Polvere di Stelle. Dalla Biennale a Mondovì.

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LORENZO BARBERIS.

O, meglio, da Mondovì alla Biennale: in questi mesi, una nuova prestigiosa mostra arricchisce l’offerta della città di Mondovì. Si tratta di “Polvere di stelle”, esposizione inaugurata il 27 settembre presso il Museo della Ceramica cittadino, ed ospita due affascinanti installazioni di Matteo Rubbi e, appunto, di Céleste Boursier-Mougenot, che sarà ospite per la Francia alla Biennale di Venezia del prossimo anno, nel 2015.

Boursier (Nizza, 1961) è infatti un artista visivo che usa oggetti del quotidiano per produrre suoni, secondo una ricerca che non può non far pensare al futurismo italiano e ai suoi concerti per pianoforte e motore d’aereo. Boursier ha usato aspirapolveri come fisarmoniche, uccelli per suonare chitarre, e anche, appunto, ceramiche fluttuanti nell’acqua, l’opera esposta nel Museo.

Se prima citavo i futuristi, va detto che Boursier si pone all’opposto della loro provocatoria cacofonia. I suoni, è vero, sono prodotti sempre da variazioni casuali ispirate alla teoria matematica del caos cui l’autore si ispira nelle proprie produzioni, ma, almeno nel caso di queste ceramiche bianche mollementi fluttuanti in una piscina azzurra, la musicalità è dolce, affascinante, vagamente ipnotica. Non a caso le ceramiche, ognuna diversa dalle altre, sono state studiate in modo da produrre nei loro scontri un suono armonico, benché sempre differente.

Mai come in questo caso una foto non può rendere giustizia all’opera, che va fruita nel suo contesto originario, proprio per la centralità assoluta dell’aspetto sonoro. Forse ci può aiutare già di più questo video, anche se una visita è, in questo caso, irrinunciabile. Anche l’aspetto visivo, comunque, è seducente, proprio per il suo associare alle sonorità vagamente zen il lento turbinare dei cerchi bianchi, come una molle spirale ipnotica.

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In qualche modo, l’aspetto dell’opera mi ricorda anche le ninfee di Claude Monet, soggetto esplorato in 250 dipinti, dal 1897 al 1919, che costituiscono l’ultimo capitolo della sua vasta produzione. Il gran maestro dell’Impressionismo evolve gradualmente queste sue opere verso una sostanziale astrazione, creando per molti i primi esempi di un astratto informale, in opposizione a quello geometrico del cubismo imperante. Opere, anche queste, ipnotiche e rilassanti, come quella del similmente francese Boursier.

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Se l’opera di Boursier è indubbiamente affascinante per la semplicità dell’effetto estetico (ottenuta ovviamente tramite uno studio molto complesso e laborioso), l’installazione di Matteo Rubbi è invece da esplorare per la complessità nel gioco di rimandi alla realtà monregalese, intessuti con una divertente, sagace ironia.

Il progetto di Rubbi (Bergamo, 1980) nasce coinvolgendo, come suo solito operare artistico, la comunità in cui va a compiere il suo intervento. Le ceramiche usate nel progetto sono state fornite spontaneamente dalla popolazione, unitamente ad alcune realizzate in UP, l’Unità Produttiva inaugurata di recente al Museo, nella sua costante innovazione laboratoriale.

Con le ceramiche ottenute Rubbi ha ricreato un simbolico profilo della città di Mondovì. Qui non ci si perde per processo ipnotico, ma per il gusto di scoprire le più minime “corrispondances” dell’opera.

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Questo blocco centrale rappresenta Mondovì Piazza, che vediamo anche evocata, dietro Beccone, dal piatto in pittura rossastra sottostante. La teiera rovesciata pitturata a scacchi colorati simboleggia una mongolfiera; ve ne sono anche altre sospese con fili sopra l’installazione, a simboleggiare questo elemento pressoché unico del nostro panorama.

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Dietro Piazza, i filari di Gorzegna sono rappresentati con queste ceramiche intrecciate in stile vimini, che rimandano ai filari delle vigne richiamate anche, a Piazza, dalla brocca col simbolo dell’uva, rimando alla cultura del vino di cui il Piemonte, e anche Mondovì, è permeato.

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Questa composizione invece rappresenta la Funicolare, che conduce verso le stoviglie simboliche dell’area di Breo.

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In questa Breo Simbolica di ceramica spicca soprattutto la torre della Besio, un tempo la più alta torre in città, che è ovviamente elemento centrale proprio per il forte valore simbolico della ceramica (Besio 1842 è ancora oggi l’unico marchio ceramico, in mezzo a varie vicissitudini, ad essere operativo in città, collegato anche all’Unità Produttiva del Museo).

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Altri scorci di Breo sono il carnevale, che ha qui il suo fulcro ogni anno, e l’area mercatale con gli annessi parcheggi.

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L’Altipiano è realizzato con coloratissime tazzine prodotte in epoca fascista, quando ai tradizionali pizzi e merletti ottocenteschi si sostituirono nella ceramica monregalese colori netti, forti, “futuristi”.

Paolo Borgna, guida documentatissima e colonna storica delle esposizioni artistiche monregalesi, spiega come quelle gialle a macchie di leopardo intendevano evocare il “tema africano” delle colonie d’Africa con cui il Duce aveva “restituito a Roma il suo Impero”.

La stessa epoca, quella Fascista, in cui sorge l’Altipiano, “la Mondovì del futuro”: progettato nel primo novecento giolittiano come una V massonica che si dipartiva dalla punta di compasso della Stazione ferroviaria, il Piano Rigotti ridefinì in età fascista la struttura attorno a un centrale e diritto Corso Italia, da un lato ville signorili, dall’altro palazzi popolari. Due grandi torri-grattacielo, nei pressi della stazione, dovevano formare un grande e produttivo Arco di Trionfo romano: solo uno sarebbe poi stato realizzato nel secondo dopoguerra, nel 1972 (vedi, sempre su Margutte, qui).

Il grattacielo qui è simboleggiato dalla torre di quattro tazzine della foto sovrastante, associato ai palazzi moderni del dopoguerra effigiati con brocche di forma squadrata.

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L’estremità sinistra dell’installazione è segnata da un complesso di ceramiche che simboleggia il Santuario di Mondovì presso Vicoforte, il centro da cui Mondovì – il Mont d’Vì, il Monte di Vico – stessa si è originata nel lontano 1198.

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All’estremità opposta, questi alti vasi su basamenti lignei simboleggiano la corona delle montagne, mentre il biscotto bianco che le sormonta sono le nubi del panorama monregalese. Un elefantino seminascosto tra i monti ricorda la calata di Annibale (in realtà avvenuta altrove, rispetto alle Alpi Liguri e Marittime più vicine al monregalese), mentre il piatto che qui purtroppo vediamo solo parzialmente rimanda al Rifugio Garelli.

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Scendendo più a valle, troviamo piatti che simboleggiano la fauna (il cervo, e poi uno scoiattolo) di questa zona alpina, come pure numerosi piatti che riportano la frutta tipica della zona.

Molti altri elementi sarebbero probabilmente da indagare, in quanto ogni ceramica ha, nell’intento dell’autore, un significato preciso (anche solo richiamare una data casa o palazzo). Quindi non ci resta che rimandarvi alla diretta visione dell’opera.

Concludiamo con un video assemblato da Laura Blengino, cui si devono anche le foto dell’articolo.


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La mostra (ingresso libero) resterà aperta fino al 28 dicembre il venerdì e sabato, dalle ore 15 alle 18, la domenica dalle 10 alle 18. Per maggiori informazioni telefonare al numero 0174/40389 o scrivere a turistico@comune.mondovi.cn.it o direzione@museoceramicamondovi.it.