CLAUDIO SOTTOCORNOLA
“Non ci sono fatti, ma solo interpretazioni”, dichiarava Nietzsche nei suoi “Frammenti postumi” (1884-5), profetizzando un approccio cognitivo ed esistenziale che sarebbe diventato, un secolo dopo, quello dominante. Postmoderno e pensiero debole hanno infatti compromesso definitivamente la convinzione positivistica che affermava i dati della scienza come fatti, mentre il crollo delle ideologie e l’abbandono delle grandi narrazioni religiose ha ulteriormente liquefatto l’ordine di valori e convinzioni che, volta a volta, aggregavano la civiltà occidentale entro questo o quell’orizzonte condiviso.
Gianni Vattimo, uno dei maggiori assertori italiani del cosiddetto pensiero debole, ha sempre inteso il tramonto delle grandi certezze cognitive del passato, delle grandi narrazioni collettive, come un guadagno, come emancipazione o affrancamento dalle rigide strutture della tradizione metafisica, e acquisizione di un habitus tollerante e caritatevole che accoglie punti di vista e affermazioni eterogenee proprio in virtù dell’abbandono di un presunto e costrittivo ordine di verità dogmaticamente predefinite.
L’insieme di tali nuove disposizioni, mentali ed esistenziali, ha finito tuttavia col produrre quella liquidità sociale, icasticamente definita da Bauman, che va sempre più configurandosi come babelica convivenza di irriducibili diversità, ormai incapaci di interagire efficacemente in nome di un fine comune e di un medesimo orizzonte cui tendere. Il mondo contemporaneo appare così caratterizzato più da indifferenza che da caritas, e in esso le coscienze sembrano sfiorarsi scorrendo su binari paralleli che non si incontrano mai, “ognuno in fondo perso dentro i fatti suoi” (“Vita spericolata”, Rossi-Ferro, 1983).
Vi è stato infatti un salto di qualità nell’assumere l’approccio nietzschiano, per cui se tutto è interpretazione, allora ogni interpretazione si equivale, quella dello stonato quanto quella del provetto cantore. Così è sotto gli occhi di tutti che in ogni ambito, da quello artistico a quello etico, da quello linguistico a quello pedagogico, si va affermando una sorta di omogeneizzazione delle differenze, per cui la competenza conta quanto l’ignoranza, il talento quanto l’incapacità, il valore quanto la sua negazione.
Sono in molti a sostenere che viviamo dunque nell’era della post-verità, tanto che l’Oxford English Dictionary ha deciso di eleggere post-truth come “parola dell’anno del 2016″, in connessione col referendum sulla Brexit e con le elezioni presidenziali americane dello stesso anno, situazioni in cui si è creduto di rilevare un sistematico utilizzo della disinformazione e manipolazione mediatica. Tale definizione evidenzia un fenomeno che riguarda in primis proprio il mondo dell’informazione e la propaganda politica, nei quali diventerebbe sempre più ininfluente il riferimento a fatti circostanziati e accertati e sempre più determinante l’appello alle emozioni, agli stati d’animo e alle convinzioni pregiudiziali dei potenziali destinatari della comunicazione. L’avvento dei social media e della comunicazione digitale ha enormemente ampliato le possibilità manipolatorie già notevoli nei tradizionali mass media, permettendo la produzione in serie di siti, news, tweet e video dal contenuto palesemente falso o ingannatorio, ma avvertito come credibile da referenti sprovveduti.
Si parla spesso di echo chamber per indicare quegli spazi virtuali in cui soggetti con le medesime opinioni si rafforzano a vicenda condividendo messaggi e news che li confermano nei rispettivi pregiudizi, mentre risulta sempre più difficile uscire dalle cosiddette filter bubble, aggregati di informazioni personali determinati da algoritmi che, quando usiamo un motore di ricerca come Google, ci orientano ad ambiti informativi affini, evitando di esporci a quelli eventualmente conflittuali, con la finalità di garantirci una navigazione gratificante e prolungata. Anche se questo processo non esclude del tutto che si possa intercettare il diverso da noi, il contatto con l’altro sembra alquanto compromesso, e con esso anche quello con la realtà articolata e divergente che è poi quella del quotidiano e della vita vera. Che sia anche per questo che la cronaca nera pullula poi di atti di efferata violenza perpetrati da quanti non riescono ad accettare un rifiuto, un dissenso, un contrasto, e risolvono il conflitto con la soppressione del loro malcapitato interlocutore?
E perché alla estensione ed amplificazione delle attuali opportunità comunicative sembra fare riscontro un appiattimento delle abilità cognitive, una banalizzazione del gusto e del giudizio, un prevalere di istanze conformistiche rivolte al consumo e alla soddisfazione di bisogni primari? Occorre purtroppo riconoscere che l’era della post-verità non si limita ad asserire una sorta di ecumenica eguaglianza delle istanze emergenti ma – al contrario – nell’assumere liquidità, debolezza cognitiva e leggerezza esistenziale, si oppone ad un pensiero che orienti ad una qualunque ulteriorità che non sia quella delle merci e del consumo. È la logica del capitalismo corrente, e la sua epica è quella degli spot ma, sul piano antropologico, anche dei reality, dei talent, dei talk show, delle paginate Facebook o Instagram, ove troppo spesso si celebra l’elogio dell’apparire, della rappresentazione, della simulazione.
Leggevo tempo fa di un tour promozionale dell’imprenditrice e influencer Chiara Ferragni in vari negozi e centri di cosmetica ove, per poter accedere alla lista dei suoi uditori e magari avere un selfie con lei, occorreva fare shopping per almeno 49 euro, partecipando ad un previo e selettivo gratta e vinci. I contratti milionari che legano i duchi di Sussex Harry e Megan a Netflix per un docu-reality sulla loro vita in America e Harry all’editrice Penguin Random House per l’esclusiva di una biografia sulla vita alla corte dei Windsor dimostrano – dollari alla mano – quanto la risonanza mediatica conti più di merito e talento. E lo stesso può dirsi delle infinite memorie di veline e calciatori che il mercato editoriale ci propina, che fruttano agli autori (verisimilmente coadiuvati più o meno integralmente da ghost writer che scrivono al loro posto) compensi a molti zero, o di una cultura ormai monopolizzata da opinionisti e conduttori di talk televisivi.
Nuotare nel magma dei feticci costruiti dalla post-verità mediatica ci aiuta a comprendere la deriva antropologica in cui siamo immersi. L’immaginario collettivo è ormai stabilmente abitato da un olimpo di personaggi il cui carattere fittizio e talvolta grottesco diventa tuttavia normativo, e va a costituire il canone di ciò che è pertinente nel nostro contesto di civiltà, con le derive che sono sotto gli occhi di tutti. Allora si capisce perché diversa è la condizione umana che gli affreschi della Cappella Sistina hanno saputo generare, rispetto all’antropologia che sorge dall’immaginario mediatico banale che oggi ci travolge fra spot, reality e morboso infotainment. E si avverte anche perché la questione della post-verità, nella degenerazione che appiattisce ogni opzione entro una sacrilega equivalenza, non riguarda solo l’inattendibilità di una notizia o di una campagna elettorale, ma più radicalmente l’inattendibilità della condizione umana rappresentata e proposta alla pubblica imitazione.
Osservavo in rete la foto rubata da qualcuno a una celebre e spregiudicata conduttrice Tv, colta completamente priva di trucco, e mi colpiva che lo sguardo, privato di ciglia finte tiranti, colori di ombretti e fard, senza l’abituale cornice di acconciature e luci di scena, appariva vuoto e vacuo, privo di qualunque espressività. E riflettevo su un bel testo di Jacques Maritain, “Approches sans entraves” (1973), nel quale il grande filosofo si sforzava di delineare le condizioni delle anime nell’aldilà, intersecando riflessione razionale e fede. Ebbene, egli concludeva al fatto che, liberate dalla corruzione terrena, esse sarebbero diventate totalmente trasparenti alla propria essenza, riflettendola nella pienezza della sua verità, nella coincidenza di estetica ed etica. Dobbiamo allora riflettere sul fatto che oggi lifting, trucco e botulino, ma più in generale esposizione mediatica, risultano trasfiguranti agli occhi delle masse certamente ben più di una canonizzazione ufficiale o di una diuturna dedizione a qualche nobile causa scientifica o umanitaria. Queste, nello sforzo ingenuo di adeguarsi a cotali modelli mediatici, non si avvedono di impoverirsi, perdendo aderenza alla propria più intima essenza, che è non solo una caduta sul piano etico profondo, ma anche una perdita di armonia e bellezza.
Se della post-verità dobbiamo infatti salvare qualcosa è il suo mettere in discussione la pretesa ad una presunta oggettività che potrebbe trasformare la nostra limitata conoscenza in presunzione dogmatica, l’attenzione che essa rivolge al mondo delle emozioni e dei sentimenti, che intervengono efficacemente nella nostra elaborazione di conoscenza e non vanno ignorati ma valorizzati con tutta la creatività di cui siamo capaci, l’ancoraggio che però – nella consapevolezza del nostro vedere prospettico – ha da realizzarsi alla realtà nella forma del dialogo e dell’incontro fra diversi in funzione di un punto di vista più ampio e inclusivo. Aspetti questi che nulla hanno a che vedere con una presunta equivalenza di tutte le opzioni in gioco e, dunque, con l’annullamento di ogni distinzione fra verità e menzogna.
Occorre allora educare l’uomo di oggi, che attraversa il mare della post-verità anche nelle sue forme più deleterie e corruttrici, a un’ermeneutica aperta e critica, vigile e dinamica, rispettosa e rigorosa, artefice di una ricerca della verità come integrazione dei possibili, nel sogno di una armonia sempre auspicabile. Se nel celeberrimo film di Luis Buñuel, “Il fascino discreto della borghesia” (1972), tale classe sociale era dipinta come inattiva, inconcludente e prossima alla dissoluzione per una sorta di intima corruzione, a noi sembra che anche l’antropologia babelica prodotta nelle masse dalla pratica della post-verità, soprattutto attraverso i mass e i social media, sia destinata alla disgregazione, mentre ciò che essa ha – almeno virtualmente – seminato di buono, potrà finalmente fiorire come arte dell’incontro e del dialogo, nel pieno rispetto della verità di cui ciascuno è portatore, con la sua originalità e differenza specifica.
(da Claudio Sottocornola, A che punto è la notte?, Oltre Edizioni, 2024, versione integrale pp. 65-71)


