Dalla prefazione di Massimo Morasso
[...] Prima ancora di aver aperto il libro, ci troviamo così a chiederci che cosa siano i radicanti in questione. Addentrandoci a volo d’angelo fra i quattro “blocchi” (di quindici poesie ciascuno) che strutturano con rigore geometrico l’architettura del macrotesto ci parrebbe di poter rispondere che siano cose chiare e ben distinte, posto che la Scopa le ha ordinate con l’acribia del trattatista fitosofo inserendole in “speci”, corrispondenti alle sezioni chiamate a dar corpo all’insieme: Semi e infiorescenze; Sequoie; Soffioni; Graminacee. Nel “teatro di finto equilibrio” (la forma poetica) dove l’io poetante può dire tanto «Sradico parole come fiori» quanto «la fenomenologia / è il giallo dei bambini» la chiarezza, infatti, è soltanto apparente, è il segno di un’esigenza morale e non di un limite di superficialità, o d’estetismo; l’istinto catalogatore non ordina e riassume se non per via di titubanti epifanie autoriflessive («Il tempo che mi porto in salvo / l’ho pregato oltre il confine / delle cose certe») e l’attitudine all’osservazione fenomenologica del regno naturale ha soprattutto la funzione di pre-testo ordinatore, “illuminista” di una mente inquietamente pro tesa verso la scintilla spirituale che in esso si produce, e che l’attira a sé. [...] La Scopa tenta semplicemente di polarizzare verso l’Anima la forza motrice dei semi radicanti, nella lingua, che «ogni cosa sanno sostenere», coltivando «piccolissime poesie» con «poco azzurro» e guardando la terra – ovvero: «il punto più alto di noi» (che però, afferma, scrive piangendo). Ecco, sta quasi tutta in questa dolentissima professione d’umiltà la fisionomia della poesia che trova spazio nel libro. Prima di iniziare a leggerlo, ricordiamoci che un radicante è un fitormone che stimola la formazione di radici nelle talee, vale a dire le parti, i frammenti di una pianta capace di rigenerare, radicando, un nuovo individuo. Come ci ha insegnato Baudelaire, la natura è un tempio dove, alle volte, dei pilastri viventi “lasciano uscire” parole confuse. È una struttura simbolica complessa inscritta in ciò che la Scopa in funzione di pilastro ci avverte essere il «mistero che governa le vene». Per il quale, anche se si è perso il proprio «chiama angeli», ci si può pur sempre sorprendere scrivendo «un prato per le mani», domandarsi quale sia «il preciso momento / in cui l’anima entra nel corpo?», e confessare che «le cose celesti» ce le insegnò nostro padre – il che dà discreta evidenza del legame che stringe la Scopa, così come altri fra i più sensibili poeti figli del “seme della terra”, a un tormentosamente negato immaginario metafisico, foss’anche da intendersi in senso aristotelico, senza lampanti aperture a orizzonti idealistico-trascendenti. Nella sua dura, impietosa vicenda mondana di nascita, copula e morte, la natura si rivela “matria” difficile da assecondare senza obiezioni e ribellioni. E tuttavia si può riuscire a farne un interminabile strumento di fertilità nel e tramite il linguaggio, quand’esso tenti di evocare onestamente il vero, come accade con profitto in questo libro.
Da Radicanti (Bertoni Editore 2025)
Senza tracce apparenti di dolore, i vestiti
parlano di noi tra risa e legna asciutta da ardere
ci ha lavati di ogni morire
quel canto alle radici
o forse quel rimanere immobili
come gechi bruciati di parole
ci sono scadenze sui vetri, nelle attese
sul rovescio e sopra ogni cosa,
ma la dormienza mi protegge i semi.
Radicanti fanno così, ogni cosa sanno sostenere.
*
E il cerchio non ha più il centro
gli uccelli non hanno più il becco
la pioggia non bagna
ho venduto le piume a un gatto
il buio alle lucciole.
C’è un deserto
e io ho piantato in una zolla una rosa.
*
Le cose del cielo me le ha insegnate mio padre:
scrivere i temporali con le sue trombe d’aria.
Allora tacevo.
Una quercia di cielo la sua tristezza.
Qual è il preciso momento
in cui l’anima entra nel corpo?
Le cose sono come sono, mi dicevi
e non ho mai capito la coincidenza di quel tuono,
la pioggia improvvisa che ancora mi bagna.
*
Certe domeniche mia nonna tuonava rosari
ché mi vedeva sempre troppo magra
“Santa Maria delle Grazie custodiscila tu” diceva.
Un po’ t’assomiglio,
dove ancora prego piano per assonanza
e olio di lavanda quando va tutto bene.
Certe domeniche
Il pane era la comunione che m’obbligavi.
Se avessi ancora una madre
vivrei raccontandole
come mi si chiude ancora lo stomaco quando non la trovo.
*
Da bambina avrò cura di me
colmerò quel diaframma sciancato
dei giorni felici
questo essere tana e nido d’aria
mi crescerò da dentro.
Ho sognato
nell’enorme spazio del mondo
un albero solo
un alfabeto di rami
il punto in cui si spezzano
quando sono stanchi d’esistere.
*
Dirti il malore dentro
la pioggia, le condizioni del cielo
pubblicate sul tuo viso
mentre in tv un film d’amore francese
esplode.
L’inverno che non si dimette dal mio
cuore quando scende sotto zero.
Scrivere parole desuete di notte
le volte che non ho preso sonno
perché il vento tra gli alberi mi spaventa.
Lo puoi capire
in ogni direzione il mondo, uccide
ma tu sei America
dov’eri mentre tremavo sopra la solitudine?
*
Ho avuto freddo sulle maniglie delle porte
di tutto il tempo che mi chiude dentro
ho sempre uno spazio, un angolo cieco.
Esistere è un finto bouquet di fiori
un cappotto in estate
un condominio senza appartamenti
un dolore di muri affrescati
un passo che non so d’avere
il lato opposto delle mie stesse ragioni
un andarsene senza esserci mai stata.
*
Annamaria Scopa nasce a Vasto (CH) in Abruzzo, ma ha vissuto prevalentemente a Roma. Attualmente vive e risiede a Genova. Dopo gli studi superiori si iscrive in conservatorio a Pescara dove studia canto lirico. È presente in diversi volumi antologici, tra cui: Nel corpo della voce, edito da Contro luna edizioni e Una furtiva lacrima. Poeti al tempo del dolore, curato da Vincenzo Guarracino, edito da Di Felice edizioni. Collabora con diverse riviste, tra queste “Nova” Rivista d’arte e scienza di Antonio Limoncelli. Pubblica nel 2017 la sua prima silloge, dal titolo Dove nevicano le viole, edita da Letteratura alternativa edizioni.
(A cura di Silvia Rosa)


