50. Reti relazionali

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DINA TORTOROLI

«Intanto i miei amici non lasciano d’inculcarmi di vegliare sulla mia persona, mettendomi in vista, che Acton non ha altro modo di vendicarsi, che solo quello di uccidere sé stesso, o di togliere la vita a me».
Nel concludere il dispaccio del 24 febbraio 1795, Francesco Piranesi sembra incurante del cerimoniale, però è difficile credere che osi confidare ¬ a Sua Eccellenza il ministro ¬ Sparre la trepidazione per la sua sorte, dimostrata quotidianamente dai particuliers con cui è in rapporto.
Ritengo molto più probabile che egli stia riferendo il comportamento di coloro che avevano investito nella sua finta “Memoria difensiva” la speranza di “far conoscere la verità al pubblico” per “togliere alla sua voce il freno della paura”, vale a dire gli amici massoni.
Possiamo, infatti, immaginare che per opera della loro catena d’unione*, trionfalmente ¬ in un primo momento ¬ fosse stato coinvolto Carlo Imbonati in quell’action de combat contro il dispotismo ministeriale; ma inaspettatamente si fosse presentato l’inglorioso compito di arginare l’eccessivo protagonismo del prestanome, che avrebbe potuto lasciarsi sfuggire indizi utili agli “spioni” di Acton, la cui vendetta era facilmente pronosticabile, considerando che non aveva avuto remore nel trasformare don Luigi de Medici in “preso di Stato”.
A ben vedere, di “implicazioni massoniche” nella vicenda Acton-Piranesi parlano persino critici di professione, anche se non si attardano mai a fornire chiarimenti.
Come lettrice senza connotazione professionale, ma animata dal desiderio di recuperare tracce della presenza di un uomo di cui si è voluto cancellare qualsiasi ricordo, io sono invece più che mai attratta dal tentativo di dare un nome ai volonterosi Confratelli e agli eventuali fautori del loro programma.
Penso che uno di essi potrebbe essere proprio il ministro Azara, chiamato in causa dallo stesso Piranesi: «Azzara è mortalmente nemico di Acton, e n’ha ragione, onde nessuno più di lui, è impegnato a propagandare lo scorno di Acton, e il mio trionfo».
Il nome di questo funzionario spagnolo mi riporta, infatti, a due momenti particolarmente esaltanti della mia indagine: l’individuazione di documenti arcadici che restituiscono a Carlo Imbonati la fisionomia di intellettuale militante (puntata n. 10) e la mia ipotetica attribuzione a Mengs del ritratto che Giulia Beccaria dichiarava essere opera di “a
È simultaneamente appagante e stimolante, ora, ricordare che nell’Accademia dell’Arcadia, nel 1773, sia Azara che Imbonati, durante la medesima Adunanza Generale Straordinaria del giorno 9 Aprile 1773, nel Salone del Serbatojo avevano suscitato battimento di mani e voci di applauso.
Pertanto, torno a leggere con ulteriore interesse, nel verbale dell’Adunanza, che il Sig.r D. Giuseppe Niccola de Azara – Agente di Sua Maestà Cattolica in Roma – è aggregato agli Arcadi con le pastorali denominazioni di Admeto Cillenio, «essendo assai chiaro per la sua vasta erudizione, e pel suo scelto genio verso le buone Lettere Italiane».
È inevitabile che ora io mi chieda quali potessero essere propriamente gli eccezionali requisiti che rendevano un diplomatico straniero meritevole di essere ammesso in quella che era considerata “una sorta di accademia nazionale, la Repubblica dei letterati d’Italia”.
Inoltre, sapere che Azara è “impegnato” – nel 1795 – a propagandare lo scorno di Acton, provocato dalla pubblicazione della “Lettera di Piranesi”, mi induce a supporre che lui stesso potesse avere avuto un ruolo decisivo in quell’iniziativa “sous prétexte” **.
Come sempre, diventa imprescindibile verificare l’attendibilità delle mie intuizioni, approfondendo la conoscenza dell’eccezionale funzionario.
Mi avvalgo del saggio di Silvia Tatti L’antichità come dispositivo culturale militante: Il Circolo di Nicolàs José de Azara, inserito nel volume La diplomazia delle Lettere nella Roma dei Papi dalla seconda metà del Seicento alla fine dell’Antico Regime (disponibile in rete, pp. 231-244):
[…] «La presenza pluriennale a Roma di Nicolàs José de Azara fornisce un caso di studio interessante all’interno della diplomazia delle Lettere […]. «Azara arriva a Roma nel 1766 come agente generale e procuratore del re di Spagna, diventa figura centrale della diplomazia spagnola ed è nominato poi ministro plenipotenziario nel 1784, ruolo che ricopre fino al 1798. Il soggiorno romano si prolunga quindi per più di trent’anni (con una breve interruzione tra il 1774 e il 1776) e si interrompe bruscamente a causa degli eventi rivoluzionari; Azara svolge inizialmente un importante ruolo di mediazione tra il papato e Bonaparte già in occasione dell’Armistizio di Bologna del 1796, ma deve poi seguire Pio VI in Toscana nel 1798 e viene successivamente destinato dal governo spagnolo a Parigi, dove muore nel 1804».
[…] «Il caso di Azara è stato ampiamente studiato in anni recenti, sia per il ruolo politico dell’ambasciatore nella rete delle relazioni internazionali tra Italia e Spagna e nel contesto europeo, sia relativamente alla sua attività culturale e editoriale con particolare attenzione alla collaborazione con Bodoni. […] Egli indica una strada di socialità e di impegno intellettuale che costruisce un modello alternativo rispetto a quello accademico tradizionale, fondato su una comunità sodale di letterati aperti a una prospettiva europea, con formazione e provenienza varia, accomunati da una concezione dinamica dell’antichità come filtro attraverso il quale confrontarsi con il mondo e con la Roma contemporanea.
[…] «Il Palacio de España è dunque, negli anni in cui Azara vi si trasferisce, dopo la nomina ad ambasciatore, un luogo di ritrovo di uomini di lettere accomunati da interessi archeologici e filologici e da una declinazione tutta settecentesca di un umanesimo classicista, fondato non solo sull’esplorazione filologica del passato, ma sulla circolazione delle idee e dei lumi, su  un cosmopolitismo che aggrega attorno a una tradizione culturale comune letterati provenienti da diversi Stati italiani ed europei, che proiettano Roma in una dimensione internazionale».
[…] «La centralità culturale di Azara […] emerge anche dalle numerose dediche a lui rivolte dagli amici e sodali. […] Carlo Fea, nominato nel 1783 dal principe Sigismondo Chigi assistente di Ennio Quirino Visconti, dedicando ad Azara la traduzione della Storia delle arti del disegno di Winckelmann, ricorda il favore con cui il diplomatico aveva seguito l’archeologo tedesco e coglie proprio la natura pubblica di studioso di Azara, ritraendolo come un letterato e soprattutto un filosofo, che coltiva un’idea moderna di utilità delle Lettere in funzione del progresso del genere umano, in nome di un attivismo ben lontano da una declinazione contemplativa di rapporto con l’antico: “non vi sono titoli cari a Voi se non se quelli di letterato, e di filosofo, non v’è signoria per Voi gradita se non quella, che benefica i vostri simili; non v’è grandezza di vostra soddisfazione, che quella di fomentare, e di proteggere coloro, i quali o per via delle industrie, o per via delle scienze, tendono a rendersi benemeriti di tutto l’uman genere”».
[…] «Per la sua condizione, Azara frequenta l’ambiente aristocratico e diplomatico che ruota attorno al papato e alla politica romana; è spesso presente in cene e occasioni mondane cui partecipano l’ambasciatore francese, cardinale de Bernis, suo grande amico, i principi Santacroce e Borghese, il cardinale Zelada, rappresentanti diplomatici di diversi Stati. Il “Diario Ordinario” rende conto ripetutamente dell’attività mondana dell’ambasciatore: nel numero del 2 luglio del 1791 si riferisce di un pranzo dato da Azara al principe Augusto d’Inghilterra, figlio del re Giorgio III, cui parteciparono la contessa Palatina di Podlachia, il principe e la principessa Santacroce, il conte Carlo Gastone Della Torre Rezzonico, il Marchese Durazzo, probabilmente Girolamo: la diplomazia europea unita all’aristocrazia romana».
Il nome del Conte comasco Castone della Torre di Rezzonico, che nel 1779 aveva prudentemente evitato di esprimere una valutazione della commedia massonica La Bastiglia (da me attribuita all’Imbonati), però era caduto in disgrazia nel 1790, quando il duca Ferdinando di Borbone gli prescrisse la dimissione da ogni carica, perché sospettato di «avere avuto un incontro con Cagliostro» (puntata n. 23), mi fornisce un indizio davvero sorprendente.
Molto importante è poi sapere che «la pubblicazione dell’Aristodemo del Monti a Parma da Bodoni nel 1786 fu sostenuta da Azara».
Infine, suscita in me la speranza di trovare utili testimonianze a Parigi la notazione della Tatti: «Il legame [di Azara] con Roma rimase centrale anche negli anni parigini, nel corso dei quali egli frequenta alcuni esuli della Repubblica romana, come Ennio Quirino Visconti e il viterbese Giambattista Casti, morto a Parigi nel 1802».
Un’ultima dichiarazione di Silvia Tatti suscita infine la mia riconoscenza, poiché suggerisce un preciso itinerario di ricerca che spontaneamente non avrei saputo individuare: «I legami di Milizia, intimissimo di Azara, con la massoneria*** aprono un’ulteriore frontiera che andrebbe indagata».
E la studiosa avvia immediatamente l’investigazione:
«Tra i sodali di Azara, Francesco Milizia merita un’attenzione particolare per il suo profilo di intellettuale poligrafo, la cui carriera si svolge a stretto contatto con gli ambienti diplomatici; la sua presenza stabilisce un legame tra la cultura dei lumi meridionale e la prospettiva europea coltivata nel circolo di Azara. Molto vicino all’ambasciatore, come risulta anche dalle sue Notizie autobiografiche, Milizia gli dedica Memorie degli architetti antichi e moderni, in cui Azara è paragonato a Tucidide, Senofonte, Plinio, Cicerone “genj sublimi che seppero dagl’impieghi pubblici raccorre ritagli di tempo per erudirsi e per illuminare tutta la posterità: cuori generosi infiammati per la vera gloria, per la felicità del genere umano. Anche il nostro Secolo, malgrado la politica più complicata, va adorno di consimili Personaggi. Ella, Signore, è in questa nobile classe”».

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*«La catena d’unione» è «simbolo di fraternità universale nonché legame che unisce fra loro ritualmente i membri di una loggia e idealmente tutti i massoni sparsi per il mondo» (Gian Mario Cazzaniga, La catena d’unione / Contributi per una storia della massoneria, Edizioni ETS, Pisa, 2026, p. 16).

** Ricordiamo che “sous prétexte” avevano agito sia Rousseau sia Agostino, cogliendo l’occasione di un affronto subìto, per avviare – difendendo il proprio onore – un dibattito di vitale importanza.

E Rousseau aveva prodotto un testo che offriva la sintesi interpretativa del suo pensiero, che fino ad allora aveva esposto nelle opere, pubblicate “per essere utile all’umanità”.

*** «Francesco Milizia nacque a Oria, in Terra d’Otranto, il 25 nov. 1725 […] A fronte delle scarne notizie biografiche sulle circostanze del suo trasferimento nella città papale, due lettere possono contribuire a chiarirne gli antefatti. L’indirizzo della prima al principe Camillo Borghese, come “suo servitore”, rimanda a un possibile canale di relazioni intrattenute dal Milizia tra Roma, Napoli e la terra d’Otranto, poiché la sorella del principe, Eleonora, era sposata a Michele Imperiali, principe di Francavilla e marchese di Oria, influente mecenate di letterati e artisti […]. Il contenuto della seconda, indirizzata il 19 nov. 1763 dalla loggia massonica Les zelés (o Gli zelanti) di Napoli alla Gran Loggia d’Olanda di Amsterdam, rimanda invece ad altre più oscure relazioni del Milizia. Infatti la richiesta rivolta ai confratelli olandesi di utilizzare come intermediario per la corrispondenza il “Sigr. D. Francesco Milizia, Roma [che] avrà cura di farci pervenire le vostre lettere per le vie più sicure” […], non solo ne prova l’appartenenza alla massoneria, ma ne attesta anche una posizione di responsabilità connessa a una lunga militanza nelle file della corrente realista da cui la loggia Les zelés era sorta il 10 apr. 1763, probabilmente nella loggia del principe di San Severo, Raimondo de’ Sangro, alla quale appartennero l’Orlandi e il principe Imperiali. La lista degli esponenti di questa loggia, tra cui i principi di Caramanica, F.M.V. di Aquino, e di Canneto, G. Gironda, marchesi Vincenzo Montaperto, Vincenzo e Gaetano Montalto e l’abate Kiliano Caracciolo […], suggerisce altre possibili relazioni intrecciate dal Milizia a Napoli e nella provincia salentina e ancora perduranti a Roma, nel segreto dei pochi ambienti aperti a influenze massoniche; tra questi il circolo filogiansenista dell’Archetto, ispirato da Giovanni Gaetano Bottari, amico e corrispondente di uomini politici e di cultura napoletani a cominciare dal primo ministro Bernardo Tanucci» (Dizionario Biografico degli Italiani)