PIETRO EDOARDO MALLEGNI
Cobalto tra gli orti e sui sentieri,
pietre grige roventi e acquattarsi
circondati da kiwi, ciliegi e gelsi.
I muschi mi gettano nell’abisso:
odore di acqua e di morte quotidiana,
si chinano gli steli per macchiarmi
di azzurro e forza per sognare,
mi manca il terreno e la pazienza,
per perdermi tra questi tronchi
e rivedere i vizi duttili
della mia infanzia.
Dalle fronde al buio,
lì giace l’asfissia della certezza
ed è una palese sorpresa
che anche lei, come le mie notti,
fosse malata di cancro.
*
Ogni ingenua foto di quel che potevo essere
è divenuta una sacra custodia dove ingrigire
i miei organi, invecchiare e
costringermi a custodire un incubo
rimasto bambino.
Inaridite braccia cullano il mio sopravvivermi:
una scatola un sogno infranto,
l’azzardo sudicio, una disgrazia
e tutto il vuoto che mi appartiene.
*
Le mie amanti sono lettere sbiadite,
su fogli sottili di giornali periodici,
che formano nomi di amici scomparsi,
e adesso calcano sabbia purulenta,
nella lettiera dei gatti.
Le mie amanti sono falci di notte,
tatuate sui polsi dei miei compagni,
in mezzo a dei “ punto a capo” d’ago sui gomiti,
su pelli bianche come pagine da scrivere.
Le mie amanti non mi trovano mai,
mi confondono con lo straniero vicino,
con telefoni e barbiturici, con cui fare l’amore,
per sentire le ore sugli occhi e dirsi ,
orfane tutte dello stesso Dio, fedeli
solo a chi gli deve dei soldi.
Le mie amanti sono queste infinite solitudini,
danzano con i treni e cavalcano sui ponti,
deluse si nascondono nelle piscine .
Sulla fine del bicchiere o dell’estate,
lì si cela questa triste gratitudine.
*
Claudicante con sguardo basso,
con mano ammaccata e tesa, passeggiando
su ringhiere, ho contato delle case d’estranei,
i recinti che mi allontanano da te.
Ho dipinto le strade come fossero abbracci,
ammorbando i miei entusiasmi con lebbra e lussuria
e sono scivolato nella mia ubriachezza
come un vomere di murena.
Silenziosa, mi convincerai
che tutto non possa essere di più
di un momento solo nostro.
La gente è un buio insolito,
ci scartavetra e riduce in regole
ogni “ ti amo” come fosse una stele
per digiuni roditori .
Non rispondo a nessuna candela,
se non a quella che ti esplode negli occhi,
capace della luce di un sole,
quando varcata la porta
ci sussurriamo un ritorno.
Pietro Edoardo Mallegni, Anedonia (o i piaceri scomparsi), NeroLatte Edizioni.
Dalla prefazione di David La Mantia
È questo intersecarsi tra incapacità a voler essere e precipizio di una Weltanschauung che rende impossibile distinguere e ri-conoscere il piacere, il centro della sua ultima raccolta, non a caso chiamata Anedonia. Una parola greca composta dal prefisso negativo an e hēdonē, “piacere” che intende mettere in rilievo l’incapacità, totale o parziale, di provare soddisfazione, appaga- mento e piacere per le consuete attività piacevoli, quali il cibo, il sesso e le relazioni interpersonali.Resta il vuoto con il nulla intorno, come nei seguenti
Inaridite braccia cullano il mio sopravvivermi:
una scatola un sogno infranto,
l’azzardo sudicio, una disgrazia
e tutto il vuoto che mi appartiene.
In pratica si evidenzia l’incapacità patologica del soggetto di percepire il piacere in ogni sua forma. L’individuo tende a mostrare disinteresse verso il dormire, rilassarsi e vivere: è quindi chiaro come questa situazione porti grande malessere e disagio in chi ne soffre. Il protagonista di queste poesie diventa così solo il naso che respira profumi, la mano che regge il cucchiaio. Diventa una protesi degli strumenti che usa. Diventa surplus, eccesso.
[....]
Che fare, allora? Tornare alla partenza, sapendo, con Montale, che quel luogo sarà inarrivabile e che il percorso è denso di dolore:
perché è soffrire l’unica via per tornare alla nostra dimensione uterina.
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(A cura di Silvia Pio)


