Sopravvivenza in acqua di Alba Gnazi

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Da Sopravvivenza in acqua (Arcipelago Itaca 2025)

DI TE SENZA

Ripenserò, già lo so
nel domani anteriore
di te senza, quando
dal terreno giù in fondo
fin sul tavolo sparpagliati
dalle mani annodate
dagli occhi di foresta
frutti foglie sterpi
piccoli insetti
a noi tutti rimessi
in offerta purché sia fatta
la volontà di un abbraccio
o una carezza di parole
all’aria intorno alla tua testa
di comete e interstizi di tempo
prima di andare via
contento.

SCALI IL FIATO

Scali il fiato: il fiato
ha tetti e tu
rovesci stupore
e costole tra le mani,
mantieni l’essere forte
con un assembramento
di intenzioni;

rosso in viso mentre
all’aria ti riassesti e disponi
paure e bestemmie al cielo
che di spalle vermiglio ti scuote

Cerchi negli occhi eventi
come segni e ti abbandoni
a un’intenerita pena
voltando il viso dove poco fa
lo avevo messo anch’io,
cercando comete
asfissiate nel muro,
la loro roca scia.

GIÀ SVANIVA

Era bello papà appena morto
aveva un sorriso accennato
era già parte del sogno,
così lieve
col suo corpo sottratto
al peso.
Era bello, papà, fuori dal lenzuolo
solo il suo viso, in sé raccolto
come appena venuto al mondo,
ma senza la parte del pianto
quella
non più a lui, ma alle voci striate
di incredulità e precipizio,
aggrappate al suo nome – a lui –
che piano svaniva
sulle ali del vento.

SI VEDRANNO NEI SOGNI

Si vedranno nei sogni,
nei sogni chiamandosi
prima del mattino;
lui come sempre
si burlerà di lei,
lei come sempre
per finta si offenderà,
continuamente, ancora
si conosceranno,
nati ogni giorno all’incontro.

Non eri tu, lì dentro,
gli dirà lei,
Non ero lì dentro, ma
ero io, risponderà lui.

Avranno nomi offerti
come particolato onirico,
baci aerei a fil di ciglio.

Come sempre si separeranno
senza salutarsi, strofineranno
i piedi nudi nel letto, una dov’è corpo
l’altro nell’introvabile.

A sera poi
si rivedranno, compiuti nell’assenza,
da tutti irraggiungibili.

CHI MUORE NON AIUTA CHI RIMANE

Chi muore non aiuta chi rimane
a trovarsi dentro una risposta,
a un interrogativo detto meglio.

Chi muore
tace il tempo necessario
ad allestire un alibi,
una parvenza, un pianto senza lacrime,
perfino
una vita senza.

Torna a notte, chi muore,
quando il tempo non si muove,
magari dentro un sogno.

Lo si avverte come un figlio
sotto lo sterno, tra le ore,
nelle ore espulse lente
da un buio
che non migra verso luce.
Le tre, poi le cinque. Poi, finalmente,
ci si può alzare senza scuse.

Chi muore resta lì, in un angolo
muto di risposte tra bocca e stomaco,
fermo contro un muro, a guardare
con occhi allargati. Consapevoli.
Gli occhi di chi muore, di chi torna
tra sogno e ricordo.

Senza risposte, come prima.
Sempre uguale.

*

Alba Gnazi è nata e risiede in provincia di Roma. Insegna nella scuola pubblica. Le sue raccolte edite sono: Luccicanze (Cicorivolta Editore 2015; con prefazione di Antonino Caponnetto); Verdemare – Cronologia inversa di un andare (La Vita Felice Edizioni 2018); In quel minimo che cade (Il Convivio Editore 2021; con postfazione di Franca Alaimo).

(A cura di Silvia Rosa)