2022

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LORENZO BARBERIS.

Premessa: “Sottomissione” di Michel Houellebecq è un’opera destinata – nel bene o nel male – a far discutere a lungo. Per tale ragione “Margutte” offre questa “recensione a quattro mani” con un duplice taglio interpretativo (senza appiattirci, pensiamo,in una banale opposizione binaria, “pro/contro”): questa mia analisi passo-passo, che sconsiglio a chi teme “spoiler” sulla trama, e la brillante disamina di Stefano Casarino ad essa collegata.

“Sottomissione” di Michel Houellebecq ha avuto il singolare destino di uscire in Francia il 7 gennaio 2015: il giorno stesso in cui un commando fondamentalista islamico ha sterminato la redazione di “Charlie Hebdo”, nel più grave attentato alla stampa mai realizzato in Occidente.

Destino che ha segnato inevitabilmente la ricezione dell’opera. E questo è un peccato, per certi versi, perche “Soumission” è opera più complessa che un semplice pamphlet anti-islamico.

Certo, si denuncia come tale, non fosse anche l’attentato, per il titolo, che ricalca quello del documentario sull’Islam di Theo Van Gogh, ucciso nel 2004 per tale ragione (l’essere discendente di Vincent, l’artista-simbolo della modernità occidentale, aggiunge simbolicità alla vittima). “Sottomissione” all’Islam, che è a sua volta, etimologicamente, “sottomissione a Dio”.

Del resto, l’autore era emerso per la prima volta alla ribalta delle cronache, almeno qui da noi, per aver “previsto” le banlieues del 2006, rivolta scoppiata, non a caso, proprio in seguito alla pubblicazione delle “vignette danesi”, caso analogo ma meno cruento di Charlie. Quindi, forse, il 7 gennaio solo aggiunge, sottolinea una attesa che rischia di schiacciare il testo.

Perché “Soumission” è, innanzitutto, opera intessuta a doppio filo letterario, a partire ovviamente da quella citazione in esergo dello Huysmans di En Route, in cerca di conversione tra le mura di Saint Suplice.

Il discorso non è tanto sulla vittoria dell’Islam, quanto sul declino dell’uomo occidentale, in continuità con i precedenti romanzi di Houellebecq. La scelta però della fantascienza, non solo in chiusa di opera come nelle “Particelle”, ma strutturale del testo (sia pure nella declinazione “europea” della fantapolitica”) porta a una riscrittura interessante del discorso.

Il romanzo appare infatti modulato, oltre la citazione più vistosa di Huysmans, su “1984” di G.Orwell, con corrispondenze piuttosto precise. Per ricostruire questa struttura, e mostrarne una certa solidità, sarà necessario ripercorrerne i cinque capitoli, i “cinque pilastri” su cui si fonda la vicenda.

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I.                    Huysmans.

L’incipit parte dalla citazione iniziale di Huysmans, dove il protagonista si racconta a noi a partire dalla sua tesi sull’autore di “A Rebours” (1884: un secolo esatto prima dell’Anno Orwelliano), che informa tutta la sua esistenza (fino alla, letterariamente inevitabile, conclusione).

La presenza dell’Islam in questa parte è sostanzialmente assente, se non per indizi seminali,  discreti, come a p.24, nella figura di alcune studentesse velate, e in alcuni complotti di baronie universitarie da cui intuiamo l’arretrare dell’ebraismo, mentre è forte l’attesa delle elezioni ormai prossime, in cui “i voti degli islamici confluiranno nel partito socialista”.

La rottura con la fidanzata ebraica Myriam aprirà al capitolo II, nel compleanno dei 44 anni del protagonista (nato, quindi, nel 1978).

Il compiaciuto pornografismo di Houllebecq non è qui così fastidiosamente fine a sé stesso come in altri romanzi: all’inizio, pare quasi rivendicazione libertaria contro l’ipotetica censura islamista, ma nel corso dell’opera si farà così volutamente ributtante da rivelarsi per quel che realmente è, specchio del vuoto esistenziale del protagonista. La scelta consueta dell’autore, qui forse meno pretestuosa del solito, nella maggiore gradualità – e quindi minor didascalismo – con cui manifesta il suo scopo.

Anche qui, più che al solito gusto snob, un po’ sadiano, per l’orrido erotico, sembra avere la funzione morale di certe pagine crude di Orwell (ad esempio, la vecchia prostituta amata, nonostante il disgusto, da Winston Smith).

La distanza da Orwell del I capitolo è massima: se “1984” inizia “in situazione”, sotto il pieno tallone della tirannide, qui si costruisce l’inganno del decadentismo “a rebours”, che sarà mantenuto, ma sostanzialmente riscritto in chiave più moderna.

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II. La Fantapolitica.

La riunione degli Ottocentisti apre la seconda tranche dell’opera. Gli intellettuali umanisti come cultori decadenti dell’Ottocento imbalsamato (con tanto di dottorandi affascinati dai Minori, a p. 48) dell’università offrono il destro per un po’ di Infodump sull’evoluzione politica francese, con cui si entra nel cuore della attesa parte fantapolitica, finora latitante.

Questa parte è quella che più offre al lettore ingenuo quello che vuole: il setting fantapolitico. L’uso di quello che la science-fiction classica definirebbe “infodump”, discarica di informazioni, è abbondante; ma potrebbe rimandare appunto al modello orwelliano. Tuttavia, se in Orwell il peso narrativo era giustificato da una costruzione raffinata (“1984” non è pura applicazione del trionfo staliniano, ma crea davvero un mondo fantascientifico), in H. questo information overload potrebbe essere tranquillamente evitato, e desunto facilmente dal contesto (mentre non potremmo evitare il pur pesantissimo “saggio sulla neolingua”, ad esempio).

Dopo la prevedibile vittoria al primo turno di Ben Abbes, nuovo “Infodump” viene fornito ad opera di una di queste colleghe sposata a un tizio dei servizi segreti che, però, può rivelare tutto perché, ormai è troppo tardi per fare qualcosa e “tanto si trova tutto online”.

O è ingenuità (ma non credo: il testo ha una sua coerenza abbastanza forte), o è ironia sul lettore ingenuo, che cerca le centurie di Nostradamus in chiave moderna.

Le parti in commedia della fantapolitica sono affidate ancora alle attuali maschere di questo 2015, con l’eccezione della novità di Ben Abbes, il politico islamico destinato alla vittoria, come abbiamo già intuito.

H. ovviamente ne fa una figura moderata e rassicurante, come ci si può attendere; la svolta brillante è, al limite, nel non fornire una svolta: ovvero, manca giustamente la scena in cui compiutamente Ben Abbes “getta la maschera” e si rivela lo spietato tiranno che ci attendiamo. Certo, si precisano le sue ampie ambizioni, ma nel complesso non prive di una legittimità e grandezza, come vedremo.

Gustosa l’ironia sul concetto di Cassandra (p.50) centrale in effetti dell’anti-islamofobia: Cassandra, nel mito classico, è l’opposto di una sterile iettatrice, la sua profezia è vera, ma il dono-maledizione di Apollo non è creduto. Ancor oggi si manifesta, quindi, il potere del Dio.

Si tratta di uno dei riferimenti alla cultura classica come qualcosa di perduto, il paganesimo degli antichi come la vera vittima sacrificale dell’islamizzazione, più che un cattolicesismo che si intuisce in piena trasmutazione. Sacrificio tanto più significativo in quanto, invece, la rinascita islamica è presentata in continuità, come vedremo, con l’Impero Romano, rinato come Sacro Impero di altro segno. Vive Roma, ma non la Grecia.

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Non è un caso anche il dubbio a p. 61, casa Lempereur, sul Bouguereau passatista, “L’admiration” (1897) con fanciulle classiche in venerazione di un Eros alato. Il protagonista stesso non lo capisce, in due sensi: il primo, sul livello generale, anche lui, intellettuale, ha perso un autentico rapporto col classico; il secondo, sul livello personale, è ovviamente la sua incapacità di capire l’Eros senza la mediazione deteriore di YouPorn.

La fidanzata ebraica si riappacifica con l’eroe prima di partire per Israele, mentre sui teleschermi appare la figura di Marine Le Pen. Lui (non ho mai capito molto di storia, confessa) resta convinto che Myriam e i suoi fuggano dai fascisti, non capendo che è l’Islam di cui invece hanno paura.

Nell’ora fatale in cui si fa la storia, in effetti, nemmeno l’altro possibile continuum temporale (Marine vince le elezioni) appare positivo: i fascisti della “Marcia su Parigi” appaiono nel correlativo oggettivo di un “cumulonembo gigantesco, a forma di incudine, i fianchi grigio scuro sfumati di bistro”.

La metafora del fascismo lepeniano rimanda, come vedremo, a quella del 2022 come 1922+100, il modo in cui più avanti H. ci presenta la datazione esatta dell’opera. Un Islamo-Fascismo, dunque, ma non nel senso dell’insulto politico elaborato dalla Fallaci, bensì nel senso filologico, diremo, del corporativismo fascista riproposto in una nuova formula in grado, si lascia intendere, di funzionare.

1984_00375525III.                1984

Il protagonista, mentre Parigi brucia, fugge al sud, a Martel, città legata a Carlo Martello campione dell’Occidente cristiano, incappa nei luoghi ove i Cro-Magnon distruggono gli ultimi Neanderthal (p. 116).

In modo del tutto casuale, egli reincontra la collega col marito-spia, Tannier, anche loro fuggiti nello stesso posto. Una sottolineatura della incredibile casualità che appare, più che sciatteria, appunto, sarcasmo (Tannier nel paesino diverrà l’ex-spia che il sindaco, il medico condotto e il borghesotto provinciale sognano d’incontrare…)

È Tannier, “la spia”, a rivelare oltretutto, in mezzo ad altro, la datazione precisa del romanzo, dicendo, del nonno: “Era nato nel 1922, si rende conto? Esattamente cento anni!” (p.137). Si svela così il detto riferimento ironico del romanzo, il 2022 come 1922 + 100, altro 1984, “2084″ che ribalta non l’avvio della guerra fredda, ma l’avvio del fascismo. Un fascismo, però, visto in realtà in modo positivo: il suo modello è l’imperatore Augusto, non è un uomo mediocre. Il vero fascismo, dunque, la vera rinascita dell’Impero mediterraneo, non le pantomime dei postfascisti.

Al centro del testo, dunque, è posta la connessione che più sottolinea il rapporto con “1984”; non a caso a magnificare Ben Abbes è un uomo dei servizi segreti, come il “mentore” terrificante che induce Winston Smith all’amore per il Grande Fratello mentre le tortura, magnificando con convinzione la grandezza del dittatore.

Ben Abbes, intanto, unisce sotto di sé socialisti e gollisti, contro la “minaccia fascista” della Le Pen, con un candidato cattolico, Bayreu, come Presidente del Consiglio. Al di là di queste astuzie minute, è però raffigurato non solo come un furbastro levantino, ma come un politico di livello, paragonato a Napoleone, con il mito dell’Impero Romano, un vero nuovo Augusto come evocato prima. Il meccanismo retorico che gli spiana la strada, del resto, è nuovamente orwelliano: come in “1984” (ma anche “Animal Farm”), ci vuole la sinistra per fare le riforme di destra, per citare Agnelli (volete forse che il signor Jones torni? chiese Clarinetto agli animali…). Qui, invece, ci vuole l’islam per fare riforme clerico-fasciste, zittendo la sinistra laica, per complesso terzomondista, verso riforme sussidiaristiche vicine all’ideologia cattolica tradizionalista.

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Filippo L’Arabo, imperatore (“Augusto”) di Roma.

IV.               Augusto

La dimensione augustea di Ben Abbes si svolge nel ritorno alla Parigi da Martel. Il capitolo è il più legato alle vicende personali del protagonista, con il pensionamento, la discesa nell’abiezione più totale dopo la morte dei genitori, la perdita dei blandi contatti universitari e di Myriam, che si rifà una vita in Israele, e l’inutile tentativo di imitare, a Poitiers, la rinascita nel cattolicesimo di Huysmans. Poitiers, come già Martel, luogo di fuga, rimanda anche a Carlo Martello, al baluardo ormai ceduto: l’altro polo, assieme Parigi, attorno a cui ruotano gli spostamenti inquieti del protagonista.

Intanto Ben Abbes, dopo aver ridotto a un terzo l’istruzione pubblica in favore di quella confessionale, riprende soprattutto l’ideale del Distributivismo, ovvero dell’economia collettivistica famigliare da noi nota come “principio di sussidiarietà”, cavallo di battaglia del cattolicesimo (non a caso ideata da Chesterton, polemista ma anche scrittore cattolico, l’autore di Padre Brown e altri romanzi non giallistici: il romanzo non rinuncia mai a sottolineare la sua natura letteraria), dissolvendo anche lo stato sociale e la grande impresa, con la creazione di un sistema parcellizzato, artigianale e agrario. Un modello vicino al sogno mussoliniano, solo che posto qui, in questo 2022, come tutto sommato razionale economicamente, contro la stolidità di battaglie del grano e simili nel continuum-1922. In fondo, c’è anche proprio un eco di Augusto, che si presenta come restauratore del mos maiorum agrario essendo in verità qualcosa di profondamente diverso. E non ci troviamo di fronte a una novità assoluta, tra l’altro: i Mille Anni di Roma, modello di ogni impero “millenario”, vennero celebrati da Filippo l’Arabo, imperatore ovviamente ancora non islamico, ma già conterraneo, alla lontana, di Ben Abbes (vedi immagine sopra).

E si giustifica così anche la copertina (italiana), con una Volpe (l’Islam?) che balza predatoria su un tavolo imbandito – l’Occidente? – che però ricorda così tanto la Lupa capitolina (i due salini sotto le sue mammelle, addirittura, possono stilizzare Romolo e Remo).

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Bouguereau, La giovinezza di Bacco (1884, l’anno di A Rebours)

V.                 Tout se tient

Il quinto capitolo chiude la storia e tutti i filoni interpretativi primari, sopra evidenziati. Per l’unica volta appare una citazione in esergo, da Khomeini, che rivendica la natura politica dell’Islam. Una delle rare concessioni al “fallacismo ad effetto”, che forse bilancia lo scarso peso, qui, della trama fantapolitica, dichiarandola compiuta.

Similmente, per la sottotrama “augustea”, Ben Abbes appare solo per riportare, nel programma, governo europeo a Roma, parlamento ad Atene (unica menzione esplicita dell’Italia, che si può immaginare conquistata da questo “nuovo Augusto” che corona così la sua metafora di riconquista del Mare Nostrum).

La trama di Huysmans è invece solidamente presente nella prima parte della seduzione all’Islam del protagonista, implicita fin dall’inizio, del resto, coerentemente col tema del romanzo e il percorso personale – mai dissimulato, nemmeno nel testo – di Huysmans stesso, che approda ovviamente al cattolicesimo.

Tuttavia, anche qui, è ancor più importante la simmetria con “1984”: se nella distopia di Orwell il completamento della distruzione del protagonista avviene offrendogli la salvezza dopo la tortura a patto di una totale abiezione (deve rinunciare all’unica donna che ha amato, invocando su di lei le torture cui vuole sfuggire), qui la stessa cosa avviene nell’accelerazione finale, dove finita la seduzione intellettuale, si vede al centro della conversione il culto del denaro – uno stipendio triplicato – e il sogno erotico della poligamia. Winston Smith era dissolto sfruttando la sua paura, qui l’eroe cede per la sua perversione. La beffarda vittoria di Rediger, antagonista e mentore al tempo stesso, è totale. Il debole protagonista non è solo vinto con una sottomissione materiale, ma si ottiene la sottomissione morale che già il Big Brother ricercava: l’Admiration, appunto, che l’antieroe non è più in grado di provare per la sua tradizione.

La chiusura, Non avrei avuto niente da rimpiangere, è riscrittura quasi letterale dell’Amavo il Grande Fratello con cui chiude Orwell: segno di una totale, completa “sottomissione”.