KSENJA LAGINJA
C’era un tempo in cui
abitavamo la terra dei giganti
e la preda era la ricompensa,
non abbiamo desiderato altro
crescendo a brandelli.
*
Parliamo sottovoce
tentando di riconoscerci,
questo l’amore lo dà
questo l’amore lo toglie
la capacità di raccogliere
i pezzi a volto scoperto.
*
Restammo adesi e immobili
per un tempo a cui
nessuno diede un nome
il limite a cui tendevamo
senza chiedere la destinazione.
Tutto questo ci bastava,
il grande atto di incoscienza
asintotico e straordinario,
ma le impronte rivelarono
la nostra presenza agli altri
nello spazio che separa
i presenti dagli assenti
per giusta causa.
*
Tutti aspettiamo qualcosa
così si protegge l’amato
evitando di pronunciarlo,
per questo non ti nomino mai
non lo racconto a nessuno
né tento di avvicinarmi o sognarti
arrivo anche a negare il fatto
mi convinco in questo modo
di poterti salvare.
Dall’Introduzione di Alex Tonelli:
La poesia di Ksenja Laginja è un suono. Una lunga nota articolata che increspa il silenzio del mondo e dona al reale le sue infinite possibilità.
Nella silloge Chiamali ancora per nome, divisa nelle due sezioni, In principio fu la casa e La desolazione dell’acqua, Laginja non racconta, non descrive, non lascia mai che la prosa entri nel suo verso. Totalmente contro la tendenza attuale di trasformare la prosa in poesia – e viceversa – Laginja non abdica mai al ruolo mistico, quasi magico, di poetessa. La sua voce, profonda, appare misteriosa, a tratti ermetica, oscura. Ma è solo un’apparenza. Il verso, i singoli componimenti e l’intero libro sono una traccia incisa su un vinile: il lettore è la puntina del grammofono che dà vita a un suono che si riverbera come un La armonico e titanico sugli archi. […]
Annotazioni dell’autrice:
Sessantatré testi compongono questo libro, ma questo numero non è casuale anche se nessuna forzatura ha vincolato chi scrive. Il numero è giunto in modo naturale, come se le pagine avessero già scelto – in un patto cosmico e silenzioso – il proprio cammino. La somma delle cifre 6+3 ha come risultante il numero 9 che rappresenta il ritorno del multiplo all’unità, il compimento di un ciclo, il passaggio a un nuovo piano o livello e il duplice concetto di inizio e fine, di morte e rinascita. In alchimia segna il ritorno alla matrice, il 9 simboleggia infatti l’opera al nero – Nigredo – la prima grande trasmutazione alchemica, la fase dissolutiva che precede la rinascita e la liberazione dai vincoli della forma precedente, porta di accesso a un nuovo livello di esistenza.
Il 9 è un numero sacro, moltiplicando infatti il 3 per se stesso torniamo a lui completando l’eternità. Rappresenta la soddisfazione spirituale, il conseguimento dell’obiettivo, il principio e la fine che riporta al Tutto.
Essendo il 9 l’ultimo numero delle cifre essenziali rappresenta anche il cammino evolutivo dell’uomo, incarnando il numero dell’iniziazione che segna la fine di una fase dello sviluppo spirituale e l’inizio di un’altra nel passaggio dalle unità alle decine. Come “triangolo di ternari” o triplicazione della triplicità rappresenta l’immagine completa dei tre Mondi: il materiale, lo spirituale e l’animico.
Può essere disegnato graficamente come un cerchio, una ruota, uno scudo o un serpente, e coincide con il superamento dell’individualità tentando la chiusura del cerchio, il ritorno all’Uno e il passaggio al numero 10 e al suo vero compimento.
Nove sono i mesi della gestazione, nove sono le muse dell’antica Grecia. Nettuno è stato il nono pianeta del sistema solare prima di essere declassato a pianeta nano.
La nona lettera dell’alfabeto ebraico è Thet, che nella Ghimatria rappresenta il numero 9. Nella Kabalah il numero 9 incarna la bontà. L’archetipo del Nove è il Liberatore la cui funzione è quella di matrice.
Ksenja Laginja, Chiamali ancora per nome, Arcipelago itaca Edizioni 2025



