L’insonnia di Persefone – monologo per voce recitante

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GIUSEPPE CARLO AIRAGHI

Le mie lettere sconce

Dopo avere scritto lettere sconce
su come coltivare l’amore e custodirlo
come un abitino della festa passato di moda,
un cimelio indossato come movente
per non confessare pensieri impuri,

dopo avere scritto lettere sconce, dicevo,
e averne fatto poesie immodeste
senza ambizioni di consolazione
arrivo a questa impietosa conclusione:
siamo animali che si assumono il compito
di dare forma a ciò che è distorto,
di colmare le mancanze
nei racconti incompleti
con favole che conciliano la veglia,
immagini che esistono soltanto
nel momento in cui le guardiamo
affacciati alla finestra
dando nomi di fantasia ai passanti
che intravediamo, in posa. Stagliati
in un autoscatto
in controluce.

*

Prima lettera a Ade

Sopra il tavolo della discussione
insieme ai chicchi di melograno
non caddero soltanto le parole
dette, ma stagioni di incomprensioni,
le tue pretese e la mia inadeguatezza,
lo sviare degli sguardi, la crepa
che da parte a parte ci spartiva,
la canzone d’amore, in sottofondo,
diventata d’un tratto
un rumore molesto.

Tutto il non detto sbraitava, si infilzava
tra le righe, cancellava con segni neri
intere frasi, stracciava i fogli delle confessioni
redatte di fretta in brutta copia.

Solo il reciproco perdono
poteva sgombrare la tavola
da tutte le macerie franate
ma il perdono è affare per gli angeli
o per gli esseri che si amano
tra loro in qualsiasi stagione,
persino durante le primavere
dei nostri arrivederci.

*

Seconda lettera a Ade

La verginità non era un vanto,
neppure l’appartenenza una virtù.
La violenza inflitta è caduta in prescrizione
mediante un compromesso tra le parti,
un accordo intorno ai pressappoco,
ai forse, ai turni stabiliti
sui calendari, ai ricordi della palla
che rimbalza ancora contro il muro.

Ma la questione è rimasta irrisolta
al termine della dissertazione
su come allungare il brodo
per mettere insieme il pranzo con la cena.

Questa mia bocca, fatta a misura
dei tuoi desideri, ora ti rinnega,
ti dice addio. Il conforto del nostro buio
non regge il confronto
con lo sgomento della luce
in cui mi sono smarrita.

*

Seconda lettera a Demetra

Attenderemo insieme la stagione
di cui conservo solo i tuoi racconti.
La neve livellerà gli orti,
la mano dell’inverno zittirà
le piante dei giardini. Il tempo,
in attesa, si farà tela di ragno
incompiuta.

La neve sarà il ricordo
di un odore buono,
una sorta di consolazione,
un racconto a bassa voce
per cullare il sonno ai bambini.

Non ricordo cosa l’inverno sia, madre,
lo conosco soltanto attraverso
i tuoi incompleti racconti.

Quante notti ho sognato
di potere toccare la neve, di svelare
il significato del suo biancore.

Quando la neve distenderà
la propria silenziosa quiete,
ogni rosa si affiderà alla sua benedizione.

Esitando tra affermazione e dubbio
il desiderio traboccherà,
si spargerà in ogni direzione.

Allora maledirò le rinunce tollerate
alle quali sono sopravvissuta,
rassegnata, senza ribellione

fino a questa mia decisione estrema.

Giuseppe Carlo Airaghi, L’insonnia di Persefone, postfazione di Sergio Daniele Donati, Il Convivio Editore 2024

Persefone, figlia di Demetra e nipote di Zeus viene rapita da Ade, dio dell’oltretomba, che, invaghitosi di lei, la trascina negli inferi per renderla sua sposa e regina, costringendola al proprio fianco per l’eternità. La madre Demetra, dea della fertilità e dell’agricoltura, affranta dal dolore reagisce al rapimento provocando un inverno ininterrotto che impedisce la fioritura delle messi. Zeus interviene imponendo un compromesso: Persefone trascorrerà sei mesi con il marito negli inferi e sei mesi con la madre sulla terra. Demetra accoglierà il periodico ritorno della figlia sulla Terra facendo rifiorire la natura durante la bella stagione.
Questo a grandi linee, omettendo le varianti che frequentemente fioriscono intorno alla narrazione del mito, è la storia di Persefone.
Da parte mia non ho fatto altro che immaginare una Persefone che, nella sua immortalità di regina dell’oltretomba, di sei mesi in sei mesi, in questa alternanza tra bella e brutta stagione approda ai giorni nostri. Durante una notte insonne, nella bella stagione che la vede lontana dal marito e dal suo regno sotterraneo si confronta con il suo destino e lo mette in discussione, come mette in discussione l’amore tossico e prepotente del suo sposo.
Il monologo si articola in tre canti/atti.
Il primo è quello notturno, dell’insonnia, del dubbio.
Il secondo è quello della luce, quello del risveglio, della presa di coscienza in cui Persefone si lascia incantare dalla vista del cielo che nel suo regno ipogeo gli viene negata.
Il terzo è quello delle conseguenze e della confessione: Persefone scrive lettere indirizzate alla madre e al suo sposo dove dichiara, a loro e a se stessa, quella che sarà la sua decisione.

Giuseppe Carlo Airaghi è nato a Legnano (MI) nel 1966. Vive a Barbaiana di Lainate (MI)
Ha pubblicato le raccolte di poesia “Quello che ancora restava da dire” (Fara Editore, 2020),
“La somma imperfetta delle parti” (Ladolfi Editore, 2021), il poemetto “Monologo dell’angelo caduto” (Fara Editore, 2022), “Ora che tutto mi appare più chiaro” (PuntoaCapo, 2023).
Ha curato l’antologia “Ogni sguardo su Milano” (ChiareVoci Edizioni).
È componente e co-fondatore del gruppo “Officine letterarie – Poesia 33” che si prefigge lo scopo di organizzare eventi dedicati alla condivisione della poesia.

(A cura di Silvia Pio)