Silvia Rosa e l’ombra dell’infanzia

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GABRIELLA MONGARDI

Se qualcuno si pone la domanda “A che cosa serve la poesia?”, in L’ombra dell’infanzia di Silva Rosa (peQuod 2025) trova una risposta inconfutabile, definitiva: “A dire l’indicibile”.

L’indicibile non in senso positivo, come avviene con la “poetica dell’ineffabile” nel Paradiso dantesco, ma in senso negativo: è l’orrore, la violenza più subdola e inconcepibile quella che emerge dai testi di questo libro, la violenza sessuale perpetrata sulle bambine da parte di adulti che avrebbero dovuto proteggerle.
L’autrice stessa ci informa che le sue poesie nascono come “reazione” alla lettura di saggi e testimonianze sul tema, demolendo così il mito romantico, duro a morire, della poesia come puro “sfogo” autobiografico, e indossando invece i panni del “poeta-complice” a cui pensa Borges:
Mi crocifiggono e io devo essere la croce e i chiodi.
Mi tendono il calice e io devo essere la cicuta.
[…]
Il mio nutrimento sono tutte le cose.
Il peso preciso dell’universo, l’umiliazione, il giubilo.
Devo giustificare ciò che mi ferisce.
Non importa la mia fortuna o la mia sventura.
Sono il poeta. (trad. D. Porzio)

Il poeta cioè, per essere tale, deve trascendere la propria esperienza personale per quanto atroce, deve assumere su di sé “il peso dell’universo”, farsi portavoce del dolore degli altri e nascondere il proprio “all’interno del proprio fiore”, la poesia (Emily Dickinson).
In questo caso, poi, “il poeta” è la poeta, e il suo sguardo, per quanto asciutto e distaccato (conditio sine qua non per la scrittura d’artista), ha una prospettiva femminile di apertura, di sostegno verso le altre bambine abusate. Così, sotto il rovesciamento del linguaggio delle fiabe per smascherare la crudeltà del reale, sotto la durezza delle parole (lacrime acide corrosive, macerie, cieli duri, chicchi d’uva avvelenati, ali spezzate) e la ferocia delle metafore (io sono un guscio svuotato / nel becco impietoso di un corvo), la voce conserva la vibrazione commossa della sorellanza, e ostinatamente incalza le cose inenarrabili, le stringe in un assedio sempre più ravvicinato, fino a definirne con la massima esattezza i “meccanismi” e inchiodarli sulla pagina perché si stampino nitidi nei nostri occhi.

La figura retorica dell’antifrasi è dominante, a partire dalla dedica (Alle sopravvissute) e dai titoli delle sette sezioni in cui il libro è suddiviso: C’era una volta, L’ombra dell’infanzia, Tutta tenebre, Il dio dei bambini rotti, Decalogo di sopravvivenza per bambine sotto scacco, Ciò che hanno fatto di noi, Il gioco delle nuvole. Non si sopravvive all’esperienza dell’ abuso, se non in una forma di esistenza svuotata, meramente esteriore e illusoria, perché privata per sempre dell’innocenza; la formula di apertura delle fiabe non assicura nessun lieto fine, ma la permanenza dell’incubo nel presente e il gioco delle nuvole (immagine di leggerezza, ma a una distanza irraggiungibile) non basta certo a riscattare il dolore di un’infanzia negata, e la condanna di essere nata bambina in un mondo patriarcale duro a morire.
L’antifrasi è il rispecchiamento di una realtà rovesciata, di un sovvertimento delle attese, ne è l’equivalente stilistico perché le parole, le frasi vanno intese “a rovescio”, respinte nel loro significato apparente di positività: il dio dei bambini rotti non ha nulla di misericordioso nei loro confronti e lo stesso vale per le madri, per le altre figure adulte che affiancano le bambine violentate ma restano cieche e sorde e mute davanti all’inimmaginabile. Gli unici “aiutanti” delle bambine sono altri bambini e soprattutto gli animali (un passerotto, un gattino, una tartaruga…) – esseri fragili come loro, vulnerabili come loro, ma preziosi alleati e amici nello sforzo titanico di ribellarsi al proprio destino: deposto il vessillo delle vittime, / abbiamo scelto di non essere carnefici.

È un libro duro, impegnativo, arduo da leggere perché non lascia vie d’uscita, non cerca né offre consolazione, ma trova le parole per dire l’indicibile, e fa della poesia una denuncia: la più ferma, la più potente possibile.

***

Da L’ombra dell’infanzia (peQuod 2025, collana Rive, postfazione di Franca Alaimo)

Sorelle mie, abbiate pazienza,
non possono comprenderci, e per questo
non sanno quel che dicono. Noi abitiamo
questa e l’altra dimensione, il luogo ordinato
dell’ovvio e il paese spolpato buio, con buchi
grigi sullo sfondo. Noi camminiamo ancora,
come da bambine, al confine tra i due mondi,
sulla lama arrugginita di un coltello, ballerine
dalle mille giravolte, attente a non cadere più
in quell’oltre da spavento. Ma varcata la soglia
una volta, noi lo sappiamo, è per sempre.
Raggelate dal morso che riecheggia nel solco
della bocca, conosciamo bene l’attesa della
preda e l’impotenza della tana. Noi siamo
l’ombra dell’ombra di noi stesse, le testimoni
ammutolite di ogni male che esiste tangente
all’altra vita, alle violette in fiore, alla palla
da rincorrere, al gelato che si scioglie in fretta:
è la copia speculare di un’infanzia da parabola,
ma nel risvolto della storia, noi lo sappiamo,
ci sono le mani di qualcuno che ci fruga addosso,
il suo sesso disgustoso, il passo indietro,
esattamente lì, nell’altro posto. Ma non si può
spiegare, sorelle mie, non possono comprenderci,
e per questo non sanno quel che dicono.

***

Il balconcino a picco sul mondo,
in cima al condominio, ripido, da cui
sbirciare il moto delle nuvole di stoffa
e il periplo solare, d’estate era una striscia
conquistata dall’impero dei miei giochi, io
la monarca delle terre confinate tra il geranio
rosa e il tendone dal colore del fogliame
più ombroso. Le altezze impervie da cui
mi affacciavo riducevano l’intorno
a miniatura, potevo schiacciare con un dito
la fila di automobili e gli alberi e i pupazzi
animati che sfilavano di sotto. Qualche volta
usciva anche il mio vicino, un bimbo occhialuto
e timidino, che sapeva di borotalco.
Ma tu le guardi le nuvole? Non vedi come
cambiano i contorni? E giù a indovinare
le loro mille forme. Ma io sapevo che quel fare
innocuo era un mimare acerbo il gioco della
morte. Io conoscevo il senso di quel viaggio,
tra i piovuti voli dei piccioni, sapevo che
la direzione era lineare, da un qui a un oltre
senza più volto, trascolorare i confini
in un candido pulviscolo, poi dissolversi.