Percezioni

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DINA TORTOROLI

È il giorno 13 marzo 2025 e io mi sento elettrizzata, perché potrò condividere l’esperienza straordinaria che Gabriella Mongardi propone oggi a noi Marguttiani.
Andrò anch’io «In montagna con Ludwig Hohl».
Tre giorni di attesa, ed ecco, ho nelle mie mani «il piccolo immenso libro» (La salita, Palermo, Sellerio, 2024) cui l’autore «ha consacrato la vita» (Mongardi).
Ho indecifrabili aspettative, accingendomi a leggere questo misterioso «Viaggio in montagna» (Mongardi), e inizio quasi con trepidazione:
«1 Una nave portentosa»
“Realismo magico?”.
Proseguo:
«Inizio d’estate, primissime ore del mattino: nel profondo delle Alpi, al punto di congiunzione fra due valli, su sedie verdi di metallo, davanti a un caffè ancora addormentato, sono sedute due figure che l’abbigliamento e l’attrezzatura rendono facilmente riconoscibili come alpinisti (spessi abiti di lana e cappelli di feltro, sacchi da montagna, uno dei quali con una fune arrotolata sopra, lunghe piccozze e pesanti scarpe chiodate: la vicenda si svolge in uno dei primi decenni del secolo). Attendono un autobus che li porti su per un tratto, nella valle laterale».
Ludwig Hohl omette la canonica dicitura: “Interno/Esterno – Luogo – Giorno/Notte” e la formattazione standard delle pagine, ma è evidente che sta scrivendo una “sceneggiatura”.
Infatti, egli prosegue rispettando le regole tecniche della “scrittura visiva”: la descrizione dell’altezza e della “struttura” fisica dei personaggi, le “espressioni” dei loro volti, gli sguardi, i movimenti:
«Lungo e asciutto il primo, l’espressione addormentata in volto; e dopo un po’ si è addormentato davvero L’altro, di gran lunga meno alto, più compatto di struttura, guarda continuamente verso l’alto; uno sguardo indagatore diretto ad alcune vette sovrastanti, a quella loro presenza tutt’attorno, di rara imponenza e splendore».
Non manca una battuta, che questo personaggio innominato deve mormorare “appena percettibilmente”, “riferendosi all’accompagnatore addormentato”: «Purché venga anche lui!», in modo che l’accenno a un problematico rapporto fra loro dia inizio alla trama.
La Sequenza 2 (Prima salita) presenta “Note di regia”:
«La prima salita si compie di mattina attraverso il rado bosco di montagna, lungo un sentiero disposto a serpentine, oltre un lungo e ripido pendio impregnato di luce e d’aria, immerso ancora nel freddo eppure già nel primo calore. Davanti cammina Ull, dietro di lui il lungo, asciutto Johann, ma non hanno lo stesso passo: chini entrambi, sì, tuttavia il primo in misura un po’ maggiore, e i suoi movimenti sono agili, quasi noncuranti: è un buon camminatore; il secondo invece non ha nulla d’agile, lavora di forza come dovesse infliggere duri colpi al monte: un cattivo camminatore».
Le immagini del paesaggio, ovviamente, sono tutte scelte dallo sceneggiatore in funzione della tesi che sta a cuore al regista (e in questo caso – è persino superfluo dirlo – Hohl ha entrambi i ruoli).
Per evidenziarla, egli si affida alla buona prassi degli “effetti sonori”.
Il tema ricorrente (che sarebbe meraviglioso poter affidare a Ennio Morricone) è associato alla presenza di corsi d’acqua, in una decina delle venti unità narrative di cui si compone il testo. (Non casualmente, l’ultima è intitolata Il torrente) **. È un motivo conduttore che la mente associa all’idea inquietante di un mondo che si trasforma in ogni istante. Persino le rocce che sembrano inoltrarsi “come un’enorme nave nell’eternità”, sono ininterrottamente levigate e frantumate dall’incessante scorrere dell’acqua. Non c’è tregua: nelle sequenze in cui non vengono nominati i “ruscelli” sono evidenziati sia i fenomeni erosivi in atto, sia le loro conseguenze. Però, Hohl non tralascia di mostrare che l’acqua è altresì l’elemento che permette alla valle “l’apoteosi del suo rigoglio”, le campagne “d’ogni verde possibile”, i “morbidi cuscini d’erba ornati di fiori delicati”, i boschi di latifoglie e di abeti, i bucaneve; insomma, tutto ciò che ricopre di vita le rocce.
In sintesi, possiamo affermare che le venti serie di inquadrature svolgono parallelamente due temi: riflessioni sull’uomo e sulle passioni che lo dominano, e vicende “del regno delle altitudini”, cui può accedere soltanto una esigua minoranza di “provetti alpinisti”, o di “accompagnatori di provetti alpinisti”: un territorio affascinante, dominato dal “massiccio montuoso, che si è costretti a guardare prima d’ogni altra cosa”. “Visto dal basso e da una certa distanza […] se ne coglie solo la ripidezza, il distaccato, incontrastato trionfo”, ma il regista sa insistentemente indurre a “guardare da vicino”, per constatare quanto sia illusorio credere “eternamente immobili” le “belle rocce”. Infatti, nulla è eterno se cambia incessantemente, ma l’uomo, che neppure si accorge di quanto sia illusoria l’idea di eternità, non impara nemmeno dalla precarietà della sua esistenza, a voler gioire insieme ai suoi simili di quell’esperienza. Al contrario, la svilisce, etichettando l’intero creato, in base a pregiudizi, per poi disprezzarlo. Afflitti dalla “mania di superiorità”, gli esseri umani creano disparità anche tra i propri simili, e non li sanno ascoltare neppure quando potrebbero essere loro di grande aiuto, pur ricoprendo “ruoli” modesti. Non può accadere, nella vita, che si riesca a “scambiarsi i ruoli”?  Hohl, infine, lo chiede, ma pensa che la sua domanda verrà recepita «forse» come «domanda senza senso» (20. p. 123).
Ho precipitosamente accennato ai temi di cui l’autore si occupa per 49 anni, perché, infine, mi sono sentita investire da un torrente di sensazioni, più travolgente di quello che scaraventa il protagonista Johann contro i massi e negli affossamenti. Anch’io non ho “appigli”! Non posso intuire cosa effettivamente renda “orribile” il mondo agli occhi di Hohl, poiché non so nulla della sua vita.
Devo ricorrere alla Prefazione che non ho voluto leggere prima del testo, per non essere influenzata da pensieri altrui. «La vita di Ludwig Hohl vi assicuro che vale la pena di essere raccontata, quanto e più della sua opera, forse» dichiara Davide Longo. Egli dice che Ludwig nasce nel 1904, ma sorvola sulla sua infanzia: «quella di Ludwig è un’infanzia come tante». Poi, però, ci fa sapere che «è alle scuole superiori che si manifestano le prime difficoltà ad accettare il mondo così com’è. Risultato: Ludwig viene espulso per la cattiva influenza che ha sui compagni. […] Lasciata la scuola, Ludwig Hohl rompe i rapporti coi genitori (che evidentemente lo stressano, direbbe un adolescente contemporaneo) e si impone un auto-esilio che lo porta a vivere a Parigi, a Marsiglia, a Vienna e poi all’Aia. Va detto, a scanso di equivoci, che durante questi anni di peregrinazioni Ludwig Hohl evita come la peste ogni lavoro che potremmo definire comune, preferendo di gran lunga la scrittura, la povertà più nera e l’alcoolismo. Campa in sostanza di sussidi pubblici e di qualche amico che ne intuisce il talento e lo foraggia. Si aggiungono riviste e giornali che pubblicano qualcosa di suo, ma sempre con scarso entusiasmo. Scarso entusiasmo condiviso dagli editori, che rifiutano sistematicamente ogni sua proposta, giudicandola strampalata, bizzarra, invendibile. È costretto quindi, quando riesce, ad autopubblicarsi. […] A partire dal 1934, quindi a trent’anni, Hohl comincia a lavorare a un progetto colossale fatto di brevi saggi, aforismi, citazioni, abbozzi di storie, raggrumati in capitoli con titoli come: Sul lavoro, Sulla scrittura, Sulla morte. Un’opera frammentata e frammentaria che nella sua testa però è connessa da un profondo legame interiore, tanto che ottiene di farsene pubblicare una parte. […] Nel 1954 il nostro Ludwig si trasferisce a Ginevra, e decide di passare dalla cantina mentale, dove è rinchiuso da anni in polemica con il mondo letterario e il sistema in genere, a una cantina vera e propria […] un sottoscala, dove appende i pizzini con aforismi e brevi spunti di cui sopra. Questa cantina diviene così la leggendaria cassa di risonanza dei suoi pensieri, del suo genio e anche della sua incapacità di mettere il naso fuori. Leggendaria per pochi, a dire il vero, almeno per il momento, perché Ludwig Hohl continua a non pubblicare quasi nulla, né a guadagnarci di che vivere. […] A partire dagli anni Settanta il mondo si accorge finalmente di lui. Vince alcuni premi letterari, tra cui il Premio Petrarca (a proposito di ascensioni ai monti!) e si conquista una fama circoscritta, ma sincera tra gli addetti ai lavori. Inutile dire che è soprattutto La salita, pubblicato dopo quarantanove anni di ritocchi, a mietere consensi. Senza esagerare, quanto basta per avere qualche soldo in tasca e l’umore giusto per lasciare la cantina» (Prefazione, pp. 16-19).
Qui mi fermo, perché ho la netta impressione che all’iniziale progetto di stendere la sceneggiatura di un’indagine sul senso della vita Ludwig Hohl abbia, un certo giorno, deciso di abbinare il “copione” di sessioni di “psicodramma” **, suggerite dalla propria esperienza.
Individuo problematico – quindi temibile –, ostinato nel non voler seguire l’“esempio” di coloro che “ce la fanno”, nei periodi in cui gli vengono concessi sussidi pubblici egli è senza dubbio seguito da psicoterapeuti, e ne apprende linguaggio e tecniche d’intervento.
Ecco, quindi, che lo sceneggiatore-regista diviene psicodrammatista, e induce i protagonisti a guardare sé stessi in relazione con gli altri e a mettere in scena eventi, sogni, ricordi, desideri: insomma, tutto ciò che è presente nel loro mondo interiore. È facile constatare la bravura di Hohl, nel dirigere l’“azione drammatica”, facendo ricorso  alle  principali tecniche ideate dall’inventore del metodo: la tecnica del “sogno” nella sequenza 4 (Il  sogno dell’orso),lo “specchio” nella 5 (Il pendio della malinconia), il “soliloquio” nelle sequenze 17 e 18: La voce dell’amica e La lunga notte, e l’ “inversione del ruolo” nell’ultima sequenza, in cui Johann, insieme alla baldanza di Ull, sfoggia, però, anche la sua “presunzione, anzi temerarietà”, e ride con disprezzo del contadino – “uno delle bassure” – che invano gli fa “cenni molto energici”, perché non cerchi di “varcare il torrente (o piccolissimo fiumiciattolo) senza una passerella”.
Pubblicando questa sua opera del tutto anomala, Ludwig Hohl ha anche il merito di avere trasformato in intervento sociale un metodo normalmente utilizzato come “terapia del singolo”.
Infatti, il sogno di Johann induce i lettori, compresi gli specialisti della mente, a riflettere sui pericoli “serissimi” che incombono su tutti gli uomini, compresi coloro che si illudono di poterli affrontare con “metodi eccellentemente pensati” per “prospettarli ad altri, a mo’ di ammaestramento”. E la fascinazione improvvisamente esercitata su Johann dal pendio, sempre percepito come “insignificante, misero e squallido”, segnala che ogni essere umano aspira a uno “sguardo di considerazione”, che i “diversi”, gli “espulsi”, ottengono – se lo ottengono – soltanto dopo una vita di tribolazioni.
Mi viene in mente il caso clamoroso di Antonio Ligabue, il “bambino ritardato”, il “pittore pazzo” che solo a cinquant’anni vede premiati i quadri in cui dipinge tigri, leoni, leopardi che, da bambino, ha visto – imbalsamati – nel museo di San Gallo.
Eppure già allora «quelle bestie nei disegni di Antonio sono libere, belle come lui, come quella parte di lui che ancora nessuno vede, ma che lui sa che c’è, nascosta: delicata come una farfalla e fiera come un’aquila». ***

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* Mi pare obbligatorio citare i brani, indicando il numero della sequenza-capitolo e della pagina in cui compaiono, perché il lettore possa sperimentare l’onnipresenza dell’acqua e il suo incessante scorrere:

(1, p. 27) «Dalle campagne d’ogni verde possibile zampilla qui o là, con promettente irruenza il torrentello. Per essere precisi, uno dei due torrentelli che confluiscono qui da qualche parte, nei dintorni, celati fra cespugli, d’un verde chiaro».

(2, p. 30) «Dal fondo, il mormorio o il gorgoglio lieve d’un ruscello, ora udibile appena, ora già più percettibile».

(2, p. 30) «Si sedettero accanto a una sorgente lungo il sentiero, un piccolo rivo scorreva tra le rocce in mezzo a un largo nastro d’erba».

(2, p. 31) «Sotto si scorgevano la parte superiore della valle laterale, un piccolo fiume e, sull’altro versante, di poco più sopraelevato, un paesino […]. E i suoni del ruscello o del fiumiciattolo – o forse anche di vari altri ruscelli – salivano ininterrotti dal basso, attutiti e melodiosi».

(3, p. 36) «E come quasi sempre avviene nelle baite sugli alpeggi, c’era anche dell’acqua che scorreva nei paraggi».

(3, p. 38) «Poi tornava la quiete universale della notte sui monti, quella quiete imponente formata da un ininterrotto, melodico fragore, un fragore così lieve che non lo si percepisce più appena si leva un minimo rumore, ma che poi riemerge, misterioso e immutabile, come proveniente da lontanissime, gigantesche cisterne, introvabili per chi le cercasse».

(5, p. 44) «Quel torbido versante della vallata era percorso in modo quasi regolare da innumerevoli fili sottili, grigi o giallastri: i ruscelli alimentati dalla pioggia».

(7, pp. 52-53) «numerosi minuscoli corsi d’acqua (che di quaggiù non s’erano scorti) pozzanghere gelate e infine campi innevati spiccavano sul fondo buio come lastre metalliche […] struttura meandrica dei piccoli e intricati corsi d’acqua».

(8, pp. 58-62) «i seracchi: il ghiacciaio è una corrente di ghiaccio che si muove lentamente. Poiché tuttavia il suo letto non ha mai un decorso regolare, nei tratti dove la pendenza si accentua (e dove l’acqua d’un comune torrente schiumeggerebbe) si aprono delle fenditure […] i seracchi veri e propri sono relativamente rari: e questo appunto perché si creano in condizioni assai particolari […] è come se il ghiacciaio fosse stato tritato, si usa dire […] a volte si sentono anche scrosciare sul fondo dei torrenti»

(18, p. 111) «non un gorgoglio d’acqua; non s’udiva più nemmeno il solito fragore della notte in montagna… D’un tratto uno strepito assordante, come il crollo d’una torre… e poi di nuovo silenzio di morte.»

(20, Il torrente, pp. 118-122) «Il ruscello scorre ancora come allora […] Avrebbe varcato il torrente (o piccolissimo fiumiciattolo) anche senza una passerella, sia pure, magari, a costo di un paio di balzi. Pietre ce n’erano a sufficienza in un torrente del genere, e se non proprio in quel punto, certamente in un altro».

(20, pp. 121-122) «così [Johann] vola nel torrente e batte la testa contro una roccia. È un torrente o un fiumiciattolo? Come si preferisce, o meglio: più giù nella valle, dove si fa più larga e piana, bisogna già parlare di un piccolo fiume; lì però è un vorticoso torrente di montagna. Non trascina grandi masse di acqua con sé; ma quest’acqua irrompe con forza poderosa ora da sinistra, ora da destra, attorno a macigni che non offrono appiglio, oppure lo offrono insufficiente, perché troppo scivolosi o troppo arrotondati»

** Lo “psicodramma” è un “intervento curativo”, ideato dallo psichiatra romeno Jacob Levi Moreno negli anni Venti del secolo scorso, e adottato nei decenni successivi in tutto il mondo. Utilizza la rappresentazione teatrale, il gioco di ruolo e l’improvvisazione, per esplorare emozioni, esperienze e dinamiche relazionali.

*** Elisabetta Salvatori / Marzio Dall’Acqua, Delicato come una farfalla, fiero come un’aquila / Il mondo libero di Antonio Ligabue, Graphital Edizioni, Parma, 2009, p. 21.

Alcune date della vita di Ligabue, dalla Biografia essenziale, pp. 59-63:
18 dicembre 1899
Antonio nasce a Zurigo da Elisabetta Costa, originaria di Cencenighe Agordino.
Settembre 1900
Viene affidato a una coppia di svizzero-tedeschi, Elise Hanselmann e Johannes Valentin Göbel , con i quali rimarrà sino al 1919.
18 gennaio 1901
Bonfiglio Laccabue, emigrato in Svizzera dal Comune di Gualtieri, sposa Elisabetta Costa e il 10 marzo successivo legittima il piccolo Antonio, dandogli il proprio cognome, che poi il pittore, divenuto adulto, cambierà in Ligabue.
17 maggio 1913
Antonio entra nell’Istituto di Marbach, un collegio per ragazzi handicappati. Si segnala subito per l’abilità nel disegno e per la cattiva condotta.
Maggio 1915-17
Viene espulso da Marbach. Ha completato la quarta elementare. Si trasferisce con la famiglia adottiva a Staad dove inizia a fare il contadino. Lavora saltuariamente e conduce una vita girovaga.
Aprile 1917
Nei suoi numerosi trasferimenti viene senz’altro in contatto con i pittori girovaghi che costituiscono i naïfs dell’Appenzell.
15 maggio 1919
Ligabue viene espulso dalla Svizzera, su denuncia della madre adottiva. La donna, trovando il giovane indifferente e scostante nei suoi confronti, era andata al Municipio di Romanshorn per lamentarsi di lui, senza rendersi conto delle conseguenze che il suo gesto avrebbe prodotto.
9 agosto 1919
Scortato dai carabinieri arriva in Italia, a Reggio Emilia.
1919
Lavora come “giornaliero” … fino al 1929 agli argini del fiume Po… sempre più saltuariamente.
1927-28
Vive come un selvaggio nei boschi e nelle golene del Po … Inizia a dipingere e a scolpire con l’argilla più assiduamente … In quell’anno viene avvicinato dallo scultore Marino Mazzacurati.
1937-41
Una prima volta con la diagnosi di “stato depressivo” e una seconda per “psicosi maniaco-depressiva”, viene internato nel Manicomio di S. Lazzaro di Reggio Emilia … È aiutato dallo scultore Andrea Mozzali.
1948
Continua a dipingere e lentamente la sua fama si diffonde. Vince premi, vende quadri.
Febbraio 1961
Mostra delle opere di Ligabue a Roma.
Novembre 1962
A Guastalla (RE) gli si dedica un’ampia antologica.
27 maggio 1965
Muore al ricovero Carri di Gualtieri.