PAOLO LAMBERTI
Il comune di Mondovì ha una superficie di 87 kmq; statisticamente la Russia si espande con la forza occupando una superficie pari a quella monregalese ogni otto mesi, da circa cinque secoli; così è arrivata ad occupare quasi un sesto della superficie terrestre, pur continuando a convincere se stessa e il resto del mondo di essere uno stato sotto assedio: chissà come si sente la Svizzera. Eppure è invalso da secoli il mito di una Russia invasa e vittima, mito enormemente rafforzato dalla II Guerra Mondiale, i cui 20 milioni di morti (probabilmente sottovalutati) vengono regolarmente agitati ad ogni critica, quasi fossero un punto di merito e non una tragedia, come si vedrà non tutta da addebitare agli hitleriani.
Così quando si parla di invasioni della Russia il complemento di specificazione è sempre letto con una funzione oggettiva (le invasioni di cui la Russia è oggetto) e non con funzione soggettiva (le invasioni fatte dalla Russia). Un rapido e parziale riassunto sarà utile a lasciare il debito spazio alla funzione soggettiva del complemento di specificazione.
Sinora Putin è stato presidente per 21 anni, e non c’è stato anno senza qualche forma di guerra; non per una particolare ferocia putiniana, ma per il suo essere perfettamente in linea con la plurisecolare tradizione russa. Vanno ricordate le guerre con l’Ucraina, dal 2014, quella cecena, quelle contro la Georgia per l’Ossezia e l’Abkhazia, l’intervento in Tagikistan, le truppe schierate in Bielorussia per puntellarne il regime; senza dimenticare il dilagare di mercenari e soldati russi in Siria e negli stati del Sahel, nonché in Libia (a due passi dall’Italia). Prima di Putin va ricordata la prima guerra cecena negli anni Novanta e l’intervento di soldati nei paesi baltici alla vigilia dell’indipendenza, con Gorbacev.
Passando all’URSS, l’elenco a ritroso parte dall’appoggio al colpo di stato in Polonia contro Solidarnosc, per continuare con la Cecoslovacchia (1968), l’Ungheria (1956), la repressione contro gli operai polacchi e tedeschi (1953), il blocco di Berlino (1948), l’imposizione di governi comunisti all’Est Europa dopo la II GM. Tralasciando le conseguenze di questa, vanno ricordate le invasioni dei paesi baltici e della Bessarabia già romena (1940), della Finlandia e della Polonia (1939), per gentile concessione di Hitler: tuttora molti di quei territori invasi sono rimasti alla Russia o agli stati che ne sono derivati; infine ci sono gli scontri con i Giapponesi nell’estremo Oriente (1939). Né vanno dimenticate negli anni Venti le invasioni delle repubbliche centrasiatiche, che Lenin prima riconosce e poi ingloba nell’URSS a forza, con l’aiuto del commissario alle nazionalità, proprio Stalin; e l’invasione della Polonia (ancora) nel 1920.
Poi a confermare che i regimi possono essere diversissimi, ma l’istinto imperialistico rimane (“vizio enveterato convertesi en natura”, scriveva Jacopone), l’elenco continua con gli zar. La guerra con il Giappone (1904-5), conseguenza dei trattati iniqui imposti alla Cina, strappandole vasti spazi sino a Vladivostok (curioso che il nazionalista Xi non ne parli. Per ora). Le guerre numerose contro la Turchia con l’obiettivo di Costantinopoli, nel 1878-9, prima ancora nel 1853-6, con la conseguente guerra di Crimea, fatta per bloccare l’invasione dei russi, poi quella del 1828-29 e quella del 1806-7: tutte terminate con acquisti territoriali e aumento dell’influenza nei Balcani e nel Caucaso.
Intanto l’Ottocento vede le truppe russe inviate regolarmente in Europa, per reprimere il Quarantotto in Prussia, Austria e Ungheria, per schiacciare le rivolte polacche del 1831 e 1863, per partecipare alle guerre napoleoniche, non sempre con buona fortuna (Austerlitz) ma capaci di svariare da Parigi (1814) a Mondovì (1799). Intanto si crea un impero in Asia centrale ed in Siberia, con un’espansione che per durata, ampiezza e durezza fa impallidire il West americano; gli americani incontrano i russi sulla costa occidentale, dalla California all’Oregon, e in Alaska, e li trovano per una volta sazi di espansione e pronti a vendersi gli avamposti più estremi. Il Settecento è il secolo della guerra dei 7 Anni, delle guerre contro le potenze scandinave, di altre quattro guerre contro i turchi e della spartizione della Polonia, e si potrebbe ancora continuare a ritroso sino al Cinquecento e al Quattrocento.
Tornando al tragico bilancio di vittime della II GM è opportuno chiedersi se tutti i venti milioni di morti siano da imputare alla Germania: certamente le due cause principali sono state la spietata politica razziale del III Reich, persino controproducente per gli interessi tedeschi, e l’altrettanto spietata efficienza dell’esercito germanico, anche se contro le idee prevalenti questo era sin dall’inizio inferiore all’Armata Rossa per quantità e qualità degli armamenti.
Una delle cause dei primi disastri sovietici è da riportare a Stalin, non solo per il suo rifiuto a credere all’imminenza dell’attacco tedesco, ma per la sua avidità territoriale, che lo porta a spostare ad Occidente i confini con il patto Molotov-Ribbentrop, portando le truppe russe su terreni sconosciuti e lasciandosi alle spalle le linee fortificate, i magazzini, la logistica.
Un enorme numero di vittime è poi da ricondurre all’uso russo di ignorare le perdite, come si vede anche oggi in Ucraina; i marescialli russi attaccano costantemente, anche quando le forze sono esaurite, finendo spesso con l’essere contrattaccati; se l’offensiva a Stalingrado ha avuto successo, è poi terminata con un disastro, mentre quelle scatenate altrove nello stesso periodo vengono stroncate. Persino la presa di Berlino, con la Germania in ginocchio, costa più di 100.000 perdite.
Perdite che si sommano alla spietata disciplina che obbliga i soldati ad andare avanti con alle spalle le mitragliatrici della NKVD (oggi in Ucraina non è diverso, cambia solo il nome NKVD); si calcola che nella sola gloriosa Stalingrado siano stati fucilati almeno 10.000 militari sovietici, numero paragonabile a tutte le esecuzioni formali e sommarie di soldati italiani nella I GM, un numero che tanto scandalizza gli storici, soprattutto cattolici (Porta Pia brucia ancora). Nel primo anno di guerra i militari russi fucilati o deportati equivalgono a circa 15 divisioni (150.000), e, come dimostra la sorte di Solgenitsyn, la repressione continua per tutto il conflitto. Né va dimenticato l’apporto al numero della vittime fornito dal Gulag, che conosce negli anni di guerra un drastico peggioramento rispetto ad uno stato di mera sopravvivenza: i deportati muoiono per fame, malattie e superlavoro, quando non sono obbligati ad arruolarsi per essere usati nei battaglioni di disciplina cui toccano i compiti più rischiosi (come oggi in Ucraina).
Questo è il quadro da ricordare, quando la propaganda russa e i suoi accoliti in Occidente cercano di fare leva sui sensi di colpa.


