ENZA SIRIANNI
Mi sta capitando spesso di sentire il bisogno di cercare libri già letti nei miei scaffali e di posarli sul comodino o sulla poltrona dove mi concedo il riposo della lettura. Mi sono chiesta se ciò sia dovuto all’insoddisfazione per quanto di nuovo si trova sul mercato editoriale o ad un mio mutato modo di scendere nei libri.
Indubbiamente, le diverse prospettive di narrazioni e riflessioni possiedono sfumature che, se sapute cogliere, aprono varchi sempre nuovi verso quelle profondità interiori a noi stessi sconosciute.
Mi riferisco ovviamente al bisogno di maturazioni non tanto cognitive quanto piuttosto pratiche: non mi basta osservare difetti e manchevolezze di altri, vorrei vedere più nitidamente i miei per migliorare la qualità della mia vita al netto di auto-inquisizioni moralistiche e di altrettante auto-assoluzioni. Sarà proprio questo che mi spinge a rileggere il già letto? Oppure la “questione” attiene al fatto che siamo noi a cambiare continuamente? O è proprio della lettura avere una sorta di architettura che solamente ripercorrendola permette di coglierne il disegno? Così Italo Calvino in “Se una notte d’inverno un viaggiatore”:
«Anche io sento il bisogno di rileggere i libri che ho già letto, – dice un terzo lettore, – ma a ogni rilettura mi sembra di leggere per la prima volta un libro nuovo. Sarò io che continuo a cambiare e vedo cose nuove di cui prima non m’ero accorto? Oppure la lettura è una costruzione che prende forma mettendo insieme un gran numero di variabili e non può ripetersi due volte secondo lo stesso disegno? Ogni volta che cerco di rivivere l’emozione d’una lettura precedente, ricavo impressioni diverse e inattese, e non ritrovo quelle di prima. In certi momenti mi sembra che tra una lettura e l’altra ci sia un progresso: nel senso per esempio di penetrare di più nello spirito del testo, o di aumentare il distacco critico. In altri momenti invece mi sembra di conservare il ricordo delle letture d’uno stesso libro l’una accanto all’altra, entusiaste o fredde o ostili, sparse nel tempo senza una prospettiva, senza un filo che le leghi.»
Direi che, dalla mia esperienza, nel rileggere confluiscono più motivazioni con una di
fondo: non dare nulla per scontato per evitare di assolutizzare il mio punto di vista, facendo il gioco di quel tratto costitutivo della mente umana che cerca solo conferme.
Ripercorrere libri, così come il riguardare ad esperienze, il ri-posare lo sguardo con occhi nuovi sulle persone, li ascrivo dunque più al non sentirsi mai definitivi, lasciando che in noi entrino non solo conoscenze ma che esse e quanto si genererà dall’incontro, ci aiutino a chiarirci in rapporto con la vastità pluriforme della realtà, in una sorta di esercizio all’umiltà.
Infine, come ricordava Giorgio Manganelli, la scrittura possiede rumori sottili che ad una prima lettura magari non abbiamo captato. Riprendere in mano un libro, dovrebbe farceli auscultare, cogliendo echi profondi con effetti nuovi su di noi, estetici e spirituali. Si tratta di un tentativo di comprendere meglio il mondo – la letteratura ha certamente in sé questa funzione/qualità – e di avere conferme o scoprire aspetti inediti per orientarci nel turbine di insensatezza e inanità a cui sembra condannato il tempo in cui viviamo.
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Enza Sirianni, conosciuta anche come Enzina, ha insegnato nei licei Italiano e Storia.
Si definisce un’umile lettrice che ha moltissimo ancora da imparare dai libri e dalla vita. Ama la storia e la letteratura. Ha scritto e pubblicato articoli vari, approfondimenti e poesie; cliccando sul tag col suo nome si possono trovare i suoi pezzi su Margutte.
(A cura di Silvia Pio)


