La parola anfibia di Vanna Carlucci

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Da La parola anfibia (Il Convivo Editore 2025, collana Occhionudo)

Salvare il verso giusto.
Una protesi sull’osso:
il taglio
la lingua
questa maledetta verità.

Ti scrivo la parola
un segnale.
Risorgere, tu ed io,
come cicale.

Cosa mostrare
cosa dire
lasciare masticare nella bocca
e dopo deglutire

*

Il cuore è spaccato
quanta retorica – è vero – ma
la distanza tra me e te che non mi vedi
è questa ferita senza immagine.
“Della vita le zampe” diceva Friederike e tu resti illeso
senza sfondare la crosta del tuo sguardo
senza parole
col tuo linguaggio tra le corna,
senza ritorno.
Illeso e abusato
“della vita le zampe”.

Ti ho pensato tutta la notte ed eravamo in trappola.
Corpi crudi, pesanti.

Portami nel bosco.

*

Le foglie lungo i bordi delle strade
come un inciampo negli occhi dei passanti
si fanno lucciole
all’ombra dei lampioni
leggere e scuoiate dal ramo bagnato
si muovono verticali
scucite dal cielo.

Sul palmo della mano
il peso di un suono
come la pioggia sottile e
scioglie una scrittura ancora
lontana da una forma.
Finita la pioggia anche il tempo sarà in fuga
la sua immagine nel riflesso delle pozzanghere
strette dalle intermittenze di luce
come l’eco di una somiglianza impressa nel buio.

*

Un giorno ci salverà solo questo seme di vita tra i denti.
Forse nascerà tra le ferite delle nostre bocche
una piccola parola bianca
quel “noi” a curare la distanza
perché la solitudine è dei vivi e
ci scortica fino a lasciarci con le ossa in mano
è il taglio vivo inferto dal boia
che ci trascina sul patibolo
la traccia viva dei giorni tutti uguali.
Ma io e tu dove saremo?
Il tuo frusciare su di me come corona di tiglio e il mio cuore
giglio nero aperto al richiamo del sole.
Io e tu
mai interamente compiuti
due polmoni affaticati
due occhi da neonati.

*

La pagina bianca
il buio tra le mani.
Questo è un tempo che evapora tra le labbra
che hai lasciato e
che ti hanno toccato.
Scocca l’istante
e la luce della lampada apre il vuoto nella camera.
Le mani lavorano accendendosi piano
l’attrito lacera il movimento
la parola nasce dentro il suo liquido nero e
si sparge lungo un campo di terra sterminato.

La parola è anfibia.

Se resto
è perché il tempo
disfa piano quegli sguardi che tu hai raccolto per me
come un sasso che conta
i propri salti sull’acqua.
Se resto
è perché si abita nella vertigine
del rincorrerci senza trovare appigli
cedendo alla bianca sostanza del vuoto.

*

Vanna Carlucci (Bari, 1987) vive e inse­gna materie letterarie a Roma. Ha colla­borato come critico cinematografico per diverse riviste di cinema nazionali. Come visual-artist ha approfondito il campo
del linguaggio fotografico partecipando ad alcune mostre collettive e personali, e ha lavorato da archivista all’interno di una residenza d’artista per il recupero del patrimonio fotografico di famiglia. È co-fondatrice di Ra Yo – Research About Your Origins. In poesia ha pubblicato la raccolta Involucri (LietoColle, 2017). Le illustrazioni contenute nel libro sono dell’autrice.

(A cura di Silvia Rosa)