48. Machinations

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DINA TORTOROLI

Un j’accuse tragicamente fallimentare la Lettera ad Acton (ma effettivamente rivolta al re Ferdinando IV): avrebbe dovuto provocare la caduta del Ministro infìdo, invece lo ha indotto a tentare il tutto per tutto, pur di stravolgere lo stato delle cose e creare una di quelle situazioni in cui “il giusto paga e il peccatore trionfa”.
Acton non ha avuto bisogno di improvvisare: gli  è bastato  applicare con la massima impudenza la strategia e la tattica da lui elaborate da quando, nel 1789, aveva ottenuto la carica di Segretario di Stato.
Dal saggio di Nicola Nicolini Luigi de Medici e il Giacobinismo napoletano* si possono ricavare entrambi i piani d’azione.
Piano strategico: far sì che i Sovrani vedessero in Luigi de Medici un uomo che, “non tanto per impulso personale, quanto perché traviato da chi lo circondava e lo sosteneva, sarebbe potuto divenire, col tempo e la permanenza al potere, il nemico più temibile dell’assolutismo monarchico.
La regina Maria Carolina, conversando con la sorella del Medici se lo era lasciato sfuggire: per quanto Luigi fosse pieno di talento e nutrisse attaccamento per il sovrano, dimostrava però disposizioni tali da poter diventare, in qualche straordinaria circostanza, «il piccolo Robespierre di Napoli»”.
Piano tattico: fare in modo che il Medici entrasse in contatto con ambienti “giacobinici”, e, avvalendosi della “polizia segreta”, del tutto indipendente dalla Vicarìa, «rendere criminosi» suoi «detti o fatti», «ch’erano in lor natura innocentissimi» – come denuncia il Medici stesso – , ricorrendo a calunniatori sedotti o prezzolati.
Particolarmente scandaloso era divenuto il comportamento di Acton, dal 1795 in poi: lo si evince dalla documentazione messa in salvo dal suo perseguitato, e oggi conservata presso L’Archivio di Stato di Napoli  (Archivio Borbone, Busta 655), corredata di un «Elenco delle carte esistenti in un sacchetto di tela le quali rispecchiano la causa di Stato del defunto Cav. de Medici».
Sappiamo già che – nel 1797 – il Monitus aveva palesato al Medici quella catena di insidie, programmata anno dopo anno, per annientarlo, ma  è importante riflettere ulteriormente sul valore pregnante di parole e frasi: «Era questo monitus assai lungo, ma chiaramente espresso e le cose v’eran passate in modo ch’io intesi bene ove fossero state dirette le domande generali del costituto, ed ebbi luogo di conoscere l’empio machinamento (mio il corsivo, ora e in seguito) che contro me si era fatto per avvilupparmi in tanti delitti di Stato i quali quando ancora non si fosse potuto giugnere a rivestire d’alcuna apparenza di verità fossero per lo meno bastevoli a diramare la processura in tante diverse vie che per anni non se ne sarebbe veduto fine: il che dava a’ miei nemici luogo a sperare che la mente  de’ Sovrani tutto giorno rinforzata o di nuove denuncie contro di me, o di nuove pruove che si andassero facendo, credessero ormai clemenza il dimenticarmi in un carcere»**.
Nicolini ammette che Acton “attendeva che l’ardore riformistico facesse cadere l’avversario in qualche errore pericoloso”, ma  non ipotizza che il Ministro avesse creato «a studio» le situazioni che avrebbero potuto consentirgli (come effettivamente gli consentirono) di trasformare in criminosi proprio gli atteggiamenti che, di volta in volta, lui stesso aveva consigliato come necessari o raccomandato formalmente al Medici, suo sottoposto.
Luigi de Medici, però,  ha conservato quelle direttive, per il tribunale della storia.
- Prendiamo in considerazione l’incarico “con pieni poteri”, conferitogli nel 1790: compiere un’ “inchiesta sulla mentalità politica delle Calabrie, allora in subbuglio”.
Acton, nelle istruzioni (15 aprile 1790) gli scrive: «Sua Maestà ha voluto che colla gita di un accorto, zelante ministro, quale appunto è la S. V. Ill.ma, s’indagasse il modo di pensare de’ mentovati popoli della Calabria ulteriore, per servir quello di regola nelle disposizioni ulteriori da darsi: non dubitando Sua Maestà che, qualora le cose interessanti l’ozio di quei benestanti, analoghi agli eccessi ed alla frenesia che agitano altre nazioni, potessero formare alimento a qualche accensione d’idee e a seminar de’ discorsi turbolenti, il ragionamento e lume che V.S. Ill.ma somministrerà a quegli individui più educati e capaci di discernimento, produrrà sicuramente l’effetto di togliere dall’immaginazione di quei popoli tutto ciò che potesse farli deviare dalla ubbidienza dovuta al sovrano e alle leggi».
- Consideriamo ora la nomina  a reggente della Gran Corte della Vicarìa, conferita al Medici il 3 novembre 1791.
Scrive Nicolini: “Il 15 dicembre, il Medici, quale reggente, riceveva un dispaccio dall’Acton, nel quale, mentre lo si informava  dell’imminente arrivo di una squadra francese, gli si ordinava di usare ai Francesi le maggiori cortesie e di evitare qualsiasi incidente”. «È anche mente di Sua Maestà – soggiungeva l’Acton –  che, per ottener tutto ciò ed evitare qualunque disordine tra i detti equipaggi e gli abitanti di questa capitale, il reggente della Vicarìa, impegnando tutta la sua ben nota attività… renda persuaso il popolo delle intenzioni pacifiche della suddetta squadra e del dovere di corrispondere con dimostrazioni amichevoli: a quale oggetto potrà S. E. far note le sovrane dichiarazioni alla gente per mezzo dei deputati dei quartieri o di altre persone leali ed idonee a dare tutte quelle prudenti ed efficaci disposizioni che convengono all’uopo. […]  Siccome la suddetta squadra dallo stato di amicizia potrebbe passare ad operazioni ostili e turbar la quiete della città, così l’E. S., nell’atto che dispone le mentovate provvidenze, non dovrà lasciar di mira questo secondo oggetto importante, ma si compiacerà di raddoppiare i mezzi di prudente vigilanza e precauzione nel modo il più segreto (corsivo mio) e sicuro, senza far punto penetrare la diffidenza a chicchessia, ma dirigendo il tutto sotto il titolo di quiete interna, e di prevenire sconcerti, affinché si tolga ogni pericolo e non sia luogo a qualsivoglia sorpresa».
Nicolini non trascura  di aggiungere che “l’imposizione di siffatta linea di condotta aveva fatto uscire dai gangheri il Medici”.
- Arriviamo al 1793.
“Nei primi giorni del novembre 1793 – scrive Nicolini – il Reggente partiva improvvisamente e segretamente per Genova, con l’incarico palese di stipulare con la Repubblica un prestito di quattro milioni  di ducati, e fors’anche con quello segreto di tentare di scalzare la fortissima posizione del Tilly, che, ministro francese presso la Superba, era l’uomo a cui aveva capo buona parte dei malcontenti italiani. […] Di codesta missione genovese di cui si fece un gran parlare nelle città italiane non restano altri documenti se non un gruzzolo di lettere del Medici all’Acton […]. Una tradizione racconta che il Tilly, nel marzo del 1794, all’inizio della prima inquisizione dei rei di Stato, inviò da Genova una lettera al Medici per pregarlo d’avere clemenza ai rei: lettera che, capitata, invece nelle mani dell’Acton e  tenuta da lui in serbo per un anno, venne poi nel 1795 presentata ai giudici quale prova del giacobinismo del reggente. Al qual racconto tradizionale storici recentissimi hanno aggiunto altri particolari. Lo Scandone, per esempio, vede addirittura nella missione genovese una machiavellica trappola tesa dall’Acton al Medici”.
L’incredulità del Nicolini, rivelata dall’avverbio “addirittura”, induce a ipotizzare che egli non abbia avuto “la sorte” di imbattersi nel manoscritto di Luigi de Medici, Anno 1797. Del mio costituto e neppure nei documenti  contenuti nella “Busta 655”.
Noi sappiamo invece dal Medici stesso che “il Colonnello Russo, la sera del 27 Feb.1795, quando venne a prenderlo per condurlo a Gaeta, gli aveva recato una lettera  del Generale Acton”, che così esordisce: «Siccome fra le molte persone imputate in materia di Stato, viene anche indicato il Reggente della Vicarìa D. Luigi de’ Medici, il quale informato di tali imputazioni ha chiesto con una sua lettera de’ 24 dello stesso Febraio a me diretta di essere sospeso di tutte le sue incombenze; e di porsi in un castello, finche non sia messo in chiaro la sua condotta ed innocenza; così il Re, che ha letto la citata lettera nello straordinario Consiglio di Stato tenuto quest’oggi per li accennati assunti di Stato, applaudendo alla giusta delicatezza di detto Caval. Luigi de Medici, approva che il medesimo resti sospeso dalla carica di Reggente, e di tutte le altre sue incombenze, e porsi come egli ha chiesto in un Castello che sarà quello di Gaeta, mentre la Giunta particolare delegata degli affari di Stato, eretta con particolare dispaccio in data di questo stesso giorno si applicherà ad eseguire con sollecitudine (mio il corsivo) quanto riguarderà la verificazione delle imputazioni fatte al detto cavaliere de’ Medici ed altri soggetti»**.
«Conservo gelosamente – scrive il Medici in una “Nota”– questa lettera che sarà testimonio perenne della mia maniera ingenua e sincera con cui sempre mi sono in questo affare condotto».
Noi dobbiamo aggiungere che essa testimonia altresì l’antitetica “maniera di condursi” di  Acton, se, in sequenza, leggiamo la Consegna per l’Uff. di Guardia di Gaeta, con cui  viene contraccambiata, a partire da quello stesso giorno,  la “giusta delicatezza” del Medici: «Situato che sarà il preso (mio il corsivo, ora e in seguito)  Cav.r nel suo Quartino assegnato, l’Uff.le di Guardia chiuderà il Quartino con sue proprie mani, ed essendo il med.mo Uff.le responsabile della detenzione, e custodia di detto preso, dovrà ben conservare la chiave affinché non venga in altre mani. Si situeranno subito due sentinelle, una avanti la porta  del Quartino e l’altra sotto le finestre o Balconi. La sentinella avanti l’ingresso del Quartino sarà consegnata di non lasciar uscire il preso ne veruno della  gente di suo servizio. Di non permettere, che nessun’altra persona entri in detto Quartino, o parli, o pratichi col preso, se non che il Governatore della Piazza, e l’Uff.le di Guardia, ed invigilerà che colla di lui gente di servizio non parli nessun altro, se non che quelle persone destinate a portare la robba necessaria per il vitto ed altro, la consegna della quale si dovrà sempre fare in presenza dell’Uff.le di Guardia, per tale Effetto, dovendosi introdurre qualche cosa nel Quartino del preso, e volendosi dalla servitù dar fuori Biancheria usata o qualche altra cosa l’Uff.le di Guardia esaminerà e  visiterà scrupolosamente, per osservare se non vi sia nascosto qualche Lettera, o altra Carta, che si vuol intromettere, o estrarre con qualche sotterfugio, e trovando qualche cosa, l’arresterà o Spedirà con tutta cautela al Governatore della Piazza. L’Uff.le di guardia nell’aprire il Quartino del preso Cav. starà con somma vigilanza in attenzione de’ discorsi  della Gente di Servizio con quelli che le portano robba per la Cucina, ed il riporto, e non permetterà che l’ultimi si trattengano a conversare e parlare più che richiede il bisogno adoperando la massima occulatezza, che per tal mezzo non escano o entrino Lettere, avvisi, o altre Carte e per tal motivo gli viene anche proibito Carta, Penna, e Calamajo. Le sentinelle non permetteranno che sotto qual si voglia  pretesto nessuno ardisca trattenersi avanti l’ingresso, nel Quartino, o sotto le finestre, e la Sentinella sotto le finestre dev’essere ben istruita di non far buttare dalle Finestre qualche cosa, sia fazzoletto, Carta, o altro, ed arrestar subito la persona, che si trova a prendere tal cosa»**.
Di fronte alla cattiveria che sconfina anche nel ridicolo, noi pure – spettatori del dramma – siamo indotti a commiserare il perseguitato con le sue stesse parole: «Povero Medici! Non è egli da ridere? Anzi no, da piangere, da uscir gli occhi fuori».
Ci troviamo “avviluppati” nell’eterno problema del male: di chi lo compie deliberatamente, di chi lo subisce, di chi lo combatte; e abbiamo la netta impressione che la Lettera ad Acton, per denunciare al Re quell’homme néfaste, divenga un cri de vérité et de justice, identico a quello che, di lì a un secolo, sarà suscitato dal prodige d’iniquité dell’affaire Dreyfus.
Ci sentiamo incalzare dalla voce  “infiammata” di un uomo –  Émile Zola – che al male vuole ribellarsi: «La verité, je la dirai car j’ai promis de la dire […]. Mon devoir est de parler, je ne veux pas être complice. [… ] Je la crierai, cette verité de toute la force de ma révolte d’honnet homme».
Insomma, il veemente J’accuse di Zola ci insegna –  una volta per tutte – che all’origine del male si trova la verità nascosta  e  violata, e, se si vuole ripristinare il bene, cioè la giustizia, serve svelarla.
Servono gli Zola, che proclamino: «Ho solo un obiettivo: il trionfo della verità in nome dell’umanità»: «La lumière au nom de l’humanité»***.
Quindi, a ben guardare, risultano altrettanto educative la Lettre di Rousseau all’Arcivescovo di Parigi  e la Lettera dello pseudo-Piranesi, che sarà opportuno rileggere con la dovuta coscienziosità.
Chi non si infiamma mai è Nicolini, che, nel ricostruire la fase istruttoria del processo contro colui che ormai possiamo considerare  l’ideatore del j’accuse di fine Settecento, non commenta la martellante definizione fraudolenta del Medici, “preso di Stato” – azione invero “nefanda” –,  però, scrive: «Il Medici non era un reo, anzi, a rigor di termini, nemmeno un vero e proprio imputato; bensì nient’altro che un magistrato, che a sua domanda era stato sospeso dalla carica e sottoposto a inchiesta. Prova ne sia che, sino al febbraio 1796, cioè un anno dopo l’arresto, lo stemma del Medici d’Ottajano non fu tolto dal portale della Vicarìa. Per contrario la Giunta, e per essa il Vanni, lo considerò fin dal primo momento, al pari degli altri arrestati con lui e dopo di lui, come il più pericoloso dei delinquenti».
Lo studioso cita spesso i dispacci inviati nel corso del 1795 dal residente veneto  agli Inquisitori di Stato e al Doge, creando nel lettore l’impressione che anch’egli ne condivida i giudizi. Per esempio, creda, come il residente Busenello, che «le deposizioni e i documenti, formanti la base delle imputate colpe, sono opera d’invidia e di falsità», e ritenga  «veramente sorprendente, come, dopo cinque mesi che stanno verificandosi copiosi arresti di tai persone, rilevate o sospette almeno di esser ree d’un così ampio delitto, vi possano essere di quelli che si sian fin qui trattenuti tranquilli osservatori dell’altrui fato e che, ridotti poi a pari destino, ostentino tuttavia la più gran superiorità di spirito»****.
Chi ha dimostrato superiorità di spirito ineguagliabile è senza dubbio Luigi de Medici, e la risorsa di cui egli ha potuto avvalersi è stata, per sua stessa ammissione, la coscienza della propria virtù di magistrato.
Forte di questa consapevolezza, Luigi de Medici aveva trovato conforto nel dialogare con se stesso: «e meco stesso il ripeteva soventi nella mia solitudine».
Proprio come ammonisce Boezio, nella Consolatio: abbandonarsi alla disperazione equivarrebbe al tradimento di sé; è invece necessario concentrare lo spirito in un grande sforzo, uno sforzo inesausto, per non sconfiggersi da soli, in balìa dei propri “meccanismi mentali”, oppressivi come “iniqui padroni”.
Pertanto, vicino al “sentire” di Boezio, che si lasciò consolare dalla verità, unico rimedio all’infelicità interiore, Medici era divenuto capace di  volere il trionfo della verità e  della giustizia, a costo di difficili censure dei propri “sentimenti tirannici”.
E, dopo avere riacquistata fiducia nella sacralità della giustizia e nella forza della verità, eccolo capace di quel suo eroico “rassettarsi” – che consiste appunto nel ritrovare l’autentico se stesso – ponendo mente che se si perdesse d’animo non avrebbe più occasione di “neppure tentare” la propria “giustificazione”.
A me fa particolarmente piacere constatare che Luigi de Medici finalmente si preoccupa della suscettibilità delle persone, quindi sceglie  di non mortificarle, anche se non ne può avere alcuna stima.
Non più “allegro nel suo orgoglio / e folle nella sua manìa di superiorità”**** – direbbe  Agostinho Neto – don Luigi de Medici, rispondendo alle domande dei giudici, si impone di evitare ironia e sarcasmo, ben calcolando quali sarebbero “le triste conseguenze” della propria irriverenza verso il loro esecrabile comportamento.
Istintivamente, lo fa perché essi sono divenuti arbitri della sua vita, e confessa che gli costa parecchio, ma il grande zelo impiegato per riuscire a salvaguardare la fama della propria integrità morale lo rende capace di guardare le cose dal punto di vista degli altri, accettati finalmente come esseri umani, non più considerati vere e proprie  nullità.
Mi appaga pensare che il Medici abbia saputo assumere, due secoli fa, l’atteggiamento di “pace disarmata e disarmante” che il neoeletto Papa Leone XIV prescrive oggi  “a tutti”, accendendo l’entusiasmo degli uomini di buona volontà dell’intero pianeta.

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* Nicola Nicolini, Luigi de Medici e il Giacobinismo napoletano, Firenze, Felice Le Monnier, 1935, pp. 7, 19, 47, 52, 169.

** Luigi de Medici, Anno 1797. Del mio costituto, A cura di Dina Tortoroli Rosetti, Il Filo, 2008, pp. 18, 97, 100.

*** P.D.F. Émile Zola, J’accuse – La Bibliothèque électronique du Quebec, Collection Tous les vents, Volume 1337, pp. 5 e 29.

**** R. Archivio di Stato di Venezia, Inquisitori di Stato, busta 468; Pietro Busenello, residente veneto a Napoli, agli Inquisitori di Stato, in: Nicolini, cit, pp. 170 e 185.

*****«Ah! / come mi sento soddisfatto / di vedervi allegri nel vostro orgoglio / e folli nella vostra manìa di superiorità / […]  Viva la civiltà degli uomini superiori / […] Viva!» Agostinho Neto, La rinuncia impossibile / Poesie inedite, a cura della Comerint, Ambasciata della Repubblica Popolare dell’Angola,  pp. 67 e 71.