Politica, poesia e pensiero qualitativo

13-10-sottocornola-a-bordo-copertina-jpgCLAUDIO SOTTOCORNOLA

Pasolini: poesia, popolo, vita autentica

Era il 1º marzo del 1968 quando ebbe luogo lo scontro tra studenti universitari e forze di polizia, noto come Battaglia di Valle Giulia, sede della facoltà di Architettura, dove spesso avevano luogo assemblee politiche non autorizzate, con interventi della polizia a sgomberare le aule occupate. In quella data, a seguito di uno scontro fra studenti di opposti schieramenti, la polizia arrivò per sedare la situazione, ma dovette fronteggiare una reazione violenta, ove si contarono 148 feriti nelle forze dell’ordine, 478 tra gli studenti, 4 arresti e 228 fermi.

Tale evento viene spesso ricordato per una poesia che Pier Paolo Pasolini scrisse dopo gli scontri, in cui assunse la difesa dei poliziotti, “figli di poveri” descritti nel loro carattere epico-popolare, a differenza degli studenti, quasi tutti “figli di papà” e avviati a una futura carriera di buoni e dominanti borghesi. Con quella poesia, intitolata “Il PCI ai giovani”, Pasolini non voleva certo opporsi alla rivoluzione culturale del Sessantotto, ma piuttosto sferzare quei privilegiati studenti a riconoscere la propria condizione senza ipocrisie, lasciandosi alle spalle la loro appartenenza borghese per muoversi dall’extra-parlamentarismo verso il tanto contestato PCI e, soprattutto, verso gli operai.

Ma facciamola parlare e ricordiamola insieme, questa poesia di Pasolini: “Avete facce di figli di papà./Buona razza non mente./Avete lo stesso occhio cattivo./Siete paurosi, incerti, disperati/(benissimo!) ma sapete anche come essere/prepotenti, ricattatori e sicuri:/prerogative piccolo-borghesi, amici./Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte/coi poliziotti/io simpatizzavo coi poliziotti!/Perché i poliziotti sono figli di poveri./Vengono da periferie, contadine o urbane che siano./[…] Ma prendetevela contro la Magistratura, e vedrete!/I ragazzi poliziotti/che voi per sacro teppismo (di eletta tradizione/risorgimentale)/di figli di papà avete bastonato,/appartengono all’altra classe sociale” (PP. Pasolini, Il P.C.I. ai giovani,  Nuovi Argomenti, n.10, aprile-giugno 1968).

C’è dietro questa provocazione un convincimento che Pasolini ribadì in diverse occasioni e modalità, e che oggi risulta semmai ancor più efficace a descrivere una condizione antropologica diffusa: l’inserzione nell’establishment culturale, definito allora come borghese, oggi assimilabile forse al concetto di mainstream (in quanto rivelatore di medietà ontologica), sembra rivelarsi più un indicatore di conformismo antropologico che di valore e originalità. E capisco a questo punto perché il grande regista e intellettuale, in una intervista televisiva dei primi anni ’60, dichiarava di sentirsi più in sintonia con persone che, al tempo, si erano fermate alla terza o quarta elementare, individuando in esse una maggiore autenticità e intensità di vita che nel modello borghese. Anch’io condivido, pur se a una certa distanza temporale, la medesima impressione, quella cioè di cogliere in persone non particolarmente scolarizzate una profondità di vedute, una empatia con la vita, una familiarità col valore, che mi coinvolge e affascina molto più della fredda erudizione o delle tecniche rigorose di qualche acclarato professionista, ma anche e soprattutto mi convince molto più del compiaciuto benpensare amministrativo di tanto progressismo, lontano dalla vita e dal suo dramma. Ciò che mi affascina in quelle persone è proprio la qualità mistica della loro vita, ovvero la percezione – che in loro è integra – della sua unità, della sua intensità, della sua sacralità, a prescindere persino dalle rispettive convinzioni o appartenenze religiose. L’uomo semplice, non corrotto da un’educazione finalizzata alla performance, al successo e alla convenzionalità, più facilmente giunge a una dimensione qualitativa, estatica o mistica, della vita ed incarna una forma di sapienza originaria e arcaica, che lo dispone a una forma di poesia della vita stessa, di cui oggi si avverte un estremo bisogno, proprio in contrapposizione a quell’efficienza tecnica che sembra rinchiudere le nostre esistenze in bolle digitali difficili da oltrepassare. Ragion per cui è oggi difficile trovare tale raro esemplare, ormai risucchiato proprio da quei mass e social media che tendono ad annullarne l’integrità.

È difficile entro questo contesto aspirare a una vita autentica (come voleva Heidegger), perché è difficile acquisire quel supplemento d’anima postulato da Bergson per fronteggiare l’abnorme ridondanza della tecnica che abbiamo denunciato come vero totalitarismo incombente. Si ha così il paradosso che proprio i soggetti più formati, entro la nostra civiltà occidentale, siano anche i più fragili nel riprodurre tali modelli culturali, essendone totalmente e acriticamente permeati, sia in ambito professionale che a livello valoriale profondo, per esempio politico, e dunque non in grado di elaborare un qualunque paradigma alternativo. Se ne ha che una sorta di nuova curia (come la chiamava il politologo Costanzo Preve) mediatica e istituzionale agisca come una specie di grande enclave o laboratorio dell’omologazione, che accumula dati e li articola tecnicamente per collocarli entro una struttura di potere (anche culturale), ma non è assolutamente capace di trascenderla, perché ne è parte, tanto che la sua visione coincide con essa, pura e ormai acefala espressione di totale appartenenza.

Il pensiero qualitativo e il recupero della condizione gnoseologica infantile

Non così per chi, povero, marginale, folle, originale o geniale che sia, alle maglie di tale rete sfugga conservando la semplicità qualitativa del bambino, contrapposta all’universo della quantificazione borghese, cartesiana e digitale, prettamente adulta. Tale quantificazione accompagna la scissione moderna fra scienza e sapienza, proprio a partire dal tentativo di Cartesio di elaborare una fisica che metta al riparo la nuova scienza dagli attacchi dell’autorità religiosa, basata sulla rigorosa distinzione fra res extensa e res cogitans, nella quale la scienza si occupa della sola materia e la teologia della sola anima, liberando ambedue dal rischio di qualsiasi conflitto ma, al contempo, sancendo un divorzio insanabile fra l’ambito della meccanica, che ha per oggetto il mondo materiale, e l’ambito spirituale, che si occupa dell’anima e del suo destino. Già Galilei, del resto, aveva affermato che alla scienza pertiene lo studio dei soli aspetti quantitativi delle cose, in quanto unici a sussistere indipendentemente dalla percezione soggettiva, mentre le qualità sarebbero mere impressioni derivanti al soggetto dagli effetti della presenza dei corpi. Insomma, il colore rosso corrisponderebbe esclusivamente alla lunghezza d’onda della radiazione che esso riflette, mentre la dimensione qualitativa per cui esso ci appare diverso dal blu, con tutte le risonanze emotive che ciò comporta, non sussisterebbero affatto in quel rosso o in quel blu.

Se tutto ciò può apparire ininfluente agli effetti pratici, non lo è in realtà rispetto alla visione del mondo che ne consegue, in cui la realtà risulta sostanzialmente grigia e amorfa, adeguata solo da una conoscenza matematico-scientifica che ne espliciti i rapporti quantitativi inscritti e manifesti nei fenomeni, mentre resta deprivata di tutta la vasta gamma delle qualità che, in fondo, rendono il mondo un luogo in cui vale la pena vivere, sancendo come illusoria la sua bellezza.

Il fatto che la concezione scientifico-tecnica abbia prevalso in misura così radicale da diventare il modello epistemologico dominante, ha finito col risucchiare poi entro la propria strategia cognitiva anche le scienze umane, e tutto è stato omologato ai suoi criteri, basati su quantificazione e predittività pratica, emarginando e quindi esautorando quegli approcci umanistici che avevano in passato connotato la cultura, attraverso arte, letteratura, filosofia, spiritualità, socialità, caratterizzati da un approccio qualitativo al mondo e finalizzati alla ricerca di una sapienza più vasta, radicalmente altra della semplice tecnica, in certo qual modo eminentemente relazionale e gratuita. Mentre la politica purtroppo, nella sua declinazione occidentale avanzata, è divenuta mera amministrazione, ovvero quantificazione, distribuzione e somministrazione di risorse.

Ma – come ci spiega Stefano Oliviero (“Un’epistemologia child-centred per una nuova cosmopoli. Note di filosofia dell’infanzia”, in metisjournal.it, Anno IV-Numero 2, 12.2014) – la dimensione qualitativa è propria dell’infanzia, dalla corrente pedagogia considerata non più solo come una fase evolutiva, ma piuttosto come “permanente possibilità dell’umano essere-nel-mondo”, eventualità che impone “il rinvenimento delle scaturigini infantili di ogni conoscenza (finanche la più oggettiva e scientifica)”, e il riconoscimento, “che nell’operare del nostro conoscere ‘adulto’ funge una dimensione infantile e che essa è fondamentale”. La questione dirimente – sottolinea ancora Oliviero – è poi che, se con la modernità la matematizzazione è stata esportata “anche nel regno delle negoziazioni umane”, con la conseguente perdita della dimensione qualitativa, avvalorando “un meccanismo di de-infantilizzazione, la precondizione di una adultità epistemica immacolata dal peccato originale dell’infanzia”, allora la guarigione da tale ferita può aver luogo solo grazie a “una epistemologia child-centred che riconosca che il modo di conoscere e pensare del bambino, contrassegnato dalla ‘presa’ sugli aspetti qualitativi, terziari, fisionomici del reale (e quindi non oggettivi in senso stretto), è pre-scientifico non nel senso di una priorità storica da sorpassare nello sviluppo cognitivo, ma di una priorità logico-strutturale che continua a fungere (nascosta, si direbbe in termini husserliani) nel processo di conoscenza umana”. E cita il grande filosofo e pedagogista statunitense John Dewey a sostegno di tale tesi: “Il mondo nel quale viviamo immediatamente, quello in cui abbiamo aspirazioni, successi e sconfitte è preminentemente un mondo qualitativo”; “L’esistenza immediata della qualitatività, e di una qualitatività dominante e pervasiva, è lo sfondo, il punto di partenza e il principio regolativo di ogni pensare” (“Qualitative Thought. In The Later Works of John Dewey, 1925-53”, 1984). Ma anche Merleau-Ponty concorda con Dewey nel ritenere che le più rigorose costruzioni della scienza stessa non possono che poggiare sul terreno della percezione, e dunque della dimensione qualitativa: “La coscienza che ho di costruire una verità oggettiva mi darebbe solo una verità oggettiva per me […] se non avessi, al di sotto dei miei giudizi, la certezza primordiale di toccare l’essere stesso, se, prima di ogni presa di posizione volontaria, non mi trovassi già situato in un mondo intersoggettivo, se la scienza non si appoggiasse su questa doxa originaria” (“Phénoménologie de la perception”, Parigi, 1945). Conclude dunque Oliviero: “Questo esige che si comprenda come la scienza non sia l’opera di un soggetto disincarnato che produce oggetti epistemici (concetti, costrutti mentali etc.) al di fuori da ogni commercio mondano, ma – per contro – la produzione di tali oggetti epistemici sorge sullo sfondo di ed è regolata da una situazione qualitativamente connotata. Accediamo a questa qualitatività in quanto siamo (stati) bambini, è un sapere infantile quello che ci consente di ‘essere situati’ nel mondo ‘colto’ nella sua pervasiva qualitatività”.

Si pone allora l’interessante questione di un eventuale recupero della condizione gnoseologica infantile e, più ancora, dell’integrità ontologica ad essa connessa, non come regressione temporale, ma come acquisizione di consapevolezza rispetto alla nostra ontologia profonda, anche e soprattutto quando vogliamo agire politicamente, come soggetti incidenti entro una società e le sue diverse forme progettuali, approccio oggi variamente disatteso da quelle forze che concepiscono l’azione politica come prassi atta a trasformare la materia, quantitativamente considerata, quantitativamente manipolabile e quantitativamente sacrificabile sull’altare dell’efficacia produttiva, che in un insieme di esseri umani vede atomi, molecole, corpi da aggregare, assemblare, costipare in società meramente promiscue, ove cade ogni riferimento ideale, a favore di una considerazione biologica, fisico-meccanica e psicologica (come modalità del biologico però), e al più squisitamente elettorale (ancora come corpo, anche se questa volta sociale). L’apologia migrazionista è in tale ottica un semplice corollario della considerazione fisico-meccanica dell’essere umano, cui non si ascrive una condizione di nativa appartenenza, di originario mito di identità, di empatia per la propria gente e territorio, ma che si definisce piuttosto come coacervo di bisogni da soddisfare – non importa se in forma predatoria, alienante e disumanizzante –, congeniale all’onnivoro sistema di produzione e consumo planetario, ad ora principale alleato della tecnologia stessa, in attesa che questa diventi del tutto autosufficiente e trascenda anche la logica dei consumi, in funzione di  un dominio assoluto delle coscienze e dei corpi, distopia che speriamo di riuscire a disattivare nell’impegno a salvaguardare l’umano libero arbitrio e la condizione di scelta che, pur compromessi, ancor oggi contrassegnano in vario modo la condizione umana.

(da Claudio Sottocornola, Da Sinistra a Destra (e viceversa?), in “A bordo. Cronache di navigazione a vista”, Gammarò Edizioni, 2025, versione integrale pp. 19-95)