvere verso secoli di splendore, come il XIII e XIV, che ci hanno regalato Giotto, San Francesco, Tommaso d’Aquino, Dante e molto altro.

E noi, in quale età viviamo? Personalmente ho da poco compiuto 65 anni e, anche se mi suona strano, in base ai parametri più diffusi sarei anziano (anche se nella categoria dei “giovani-anziani”), in base alla mia percezione, per curiosità intellettuale e progetti, mi sento ancora un po’ adolescente, ma quanto a energie disponibili avverto l’incombere invece della categoria tabellare sopra descritta. Quanto poi alla civiltà in cui viviamo, non io, ma storia, sociologia, pensiero critico, cronaca e attualità, tutto ci orienta a intravedere in essa i segnali lenti ma inesorabili di un progressivo declino e degrado. La situazione internazionale ricorda infatti sempre di più il detto hobbesiano secondo cui homo homini lupus, in quanto popoli e comunità non riescono a far riferimento a valori condivisi e le nostre società si sfilacciano in gruppi in lotta fra loro, gli individui si perdono sempre più in un solipsismo disperato, e aumentano le dipendenze da psicofarmaci, alcool, droghe, di cui il famoso fentanyl rappresenta un simbolo inquietante, riducendo molti giovani, soprattutto in America, ad una letargica sopravvivenza, anch’essa segno dell’agonia della nostra civiltà. E si potrebbe continuare con gli efferati omicidi familiari e di coppia, le risse fra gang metropolitane, gli sballi, le movide e i tragici incidenti stradali dei fine settimana occidentali, l’abbandono e l’incuria del territorio, vandalizzato, deturpato e spesso colonizzato dalla criminalità organizzata.

Ho accostato le due età terminali, quella individuale e quella sociale e storica, perché vorrei estremizzare la mia esemplificazione: che cosa comporta il vivere il declino e realisticamente fronteggiare la fine che incombe? E qui vorrei proprio ribaltare l’approccio e la concezione dominante, che fa della giovinezza e dell’efficienza una condizione ideale, e della vecchiaia già di per sé una malattia (Senectus ipsa est morbus, scrisse lo scrittore latino Publio Terenzio Afro).

Infatti, intanto, tutti noi rammentiamo che certamente la giovinezza è una condizione privilegiata di grandi aspettative e di vivide speranze, e tuttavia sappiamo anche quanto essa porti con sé in termini di scompensi emotivi, dolorose lacerazioni, cocenti delusioni, dovute in gran parte ad una condizione di maggior fragilità ed esposizione agli urti del mondo esterno. D’altra parte, la maturità è troppo spesso obbligata a un’efficienza di ruolo – professione, famiglia, doveri sociali – che talvolta risulta opprimente e negazionista rispetto alle aspettative precedenti, confinandone i protagonisti all’angolo di una quotidianità percepita non di rado come mortificante.

E l’età matura o anziana? Essa certamente obbliga ad una purificazione delle aspettative rispetto all’esiguità del tempo e delle energie rimaste, imponendo una concentrazione sul qui ed ora dell’esistenza. Ma proprio questo ne amplifica il valore ontologico, in una sorta di eternizzazione dell’attimo, che finalmente appare capace di oltrepassare la finestra temporale che prima ci opprimeva, e che ora appare spalancata sul senso presente come luogo di attuazione non effimera, ma ultimativa.

Come siamo arrivati a ciò? Forse grazie a una nuova consapevolezza delle cose ultime o novissimi, che la catechesi, con un linguaggio antico ma efficace, ci insegnava essere: morte, giudizio, inferno o paradiso. Che la morte sia una condizione con cui confrontarsi universalmente è un dato di evidenza immediata, suffragato nei secoli da tanta riflessione spirituale (vedi, per esempio, “Apparecchio alla morte” di sant’Alfonso Maria de’ Liguori, scritta nel 1758) ma anche dal pensiero filosofico (come la anticipazione della morte teorizzata da Heidegger, quale forma di consapevolezza e luogo della vita autentica, liberata da convenzioni e cliché). Più impegnativo oggi parlare di giudizio, anche se dovrebbe essere a tutti chiaro che, al di là del dato di fede, ogni vita porta in realtà con sé un giudizio intrinseco, come i cerchi concentrici di un tronco che segnalano inequivocabilmente la vita dell’albero e il suo destino. Mentre del tutto dimenticata sembra essere l’opzione tra inferno e paradiso, che, a sua volta, intende invece segnalare il rischio del fallimento esistenziale totale (o infernale) per additarci la meta cui tendere, ovvero la pienezza dell’essere in Dio (o Paradiso), come destinazione universale.

Di fronte a queste scenario ultimativo e alle sue opzioni, che conferiscono un senso nuovo alla scansione del tempo, ciò che conta non è allora la quantità di energia a disposizione, non è la felicità dell’epoca in cui viviamo col suo benessere e la sua vitalità, non è una idilliaca combinazione delle due (essere giovani o efficienti in una età di espansione), ma è piuttosto il grado di libertà morale che sappiamo esercitare nell’attuazione del valore possibile, diventando tramite della sua manifestazione nel presente, in direzione dell’eternità, anche e soprattutto in un’età di crisi e di declino.

(da Claudio Sottocornola, L’alba dentro l’imbrunire…, in “A bordo. Cronache di navigazione a vista”, Gammarò Edizioni, 2025, pp. 211-215)