Dalla postfazione di Mario Fresa
È il senso fitto di un lucido congedo dalla illusività di ciò che può essere detto vero (e, finalmente, di ciò che in generale può essere davvero detto) che traversa, come il suono di un accordo continuo, non estinguibile, il tessuto della parola poetica di Fabrizio Bregoli, tagliata da un sentimento di crisi che a volta a volta, e in alternanza, si fa tesa e disincantata proiezione di destrudo e, insieme, attiva battaglia contro le incerte (e fallimentari) risoluzioni del mistero che della vita medesima è compagna irrinunciabile. [...] Sottrazione. Elusione. Deriva di sé. Tentazione di guardare (di essere) col sostegno di una purezza oggettiva, incondizionata, intera. Queste le coordinate suggerite dalla ricerca poetica di Bregoli. In essa, il significato ultimo e il finale discoprimento del raggio risolutivo, cercati e interrogati dalla stessa Parola, restano sempre remoti, occulti, inesplicabili. [...] Trasformare la visione in un puro «fare scienza»; scivolare costantemente nella fonda nebulosa di un «battito elusivo». Precipitare-tramontare nella cancellazione del discontinuo, del duello, del binario, dell’altro. Camminare verso la sera. Essere quella sera.
Ecco il porto, amato e tentato, che la parola della poesia giunge a trattenere, per sfumature e avvistamenti, per calcoli e scampoli di calcolo inconcluso, finalmente inverando il paradosso ossimorico del «consolidamento / di un reale tutto frane, imperfezioni». [...] Vi è una dolorosa precisione scientifica nella lingua di Bregoli. Questo aspetto ci spinge a intendere la Parola non solo come indagine oltre la quale non è possibile nessun’altra indagine (quindi, come sommo segnale della fine di ogni rapporto, di ogni dualità), ma soprattutto come riflessione della lingua sulla lingua. Si tratta di una meditazione che mostra il senso più acuto di quella forma di resistenza e di difesa che noi chiamiamo Arte: la prospettiva della comunicazione poetica precede e supera, confutandolo, il linguaggio stesso delle lingue (se così non fosse, nessun poeta potrebbe essere mai tradotto). Ci muoviamo traversando un campo minato, mai percorribile nella sua precisa profondità, senza tregua sommerso da referti indecifrabili, dal «sospetto certo dell’inganno», da «refusi ineludibili»; e, infine, violato da «sabotaggi della memoria». Infuggibili sono, dunque, i doveri di sorvegliare e interrogare; di stupirsi e di capire. Inarginabile è l’inconclusione. Inevitabile, anche, il felice combattimento della parola forte della poesia contro l’altissimo drago del visibile e dell’incompreso.
Da Referti (Società Editrice Fiorentina 2025)
Talvolta nelle notti più serene
ti perdevi a fissare le meteore,
quel fuoco che crollava sulla Terra
con una scia lunghissima. Poi nulla.
La loro caduta, così profana
la prova incontrovertibile
di un errore insanabile nell’algebra
esatta delle sfere, l’evidenza
della corruttibilità di ogni cielo.
L’incrinatura di quel ghiaccio teso
che ci ostiniamo a chiamare Dio.
*
O il fare di un uccello di passo. Hanno
questo accadere esatto, i numeri
frequenze definite dove eludersi,
faglie intangibili.
I primi e i multipli, frontiere labili
Labbra che sfiorandosi s’ignorano.
*
Saperli dire tutti, come numeri
un alfabeto di soli radicali.
Vorresti chiamarli ancora rami, alberi
o come per il tasso
alberi, animali, animali ed alberi
insieme, o ancora, né animali né alberi:
soltanto quel né. Ruderi
tangibili, segmenti bordi aree:
una campitura netta, un Mondrian.
*
La mela di Newton, il dagherrotipo
a vapori di mercurio, la muffa
intrusa nella coltura di Fleming
tutti insieme dimostrano il fortuito
di ogni scienza, come siano le formule
da sole, a incunearsi nel reale,
a uscire dall’astratto che le incarcera.
Ma è la natura a rifiutare un ordine
canonizzato dal caso, e vi innesta
nuovi dissesti, aporie da risolvere
come l’oscillazione del neutrino
o l’evidente asimmetria barionica
dell’universo: rimediare almeno
in parte all’ingiustizia, e così all’uomo
riaffidare il compito di rendere
il mondo a sua misura, prevedibile.
Nel pieno esercizio della ragione
restituire l’uomo al suo incarico più nobile.
*
È sempre la ricerca della luce
la chiave della crescita a spirale,
un moto per evadere dall’ombra.
È la sequenza che ordina lo spazio
e impercettibilmente vi presiede
come si attorcono le foglie ai rami
come si avvolgono in corolla i petali.
Così tornare a scrivere dei fiori
sottratti a ogni ingenua compiacenza,
specimen o referti
di morfogenesi, di fillotassi.
La molteplicità delle varianti
conferma inalterata la sintassi
*
(Ritornare ai componenti minimi, ai blocchi funzionali, all’antefatto. I fondamentali: elettroni, ioni, diodi. Tutto sta nel saper riordinare, ricomporre in uno schema inedito il medesimo sostrato di fondo, programmare il sorgente e ricompilarlo per un nuovo esito. Non si scrivono che surrogati o repliche, riesumazioni da materiale di risulta. È lo stesso il patrimonio comune, un nucleo condiviso, aperto e mobile per statuto fondativo: codice open source.)
*
Fabrizio Bregoli, laureato con lode in Ingegneria Elettronica, lavora nelle telecomunicazioni. Ha pubblicato le raccolte di poesia: Il senso della neve (puntoacapo, 2016 – Premio Rodolfo Valentino), Zero al quoto (puntoacapo, 2018 – Premio Guido Gozzano), Notizie da Patmos (La Vita Felice, 2019 – Premio Città di Umbertide). Collabora come redattore con i lit-blog “Laboratori Poesia” e “Poeti Oggi”.
(A cura si Silvia Rosa)


