Onnivoro o vegetariano: il dilemma

Frans Snyders, natura morta con tavola imbandita, 1625-29

Frans Snyders, natura morta con tavola imbandita, 1625-29

PAOLO LAMBERTI

Il genere Paranthropus, nostro cugino, è caratterizzato dall’essere vegetariano e dall’essere estinto: non necessariamente causa ed effetto, però è così. L’essere vegetariani, come i gorilla, comporta per quel genere molari e mascella grandi, cresta ossea sul cranio per l’inserzione dei muscoli masticatori ed un intestino molto lungo (la Miss Mondo Paranthropus avrebbe misure 90/120/90); essendo bassa la densità energetica dei vegetali e alto il consumo di energia di cervello ed intestino, se questo è lungo il cervello è piccolo.
Invece il genere Homo, come gli scimpanzé, si è evoluto diventando onnivoro, ricorrendo anche a proteine animali, e in più ha imparato ad usare il fuoco: la cottura sfrutta meglio l’energia dei cibi ed amplia la gamma di ciò che è commestibile; l’uso del fuoco risale certamente a circa 800.000mila anni fa, ma è probabile che risalga molto più indietro, alle origini del genere. La cottura ha letteralmente plasmato le specie di Homo: cibi variati, digeribili e morbidi hanno ridotto denti e mascelle, eliminato la cresta ossea, rimpicciolito la faccia a favore dell’ampliamento del cranio e accorciato decisamente l’intestino; l’energia risparmiata e quella più densa delle proteine animali sono andate a favorire la crescita del cervello, che è molto energivoro.
Per quasi tutta l’esistenza del genere, con le sue varie specie, l’essere onnivori ha portato a sfruttare una grande varietà di mezzi di sussistenza: i cacciatori raccoglitori anche oggi consumano almeno un paio di centinaia di alimenti, più o meno la quantità che si trova in un supermercato. Tra di loro le proteine animali hanno un ruolo molto significativo, ne è testimonianza l’estinzione della megafauna nelle Americhe (e prima in Australia), in coincidenza dell’arrivo degli umani; tradizionalmente questa coincidenza veniva considerata tale, fedeli al mito del buon selvaggio e per non inquietare i nativi, già vittime del colonialismo europeo: quindi si dava come causa principale i cambiamenti climatici tra glaciazioni ed interglaciali, glissando sul fatto che la megafauna aveva tranquillamente passato i precedenti due milioni di anni in condizioni simili. Poi l’arrivo della microfotografia, che permette di distinguere ossa macellate ed ossa predate da animali, e poi l’esame dei paleoDNA, che possono identificare anche l’alimentazione, hanno confermato che gli antenati dei nativi americani si nutrivano di molta carne, in gran parte della megafauna, sino a costituire causa fondamentale per l’estinzione; addio al mito dei nativi ecologici.
Una simile vicenda riguarda il cannibalismo, che gli antropologi culturali nel Novecento avevano rubricato ad invenzione del colonialismo europeo a partire da casi singoli, per sopire i sensi di colpa; poi i paleoantropologi hanno riconosciuto segni di macellazione in molti casi, e l’esame dei coproliti (cortese termine greco per le feci fossili) ha confermato che il cannibalismo è fenomeno non frequente ma diffuso tra i continenti ed i millenni. Del resto se esiste un tabù così forte contro il cannibalismo è perché la tentazione è presente; nessuno ha inventato un tabù sul masticare pietre.
Il passaggio all’agricoltura però ha segnato un grande passo verso l’alimentazione vegetale, ha portato la maggioranza dell’umanità a vivere di una dieta in gran parte vegetariana, basata su poche specie prevalentemente cerealicole, pane, patate, polenta, riso; i risultati si vedono negli scheletri degli agricoltori del passato e dei paesi poveri: riduzione della statura, carenze vitaminiche, denutrizione, sintomi di una grande varietà di infezioni e malattie, ossa deformate dal duro lavoro.
Essere onnivori non significa ingozzarsi di fiorentine ed hamburger, una alimentazione varia e bilanciata rende inutili le diete “senza” e gli integratori; e oggi si può vivere da vegetariani e anche da vegani evitando i problemi dei contadini poveri, grazie alla globalizzazione dell’agricoltura, fatta di specie “aliene”, e alla rete di trasporti e di commercio che offre un vitto vario e abbondante sugli scaffali dei negozi e dei supermercati, arricchito dall’industria degli integratori: non proprio una vita naturale.
Del resto distinguere tra cibi animali e vegetali significa usare classificazioni folkloriche; i regni dei viventi al momento sono 23, le alghe non sono per nulla vegetali e i funghi sono geneticamente intermedi tra vegetali ed animali: un risotto ai funghi è dunque meno etico di un’insalata mista, e se mangiare carne vuol dire mangiare cadaveri, una carota è maciullata da viva dai denti e tuffata in una pozza di acido cloridrico nello stomaco.
Rimane il problema di conciliare demografia, desiderio di proteine animali ed ambiente: ridurre la carne rispetto ai consumi attuali in Occidente significa tornare ad essere davvero onnivori; poi ci sono gli insetti, la carne coltivata, e nuove tecnologie che mirano a trarre proteine dall’anidride carbonica, o sostituire le uova in polvere sfruttando gli scarti della fabbricazione della birra; una start up giapponese promette bioreattori casalinghi a 400 dollari per coltivare la carne (al momento pochi grammi): domani bioreattori e stampanti 3D sostituiranno forse macellai e ferramenta.
Comunque “l’uomo è il corpo” scriveva Leopardi, il genere Homo è onnivoro ed un’etica che ignora l’evoluzione è un’etica contro natura.