DINA TORTOROLI
I dizionari italiani affermano che il vocabolo “ovvio” deriva dal latino “obvius”, il cui significato letterale è “che va incontro”, “che si fa incontro”; quindi denota ciò che “si presenta spontaneamente e facilmente al pensiero e all’immaginazione, come cosa naturale, ordinaria, evidente”.
Ebbene sì, a proposito dell’Enigma-Manzoni, trasformatosi gradualmente nel Teorema-Imbonati, posso dire che domande e congetture scaturite da mie impressioni di lettura (fin dagli anni in cui la scuola rigorosamente “addestrava” gli allievi ad adottare un “modello di lettura” standardizzato) mi si sono sempre fatte incontro proprio così, per un impulso spontaneo.
Mi sono, però, imposta di verificare incessantemente l’attendibilità delle mie argomentazioni, a partire dall’anno 1995, in cui pubblicai Ogn’altra cosa / Storia di un’idea scaturita dalla mente in quell’età in cui si prendono sul serio le parole delle persone autorevoli.
Da allora mi incoraggia a proseguire la voce stessa dell’autore del Fermo e Lucia (vale a dire del fantasmatico “primo Manzoni” che io credo non possa essere altri che Carlo Imbonati).
È uno scrittore impegnato in un dialogo costante col proprio lettore, per indurlo a riflettere, a esigere dagli scrittori “una cura più esatta a cercare un vero importante”.
Nell’Introduzione del Fermo e Lucia, egli dichiara, infatti, di aver voluto comporre un’opera che permetta a tutti di acquistare idee «sulla storia dell’epoca che vi è descritta, e sui mali dell’umanità, e sui mezzi ai quali ognuno può facilmente arrivare per diminuirli e in sé e negli altri»: una storia “verace”, frutto del suo «frugar molto nei libri e nelle memorie di ogni genere»; una “storia” – “frammischiata” di sue “riflessioni” – che faccia provare «in molte occasioni sentimenti di avversione al male di ogni genere, di simpatia e di rispetto per tutto ciò che è pio, nobile, umano, giusto».
Ed è opportuno evidenziare che le riflessioni sul leggere e scrivere costituiscono il filo conduttore che lega tutti quei “fatti” “pubblici e privati”.
Pertanto penso che varrà la pena di fare conoscere queste “digressioni” che culminano con quella relativa ai «giudizj legali che nel 1630 e al di là, furono portati in Milano, su persone accusate d’aver propagata la peste con unzioni», che avrebbe dovuto completare il capitolo IV del Tomo IV, ma infine fu “riserbata a un’appendice”, intitolata Appendice storica su la Colonna Infame (Fermo e Lucia, Mondadori, 1954, pp. 673-749).
Per il momento, è di primaria importanza che siano profondamente meditate almeno le pagine dedicate all’eccezionale “operetta” dello “scrittore benemerito” Pietro Verri sulla tortura, con cui furono estorte le confessioni degli “infelici” presunti untori:
«…agli ultimi gemiti di quelle vittime, per un secolo e mezzo circa, non rispose che qualche voce d’imprecazione e d’obbrobrio!
Venne finalmente un uomo, il quale vide, come tanti altri, una colonna; ma non andò, come tanti altri, a pensare che un pezzo di granito fosse il criterio d’un fatto morale: vide un’iscrizione; ma ricordandosi che la parola umana può esprimere il vero e il falso, non s’immaginò che le parole incise in marmo fossero esenti da questa condizione: lesse; e trovò che vi si parlava con orrore d’un delitto atrocissimo, stranissimo, insensatissimo; queste qualità gli fecero tanto più avvertire che prima di partecipare all’orrore conveniva rendersi conto della certezza: esaminò; trovò ben tosto una tutt’altra certezza, ebbe a provare un tutt’altro orrore. Quest’uomo (ognun vede che noi parliamo di Pietro Verri) nel 1777, trasfuse la sua certezza il suo orrore in uno scritto, con quella evidenza e con quell’impeto sapiente che fa trionfare la verità, quando però l’ora sia giunta. Così dopo centoquarantasette anni, s’intese per la prima volta, su quel fatto, una voce umana, spiegata; una voce che per la prima volta dava secondo il merito, la compassione e il biasimo.
S’intese? Adagio. Il concepimento della verità è spesse volte assai tardo, il portato lunghissimo, il parto difficile e doloroso; ma non per questo, quando quella è nata sono sempre finite tutte le difficoltà; anzi allora talvolta i guai cominciano alla peggio. Lo scritto era compiuto: ma il pubblicarlo sarebbe stata quasi una offesa al padre dello scrittore che era presidente di quello stesso senato che aveva sentenziato il Mora ed il Piazza. Di quello? Come, se erano scorsi centoquarantasette anni? Eppure la è così. Gli uomini, partendo da quel traslato per cui chiaman corpo l’unione di molti di loro, attribuiscono a queste unioni una specie di vita unica, comune, continua. Quindi ognuno che è parte di uno di questi corpi, viene a parte della lode e del biasimo comune; e vestendo un abito d’una certa stoffa e d’una certa foggia, entra mallevadore di ciò che hanno fatto anche prima ch’egli nascesse, quegli che portarono un abito simile. A prima giunta pare questo un peso assai incomodo; ma i più l’hanno sempre portato molto volentieri, perchè più assai del peso sono i profitti che si ricavano da una tale comunione; senza parlare del vanto. Questo spirito era a quel tempo molto più intenso, più delicato, più in esercizio che non al presente; perché molti più in numero erano i corpi, in generale gli individui v’erano più stabilmente radicati, i vantaggi, gli obblighi, le attribuzioni vi avevano se non più importanza, certamente più apparato; e per queste ed altre ragioni frequente era l’attrito fra i corpi diversi. Ora con lo sciogliersi di molti di essi, quello spirito, senza il quale non pare che l’uomo possa stare, s’è diffuso in relazioni più vaste e più lontane, quindi anche più deboli. Comunque sia, il riguardo accennato di sopra fece seppellire appena nata l’operetta del Verri, la quale non comparve che l’anno 1804, nella bella ed utile edizione degli Economisti Italiani (Osservazioni su la tortura. “Econom. Italiani”. Parte moderna, tom. 17).
Se quel cittadino magistrato, e scrittore benemerito si fosse proposto principalmente di dare una storia intera del processo degli infelici Piazza e Mora, noi non avremmo certo riposta la mano ad un lavoro già fatto da lui. Ma egli ebbe un altro scopo più importante, più recondito, e di più immediata utilità: voleva con quell’esempio d’un delitto impossibile confessato per la tortura dimostrare che questo orribile mezzo era anche un mezzo falso per iscoprire la verità; e togliere a quell’infame abuso i partigiani che gli rimanevano; e gliene rimaneva purtroppo. Egli scelse i tratti che gli parvero più opportuni al suo nobile intento; e noi con uno scopo ben meno importante, e con tanto minor corredo d’ingegno; ci siamo però proposti di fare ciò che non era ancor stato fatto» (Fermo e Lucia, cit., pp. 747-749)


