Figlio

Il figlio

SILVIA PIO

Un tempo in questa città viveva un uomo con tre figli e una moglie che andava avanti e indietro dalla casa di cura. Lui stava sulla barca tutto il giorno e a sera la figlia grande lo aspettava davanti alla soglia con quelli piccoli in braccio: il fuoco si era spento ed avevano tutti lo stomaco lungo per la fame.
La notte silenziava la casa, i figli dormivano, solo la più grande stava inquieta. La moglie, se non era al manicomio, camminava sul tetto e si trastullava a far cadere sassolini nella grondaia.
La sinfonia stonata della casa lo riportava dentro se stesso, a cercare un’altra dimora dove avrebbe potuto sentirsi meno solo. Quando la pipa si spegneva andava a letto sapendo che mancavano poche ore al risveglio.
All’alba usciva con la barca, traghettava i visitatori dalla terraferma all’isola e aspettava che calasse il buio per considerare finita la giornata di lavoro.
Così, notte dopo notte, giorno dopo giorno.

- Papà, sono incinta.
E adesso cambia tutto.
Subito il più piccolo:
- Cosa vuol dire incinta?
Il padre si siede sulla veranda e accende la pipa:
- Porta a dormire i bambini e torna qui.
È questione di poco perché i piccoli sono abituati a mettersi a letto da soli. La ragazza esce, gli occhi persi in direzione del lago.
- Sei sicura?
- Credo di sapere come funzionano le donne ormai.
- Di quanti mesi?
- Troppi per sbarazzarsene.
L’uomo è di mente veloce:
- Diremo agli altri che è loro fratello.
- Io non lo voglio in casa, non voglio niente di suo padre. Aveva detto che mi avrebbe sposata e poi ha sposato un’altra. E non chiedermi di più.
- Fammi studiare fino a domani.
La ragazza sale nella camera da letto che divide con gli altri figli. L’uomo si prepara a passare una notte sotto le stelle, di dormire non se ne parla. I sassolini fanno rumore di pioggia.
La mattina lui chiede ad un vicino se vuole guadagnarsi una giornata di lavoro e gli lascia la barca, poi si mette in un’ansa nascosta a guardare l’acqua. Spera che la donna passi di lì.
Si dice che nei giorni di sereno si possa vedere il fondo del lago. Giù nel recesso più buio c’è una barca incrostata. Si dice che fosse di un barcaiolo, appesantito di così tanti pensieri che l’aveva fatta affondare. Affondando pure lui insieme alla barca.

La donna l’ha visto e si avvicina con piedi silenziosi, lui sobbalza quando l’ombra si profila sull’acqua, quasi a coprire il miraggio dell’imbarcazione sommersa.
- Non sei al lavoro.
- Neppure tu, una donna a quest’ora dovrebbe essere al mercato a vendere o comprare.
- Non tutte le donne comprano o vendono.
- Lo so bene.
Si abbassa quasi per tuffarsi e a lui viene d’istinto il gesto tenero di sostenerla. Lei sorride e si siede accanto.
- La tua figlia più grande non sta bene, è un po’ che la vedo vomitare.
- È incinta.
- Allora qualcosa capisci delle donne.
- Questo non lo so, è stata lei a dirmi che lo era.
- Vuoi un suggerimento da vicina di casa?
- Una volta eri qualcosa di più.
- Una volta.
- Che suggerimento?
- È troppo tardi per sbarazzarsene…
- Anche questo so.
- Allora falla venire a vivere da me ed io a suo tempo vi libererò del bambino.

La ragazza, con la scusa di dare una mano, si trasferisce nella casa della vicina per tenere nascosta la pancia alla gente. La madre non si accorge della sua mancanza, i fratelli vanno a trovarla quando vogliono, il padre spia ogni suo muoversi dalla veranda, fumando la pipa.
Nei mesi seguenti s’inizia a interessare ai lavori domestici; pulisce l’intera casa, bada alle galline, ai conigli e alla capra, dall’alba al tramonto e poi crolla a dormire sul pagliericcio di foglie che la donna le ha sistemato in un angolo della cucina. Prepara cibo e bucato anche per la sua famiglia, ma sono i bambini che fanno la spola tra le due case.
La ragazza non si affeziona a quanto la sta ingrossando, sembra neppure pensarci. Se non c’è da fare, se lo inventa e non è mai stanca. La donna, ormai sgravata da tutti i lavori di casa, la osserva: assomiglia alla madre, senza però quel lampo folle negli occhi. Ma negli occhi non ha neppure la compassione del padre né la capacità di afferrare anche senza parole né la malinconia di non riuscire a trovare un po’ di bene. Appena si libererà del fardello cercherà un altro uomo che se la prenda. Arriveranno altri figli e ci baderà come adesso bada agli animali.
Diventata con i mesi ingombrante, la ragazza si ritira sotto il portico del retro dove nessuno la vede, a fare conserve e marmellate con i prodotti dell’orto. Un giorno si rende conto che manca poco e parla alla donna.
- Vorrei sapere cosa succede, ma tu che ne capisci? Non sei sposata…
- È vero che non sono sposata, ma ho avuto un figlio.
- Un figlio… e adesso dov’è?
- È vissuto solo due giorni.
- Sei stata fortunata.
- Non la pensavo allo stesso modo. Siedi che ti spiego cosa succede.

Succede che il parto è una faccenda veloce. La ragazza è forte e sembra sapere per istinto cosa fare. Si rialza dal pagliericcio e riprende il suo posto nella casa famigliare prima di vedere il bambino.
Il padre va a conoscere il nipote che non potrà mai chiamare tale. La donna lo tiene in braccio, vestito degli abitini che erano stati cuciti per l’altro, anni prima. La gente penserà che la sprovveduta c’è cascata di nuovo.
- Come lo vogliamo chiamare?
- Come l’altro, come nostro figlio.

Illustrazione di Franco Blandino

Questo pezzo fa parte dell’Officina Narrativa del laboratorio di scrittura creativa ISPIRAZIONE e COSTRUZIONE, tenuto presso l’Associazione Culturale La Meridiana Tempo di Mondovì.