Le religioni del libro. Manoscritto.

Codex Sinaiticus, Matteo 64-32

Codex Sinaiticus, Matteo 64-32

PAOLO LAMBERTI

Le religioni monoteiste sono tutte religioni del libro, anche se quasi sempre la fruizione dei testi è orale, vuoi nei secoli per l’analfabetismo diffuso, vuoi per ragioni liturgiche e comunitarie. Però sono religioni del libro: manoscritto. La riproduzione meccanica dei testi, ovvero la stampa, ha drasticamente ridotto i refusi e le varianti, anche se il passaggio dai correttori di bozze ai correttori elettronici li ha moltiplicati nuovamente, con esiti anche comici, come i “7000 ani fa” in un libro di Jared Diamond (Einaudi!); la scrittura informatica poi sta cancellando la stabilità delle opere, che in forma elettronica sono sempre in mutamento.
Però le religioni del libro si basano appunto su testi che si sono formati come libri manoscritti, ed è postulato statistico della filologia supporre che in ogni apografo (copia di un testo) ci sia almeno un errore per pagina; questo vale anche per testi di autore curati sin dalla nascita e trasmessi in modo professionale, come Virgilio, Cicerone o Platone; meno per opere come quelle omeriche o come per i tragici greci.
La situazione dei libri sacri monoteisti è ancora più complicata.
La prima copia completa in ebraico di Tanakh è il codice di Leningrado che risale ai primi anni dell’XI secolo, ovvero più di mille anni dalla fissazione abbastanza definitiva del testo, almeno 1500 anni dalla stesura post esilica e quasi duemila dalla creazione delle prime forme. Si parla di Tanakh, la sigla che indica le prime lettere delle tre sezioni del testo sacro ebraico, Pentateuco, Profeti, Scritti; non di Antico Testamento, definizione cristiana e faziosa che raccoglie una versione a tratti diversa e ricopre la più vistosa violazione di copyright della storia umana. Curiosamente le copie complete più antiche dell’opera risalgono al IV secolo e.v., sono cristiane e riprendono la traduzione greca detta dei Settanta; ancor più curiosamente copie non complete dei libri di Tanakh si ritrovano nei manoscritti degli Esseni e concordano con il testo greco e non con quello ebraico adottato dai moderni rabbini. Anche senza entrare nei problemi della formazione dei testi (un mare magnum), l’affidabilità dell’opera è assegnata alla moderna filologia, non alla tradizione rabbinica. Oltretutto le lingue semitiche usano solo le consonanti, e la vocalizzazione è un atto interpretativo e filologico, cosa che vale anche per il Corano.
Filologia che appare decisamente più difficile nel caso del Corano, di cui non esiste tuttora una edizione critica; anzi parlare di varianti e formazione del testo rischia di essere oggi una forma elaborata di suicidio. Nella tradizione islamica il testo esiste ab aeterno ed è stato dettato a Mohammad tra 609 e 610, e va letto in lingua originale (come fanno gli ebrei e non fanno i cristiani, ben attenti ad evitare anche solo il greco del Nuovo Testamento, che pure non è difficile). In realtà esistono varianti, legate ai dialetti e alla scrittura araba senza vocali (al pari di quella ebraica), e gli sciiti hanno un testo più ampio. Di fatto sono stati i primi califfi a dare la forma definitiva, anche se la versione oggi più diffusa si basa su una recitazione del IX secolo (la fruizione del Corano è soprattutto orale), ripresa dall’Arabia Saudita in tempi moderni; l’aggiunta o la sottrazione di versetti rimangono un problema aperto, come ben sa il povero Rushdie con la sua filologia romanzata dei versetti satanici. L’affidabilità del testo, al di là dei miracoli, nel caso del Corano è assicurata dall’essere il libro sacro di una religione politica ed imperialista, che quindi sin dai primi decenni ne ha affidato la cura a scribi professionali ben finanziati e ben attenti a non fare errori, onde evitare l’ira fatale dei califfi.
Questo invece non vale per il Nuovo Testamento.
Innanzitutto a parte le lettere di Paolo (almeno le 7 sicuramente autentiche) i testi risalgono a 40-80 anni dopo la morte di Gesù; potevano esserci scritti precedenti (il Proto-Marco, la fonte Q), ma non ci sono giunti. Inoltre nei due secoli abbondanti tra gli ultimi decenni del I sec. e.v. e il constitutum di Licinio e Costantino c’è stato un proliferare di Vangeli, Apocalissi, Lettere e testi profetici che oggi definiamo Apocrifi perché la Provvidenza ha scelto o perché la storia la scrivono i vincitori. Ma la grande varietà di comunità cristiane si riconosceva ciascuna in una serie di opere proprie, con le più svariate opinioni su chi fosse Cristo e cosa significasse essere cristiani. L’attuale canone del Nuovo Testamento prende forma definitiva con il patriarca di Alessandria Atanasio, il vincitore del concilio di Nicea, e quindi solo nei primi decenni del IV sec.e.v., trecento anni dopo la crocifissione. I primi manoscritti della Bibbia completa, come il Sinaitico, risalgono a fine IV inizio V sec. e.v.. La trasformazione in religione di stato assicura una trasmissione del testo affidata a scribi professionali con manoscritti di lusso: ciononostante i circa 5600 codici che trasmettono il Nuovo Testamento in greco e sono ancora esistenti offrono un numero di varianti calcolato tra le 200.000 e le 400.000, numero superiore alle parole dell’opera. In gran parte sono varianti grafiche, errori ortografici, errori di lettura, distrazioni, ma in più punti il testo è ancora discusso.
Questo perché prima del IV secolo, e soprattutto tra II e III, la trasmissione del testo era affidata a scribi improvvisati, la minoranza di cristiani che era alfabetizzata ma non necessariamente colta; a ciò si aggiunge che nei (brevi) periodi di “persecuzione” (ovvero di applicazione della legge romana), come sotto Decio o Diocleziano, il sequestro e la distruzione dei libri sacri era uno degli interventi più frequenti, con probabili forti interferenze sulla riproduzione di manoscritti affidabili.
Né va dimenticato come nello stesso torno di tempo le feroci diatribe tra le varie comunità spingevano i copisti a modificare i testi “pro domo sua”. Un esempio è l’aggiunta al Vangelo secondo Marco degli ultimi versetti; Vangelo che in origine probabilmente terminava con la fuga delle donne dal sepolcro, senza le apparizioni di Cristo risorto. Ancora più significativa la frase “mulieres in ecclesiis taceant” di Cor. I,34, che contraddice quanto Paolo scrive poco prima, quando ordina che le donne che pregano o profetizzano siano velate; inoltre la frase spezza il periodo e compare nei manoscritti in posizioni lievemente diverse. Era evidentemente una nota inserita per richiamare Timoteo 2,12, lettera per altro considerata generalmente pseudoepigrafa, ovvero scritta da un cristiano qualunque, piuttosto misogino, che per essere ascoltato si spaccia per Paolo. La nota può essere entrata nella Lettera ai Corinzi come glossa copiata nel testo, per distrazione, o come voluta interpolazione misogina.
In conclusione, parola del Signore, di Jahwe, di Allah: se lo scriba non è stanco, distratto, falsificatore, inesperto o semianalfabeta.