Gleba – ādāmah di Sergio Gallo

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Dalla nota critica di Ivan Crico

La vita segreta degli animali, delle piante, di eventi apparentemente insignificanti a cui nessuno, o quasi fa attenzione; la vita degli ultimi, dei senza voce o degli eretici dalla lingua perforata, con chiodi un tempo, con l’oblio nel presente imposto da novelli inquisitori digitali. Sergio Gallo, nelle sue poesie, mette in contatto micro e macrocosmo, la Storia dei potenti, orrido ricettacolo di falsificazioni e abusi, con quella di chi vive al margine dei grandi eventi, spesso, quasi sempre, costretto a subire scelte altrui. Lo stupore davanti alle meraviglie della Natura, che descrive con l’esattezza dell’uomo di scienza, si sposa con l’appassionata parola della denuncia, della ribellione di fronte ad ogni atto lesivo della libertà di scelta e di pensiero. [...]

Dalla nota critica di Dario Talarico

Gleba è terra, suolo, zolla fertile, humus, quindi campo, fondo da coltivare; ma è anche il primo uomo di una stirpe straordinaria e straordinariamente miope, l’Adamo plasmato dal fango e dall’argilla, il gleboso. Gleba pertanto diviene per deroga anche genesi, nascita, inizio che è sempre inizio della fine. La terra è infatti territorio, luogo e origine di scontri e di scoperte, di ricchezze e segregazione; è stata per millenni confine umano di azione e percezione, come anche – in un mondo sempre meno equilibrato – di sfruttamento, di impoverimento, di saccheggio incontrollato delle risorse. Gleba cova in sé anche un rimando inevitabile alla servitù della gleba, dunque alla ghettizzazione, a una politica delle classi sociali, a un sistema piramidale basato ogni giorno di più sull’artificialità, sull’ignoranza della natura e la lontananza dai suoi ritmi e dai suoi silenziosi insegnamenti. Gleba per estensione, e come suggerito dal testo d’apertura della raccolta, diviene metafora dell’esistenza e del campo d’azione feroce e ferace della scrittura, dei suoi processi demiurgici e di stratificazione [...]. Questa decima raccolta di Sergio Gallo sembra quasi presentarsi come una summa della sua precedente produzione letteraria. In essa sono infatti presenti i tòpoi più cari all’autore, quali l’elemento naturale nelle sue svariate declinazioni, la terminologia scientifica, la vis polemica e la militanza, l’urgenza della parola e la sensibilità civile. Si ritrovano inoltre ancora svariati riferimenti e citazioni bibliche, eppure questo non è tanto il sintomo di un afflato religioso che pervade l’opera, quanto un espediente per evocarne l’incommensurabile portata profetica, l’atmosfera apocalittica che percorre trasversalmente la raccolta intera come fosse un hallalì laico e sotterraneo, uno sciamanesimo ultracontemporaneo e primordiale allo stesso tempo.[...] L’aggettivazione resta presente, ma non prepotente. La lingua, rinunciando maggiormente al lirismo, diviene piana, didascalica eppure contundente. Le incursioni scientifiche si fanno con maggiore nitore strumento e non fine. Il verso si distende orizzontalmente quasi a suggerire – in un’epoca di crolli – la necessità autoriale, intellettuale e umana di baricentrarsi, di rendersi statuari, calcificando gli snodi e le articolazioni, riducendo i rischi di caduta e di slogature, ma anche un paradossale operarsi alla stasi, a restare immobili, per osservare e osservarsi, per meglio comprendere, per opporsi ai flutti. Questa ultima raccolta di Sergio Gallo si presenta composita e articolata in dieci sezioni che si rimandano a vicenda. “Piccolo zoo nell’anima” riprende senz’altro dalle precedenti pubblicazioni la centralità della tematica zoologico-ecologista, e fin dalle prime pagine è possibile ritrovare il Sergio Gallo della nomenclatura (sirfidi, oritteropi, tardigradi, ippocampi e scarafaggi) e della provocazione, in un’incessante allegoria che di testo in testo sfuma e sfida i contorni permeabili tra il mondo animale comunemente inteso e quello umano. [...]

Da Gleba – ādāmah (Gattomerlino 2025)

La tigre siberiana (dello zoo di Bucarest)

Di Ettore, domatore di tigri, cui una carezza del felino
che più amava ha reciso la giugulare
– l’ultima tigre del Bengala o quella di Milosz,
ferma nella luce? – non son degno di argomentare.

Così d’altri delitti efferati offerti in bella mostra
dai beccai della cronaca nera.

Al custode somiglio dello zoo di Bucarest: quando seppe
che non v’erano più risorse per nutrire la femmina
di tigre siberiana di cui era responsabile,
con estrema dedizione si lasciò sbranare.

*

Area contaminata

Specchi nelle miniere di rame di Sāo Domingos: (8)
residui solforici su argini, increspature
fondali melmosi d’ogni fumante bulicame.

La teriaca dei sogni, dei miti
avvelenata senza rimedio.

Ombre fuggevoli attendono una morte da altri allestita
nella convinzione che la vita – servile a dismisura –
non sia che debiti e devastazione.

Sull’unica torre ferruginosa
spiccano tre nidi di cicogna.

Chi s’ostina a vivere, nonostante
e chi si sente miniera abbandonata.

*

Si buttano in picchiata davanti alle auto
che giungono veloci appena dopo
una curva cieca, all’imbocco d’una rotatoria.
Sequenza di fotogrammi lo stormo
d’arditi passerotti fulmineo sfreccia innanzi.
La sfida è staccare dal paraurti ghiotte parti
d’insetto o misurare l’abilità nel volo
in un pericoloso rito di passaggio?
Ho visto adolescenti annoiati con cuffiette
ad alto volume camminare lungo i binari
sfidando l’arrivo del treno. L’urto è mortale.
Sull’asfalto resta un mucchietto
d’ossa e piume, smaltito da corvi
mosche, formiche pullulanti.

*

Voyager Uno

… flussi di dati trasmessi per anni nell’iperspazio
da memorie danneggiate: così fra meno d’un secolo,
diventeranno pensieri e parole a noi abituali.

Filosofie, esperienze, letterature risucchiate
nel buco nero dell’inafferrabile tra galassie lenticolari,
giganti rosse e vasti mondi estinti.

Spazio per aliene forme di poesia?

*

Estate

Non dormo. Assilli di lavoro s’addensano,
senza ch’io possa vantarmi o dolermi
d’alcun lavoro. Né pare agevole
inventarsi su due piedi un nuovo mestiere.

Il presente: una minaccia continua.
Tengo la rotta fra dense nebbie;
emorragie d’anime inafferrabili
tra maglie di reti lacerate.

Con pazienza sciolgo grumi di dolore.
Negli occhi, nel cuore la luce
d’un estate primordiale: la tua,
la mia prima estate insieme.

*

ֹּל ֹקׁ ב שֵר֙מ ַ֙ע

A noi, fugaci osservatori
cui spetta l’incombenza
della vita e della morte,
a noi privi d’un cuore che ascolta

l’esigua urgenza della parola.

*

Sergio Gallo (Cuneo, 1968) è laureato in Farmacia presso l’Università di Torino e lavora come collaboratore di farmacia da 28 anni. Ha pubblicato nove raccolte poetiche: Pensieri d’amore e di disastro (Tipografia Saviglianese 1991); La giostra di Venere (Mario Astegiano Editore 2003); Canti dell’amore perduto (puntoacapo 2010); Pharmakon (puntoacapo 2014); Corvi con la museruola, (LietoColle 2017); Beccodilepre – poesie sulla montagna 2006-2018, (puntoacapo 2018); Approdi/Landings (Arsenio Edizioni 2020); Amnesia dell’origine (puntoacapo 2021); Eden – Memorie di un cittadino sospeso (Sensibili alle foglie 2022). Fa parte degli autori presenti in Ossigeno nascente – Atlante dei poeti contemporanei, redatto dall’Università di Bologna.

(A cura di Silvia Rosa)