Dalla prefazione di Gabriella Musetti
Questa raccolta poetica di Nadia Chiaverini sembra aprire una linea matrilineare di relazione affettiva tra donne esami nata con acutezza, nella complessità dei rapporti di interscambio fondati su connessioni forti e conflittuali come quelle che intervengono nelle relazioni parentali. Una sorta di fil rouge che percorre i versi disposti in diverse sezioni o capitoli, e si completa, nelle indicazioni dell’autrice, con l’esergo di Cristina Campo all’inizio, in particolare negli ultimi due versi: «Poiché con un cuore legato / non si entra nell’impossibile». Già il temine di «impossibile» ci mette in guardia rispetto al luogo reale e metaforico verso il quale ci muoviamo.
La prima sezione del libro affronta da subito e con forza dolorosa il tema del rapporto distorto tra madre e figlia, le lacerazioni anche carnali che denotano la questione e le imprimono una violenza fisica patita dalla figlia che si interroga sul tema dell’amore. L’argomento dei rapporti conflittuali e veramente complessi tra madre e figlia è tra quelli più di scussi nella letteratura psicologica contemporanea, nella psicanalisi, nel femminismo. [...] Una richiesta assoluta di amore non accolta, non veramente compresa, forse, colloca una madre e una figlia su mondi separati, inconciliabili, dove perfino lo sfioramento casuale dei corpi diventa atroce sofferenza, scarnifica «chi è nudo senza pelle». Tutto è perdita, il silenzio impera tra i gesti, tutto accade senza una spiegazione vera come l’acqua del ruscello che scorre naturalmente nel suo alveo. La mancanza è la figura determinante di questa inspiegabile storia di disamore e chi vorrebbe domandare non trova le parole da esprimere. Solo il sogno potrebbe restituire, a volte, la «magia di un incontro». [...] La seconda Sezione, Confronti, apre un nuovo campo di conflitto portando in scena la figlia come soggetto di indagine. Ora sono cambiati i tempi e i ruoli: la persona che si tormentava interrogando il comportamento materno è essa stessa madre e si trova spaesata in una dimensione ribaltata di sofferenza, quando osserva la propria figlia. [...] La raccolta prosegue nel ripensamento dei ruoli, dei comportamenti della figura della madre e quella della figlia, con il soggetto poetante come punto d’incontro di circostanze divaricate e quasi a specchio nella mutevolezza delle situazioni nel tempo, con altri incontri e suggestioni. La vecchiaia e la morte ora divengono pensieri presenti, la vita che scorre nella sua quotidianità comune avvolge le singole storie. Lo sguardo si dilata e comprende la natura, in particolare la cura delle piante del giardino, gli animali di casa, compagni di vita consueti e affettuosi, alcune riflessioni generali sull’esistenza umana, animale e vegetale che sembrano scrutare il mistero stesso della vita nella sua insondabile opacità [...].
Dalla postfazione di Giacomo Cerrai
Il rapporto di Nadia con la lingua poetica è familiare e domestico quanto il vissuto che descrive e non potrebbe essere altrimenti. Tuttavia questo non le impedisce di fare dei fatti, degli eventi, dei pensieri di cui scrive qualcosa di metaforico, anzi di emblematico di uno status esistenziale. Perché qui, come in altre sue raccolte, il leitmotiv centrale è l’essere donna soprattutto nelle sue diverse incarnazioni di figlia e di madre, ciascuna delle quali diversamente esposta a quei sentimenti di cui si diceva, senza che nessuna di esse possa guardare le spalle all’altra, dispensarla dalle preoccupazioni,
salvarla dal dolore. Però Nadia è di quelle che guardano gli eventi in faccia – nel suo caso inoltre con la ventura di farne materiale poetico – evitando di trattarli come “accidenti” occasionali, e quindi rapsodici o vagamente epifanici o frammenti (a dispetto del titolo), sapendo viceversa che sono parti di una storia vissuta nelle sue articolazioni, che sono semmai, con un concetto a lei caro, “impronte”, di azioni, di percorsi di quell’inesausto divenire a cui allude Armanda Guiducci in uno degli eserghi: «Diventare donna è un nascere per strappi reiterati, per lacerazioni». Storia nella quale lei tral’altro non si situa tanto come un io preponderante e autoriferito, quanto piuttosto come un perno “responsabile”, come un “palo di maggio” (maypole) intorno al quale gli eventi, le persone, le cose danzano intrecciando i loro nastri. [...]
Da Impronte, frammenti e altri segni (puntoacapo 2025)
Sempre mi porto dentro
cupa incontenibile tristezza
salgono le lacrime alle ciglia
straripano senza volere
rigano le guance inconsapevoli del dolore
contrito nella immagine di te
appoggiata alla porta
che rigida accetti il bacio con una smorfia
fredda e lontana
come già morta
*
il segno del tuo disamore
quella ruga che mi corruga la fronte
e l’altra
a lato del sopracciglio
fessura tra noi d’incomprensione
le osservo ogni mattino allo specchio
e rifletto sul senso
ma il pensiero svanisce nel giorno
arroventato d’ore e d’insidie
*
È liturgia l’ascolto delle parole
che franano dalle labbra disegnate dal pianto
il dolore irrora le guance ma il cuore
è più lieve perché sa di essere accolto
Se ne accorge
dallo sguardo mite
della pecora rassegnata che sa della sua fine
e gioisce al belato dell’agnello
che ancora vive nell’ovile
*
Quanto ti sei persa di me, figlia
Lo penso mentre mi strappo le ciglia
rimaste attaccate da polvere e lacrime invischiate
Sì, oggi ho ripulito le piante malate dalle foglie secche
i vasi da vermi e lumache
Osservare è il primo passo per curare
Guarire non so se sarà possibile
Controllo la siepe. Temo ogni giorno
di trovare tra gli sterpi
lo scheletro di un carapace
*
E mia madre mi diceva sempre
come fosse una maledizione
– Spero che ti venga una figlia.
Così vedrai cosa si prova –
Ora lo rammento. Ora che fingo
di non sentire quel morso nel cuore
l’abitudine al dolore
e di non vedere il cassetto vuoto delle sue cose
abbandonato offeso interrotto
Cerco la strada del perdono
e un po’ sono già morta per diventare un’altra
*
mai ho raccolto fiori per mia madre
ne ho sempre vissuto la distanza
l’orgoglio altero per paura / la sua
la carezza avara mossa con fatica
pericolosa la parola
meglio il silenzio, la bugia o la battuta
ma il dono concreto non si poteva rifiutare
– mai sono tornata a mani vuote –
brandelli di cuore
un dolce
un piatto caldo o il vestito stirato
qualcosa di suo / dalle sue mani ruvide
come se soltanto stare insieme fosse tempo inutile
*
Nadia Chiaverini, poetessa pisana, laureata in giurisprudenza, ha lavorato come direttore amministrativo presso il Tribunale di Pisa; si dedica alla promozione e diffusione della poesia attraverso la presentazione di libri e incontri letterari. Ha curato diverse rassegne letterarie. Suoi versi con interventi critici sono presenti in blog letterari, riviste e numerose antologie tra cui: L’Impoetico mafioso. 105 poeti per la legalità CFR Edizioni 2011), Unanimemente (Zona 2011); Il ricatto del pane (CFR edizioni 2012); Cuore di Preda (ivi 2012); Keffiaeh. Intelligenze per la pace (ivi 2014); Fil rouge. Poesie sulle mestruazioni (ivi 2015); Invecchiare amando (Terra d’ulivi 2018); Sorella morte (Fondazione Thule Cultura 2023); Sul sangue mestruale (Alpes 2024). È autrice dei seguenti libri di poesie: L’età di mezzo (Ibiskos Ulivieri 2004); Dal profumo al fiore (ivi 2005); L’altra metà del cielo (ivi 2008); Smarrimenti (Helicon 2011); I segreti dell’Universo (CFR Edizioni 2014); Poesia stregatta e altre visioni (Carmignani 2015); Notturni e ombre (ivi 2018), Sull’orlo della gioia (Terra d’ulivi 2022). Fa parte del gruppo teatrale “Le Sibille”.
(A cura di Silvia Rosa)


