Errare Humanum Est

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ATTILIO IANNIELLO.

Se c’è un mito con il quale la cultura di tutti i popoli ha cercato di narrare il nucleo più profondo del senso della vita, quello è il mito del viaggio. Da Oriente ad Occidente, viaggi, pellegrinaggi, egire, diaspore, esodi raccontano l’uomo nel suo percorso iniziatico, nel suo movimento tra spazio e tempo.

Quando un discepolo chiese al maestro Yun-men: «Che cos’è il Tao?», egli rispose solamente: «Cammina», poiché è nell’andare, nel muoversi, nell’attraversare paesaggi umani e culturali diversi che si può avere la chiara luce che tutto scorre, che tutto si trasforma incessantemente.

Lo stesso Buddha viene chiamato dai suoi seguaci il Tathagata ossia “colui che viene e quindi va”.i

Ed all’errare del tibetano Milarepaii nelle vallate del Tetto del mondo in cerca di un maestro che lo portasse alla Liberazione, ai pellegrinaggi, agli stupa e santuari disseminati nell’Himalaya, si affianca il Sentiero per eccellenza: «Il sentiero più alto è il sentiero ottuplice» (Dhammapada, XX, 273); è il sentiero predicato dal Buddha, il sentiero che porta alla Liberazione finale, il sentiero interiore della felicità.iii

In Occidente, la terra del tramonto, sono due i personaggi intorno a cui letterature, filosofie e teologie hanno intessuto poesia, racconti e meditazioni: Ulisse ed Abramo.

Il viaggio mitico e fantastico di Ulisse e il viaggio storico e mistico di Abramo.

Il filosofo Emmanuel Levinas scriveva: «Al mito di Ulisse che ritorna ad Itaca, vorremmo opporre la storia di Abramo che lascia per sempre la patria per una terra ancora sconosciuta».iv

L’Ulisse omerico infatti è il protagonista del viaggio di ritorno più celebrato dalla cultura classica; il suo desiderio di tornare agli affetti familiari, alle radici della sua vita è tale da rinunciare persino all’offerta di immortalità fatta dalla bella Calipso.v

Abramo lascia la terra di Ur in seguito ad un ordine di JHWH: «Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò» (Genesi 12,1). Il patriarca biblico si muove quindi verso terre sconosciute, diventando simbolo di chi si incammina verso un novum perenne, un luogo fisico, psichico e spirituale armonioso, che è già nella mente e nello sguardo di chi va, anche se non ancora raggiunto, non ancora pienamente incarnato nel vissuto personale, sociale e storico.

In Occidente sarà l’Ulisse omerico a trovare i maggiori estimatori soprattutto tra i viaggiatori tra il XV e il XVIII secolo. L’esplorazione di terre, di nuovi continenti acquistava senso nel ritorno a casa, nel racconto di quanto visto, trovato, scoperto.

Abramo ed il suo andare verso una terra sconosciuta, ma promessa, diventava modello, matrice per i viaggi mistici, i pellegrinaggi, i sentieri sociali degli utopisti.

Dal viaggio mistico di Giobbe che viene da Dio accompagnato alla riscoperta del creato (Giobbe, 38) al viaggio di Muhammad dalla Mecca a Gerusalemme ed al cielo accennato dal Corano nella Sura Al-Isrà e raccontato dalla letteratura sapienziale islamica, o al viaggio di Dante nei regni dell’Aldilà, ci si spinge in itinerari inusuali, senza mappe e riferimenti geografici o di tempo, ma si pre-conosce l’arrivo inconosciuto: la Gerusalemme celeste, l’Eden, l’incontro con l’Assoluto.

I pellegrini. Anche loro si muovono verso una meta di cui hanno sentito parlare e che vogliono conoscere. Il loro itinerario è segnato nelle carte geografiche ma il loro cammino rimane aperto al mistero creando un andare che non è solamente un progredire quantitativo, non è solamente un percorrere distanze, ma anche un’ascensione nel profondo di se stessi, verso il nucleo più segreto della propria umanità. Ci si incammina verso le sorgenti del Gange, verso la Mecca, verso la Terra Santa, verso Santiago di Compostela, verso le grotte di Kiev o, iniziaticamente, verso il luogo sconosciuto dove si nasconde il Sacro Graal. Nel percorso il pellegrino diventa tutt’uno con la preghiera, assume lo sguardo adamitico, edenico, di colui che non è separato dall’universo:

 

la preghiera del cuore mi dava una letizia che avrei ritenuto impossibile su questa terra, e mi domandavo come le delizie del regno celeste potessero essere maggiori di queste. Non solo sentivo questa luce dentro la mia anima, ma anche il mondo esterno mi appariva bellissimo e incantevole, e tutto mi stimolava all’amore e alla gratitudine per il Signore: la gente, gli alberi, la vegetazione, gli animali. Erano tutti miei familiari e su ogni cosa vedevo impresso il miracolo del nome di Gesù. A volte sentivo una tale leggerezza come se non avessi più corpo e anziché camminare, volteggiassi beato nell’aria…vi

 

Vi è anche un pellegrinaggio sociale, politico che non attraversa luoghi, ma si snoda in paesaggi umani, in situazioni esistenziali, ed come tappe ha tempi e modalità di impegno. Paradigma di tale forma di percorso, di viaggio, è l’Esodo biblico; un intero popolo che lascia una situazione di schiavitù per raggiungere una terra promessa (la stessa terra promessa ad Abramo). E per fare questo affronta una lunga marcia nel deserto, che diventa crogiolo di purificazione per vincere le nostalgie, le sicurezze, che comunque la schiavitù offriva, ed arrivare veramente liberi e consapevoli alla meta.

Nell’attraversare il deserto occorre fare attenzione che il deserto stesso non ci inglobi, non ci annulli: «… Guai a colui che cela deserti dentro di sé»vii.

I movimenti popolari tesi alla costruzione di una forma sociale all’insegna della libertà, della giustizia, dell’eguaglianza e della fratellanza spesso utilizzavano, ed utilizzano ancora, la metafora del cammino (“Veniamo da lontano ed andremo lontano”) per sottolineare il graduale avvicinarsi a quel tempo sociale, umano e storico in cui si instaurerà il Regno di Dio per il cristiano o sorgerà il Sole dell’avvenire per il socialista. Se per i cristiani la speranza in una società giusta nasce essenzialmente dalla fede (accompagnata certo dalla ragione), per i laici tale speranza nasce esclusivamente dalla ragione, da un pensiero che razionalmente asserisce che un altro mondo è possibile, anzi necessario di fronte alle grandi ingiustizie planetarie. In entrambi i casi la ragione è una ragione attraversata dall’amore, amore che apre alla speranza, amore che apre alla creatività politica e sociale, che apre all’idea di immortalitàviii anche il non credente.

È il cammino incessante per la giustizia, il cammino dei cortei, delle manifestazioni, il cammino di chi cerca le vittime dell’ingiustizia, come scrive Juanita, una madre di Plaza de Mayo alla ricerca di notizie del figlio, in una toccante poesia:

 

Sono quei piedi / che da bambina / mettevo nelle pozzanghere per sentire / la frescura, come un capriccio. / Sono quei piedi / che quando pioveva / mi facevano correre / per bagnarmi e sentire / qualcosa di diverso. / Sono quei piedi / con cui ho battuto l’asfalto / tanti giorni, tanti anni / tante strade, e ho attraversato / tanti fiumi. / Ancora con loro / sono andata molto lontano, sempre / cercandoti – cercando amici / che parlassero di te – cercando luoghi / che ti avessero accolto. / Tutto è stato inutile. / I piedi? Continuano ad attraversare / tutte le strade, senza riposare / come il torrente, che non riposa / né riposerà / mai.ix

 

Dante Alighieri nel XXVI Canto dell’Inferno riprese la figura dell’Ulisse omerico e le diede una nuova destinazione. Colui che nell’Odissea superò mille pericoli fisici e morali per tornare ad Itaca, colui che navigava per “il dolce ritorno”, qui viene presentato come un protagonista per un’avventura senza fine, animata esclusivamente dal desiderio di «seguir virtute e canoscenza» (Inferno, XXVI, 120).

A questa immagine di Ulisse si rifaranno i viaggiatori romantici, gli artisti, tutti coloro che cercano la bellezza umana e paesaggistica sapendo a loro volta donare ciò che trovano nella loro ricerca, come suggeriva Léo Ferré cantando “Les poètes” :

 

Ils mettent des couleurs sur le gris des pavès
quand ils marchent dessus ils se croient sur la mer
Ils mettent des rubans autour de l’alphabet
et sortent dans la rue leurs mots pour prendre l’air.
x

I giorni vengono misurati dallo scorrere, dall’andare continuo come un fiume dalla fonte alla foce: «È inutile che dorma. Il fiume corre / nel sonno, nel deserto, in una cava. / Il fiume mi rapisce, io sono il fiume»xi.

Ed è l’aspetto liberatorio del viaggio, l’aspetto catartico, l’aspetto sapienziale, profetico che affascinò in Occidente a partire dagli anni Cinquanta e Sessanta del XX secolo, le nuove generazioni che non si sentivano parte di una società ormai abbagliata da un benessere modellato su una cultura consumistica. Nella primavera del 1964, Fernanda Pivano scriveva:

 

La narcosi del benessere economico, del miglioramento delle condizioni generali di vita, dell’automobile frigorifero lavatrice televisione università alloggio turismo per tutti – insomma, della civiltà del consumo – ha ipnotizzato così bene la massa della piccola borghesia da convincerla che il suo è il migliore dei mondi possibili e farle considerare assurda una qualsiasi protesta. Nella sua ipnosi la piccola borghesia non scorge l’abbassamento, l’involgarimento, la spersonalizzazione del nuovo livello medio. Assorta com’è nell’adorazione sempre più fanatica del denaro, va dimenticando… gli immemoriali valori che danno senso alla vita umana… e che si realizzano con l’esplicazione delle singole personalità.xii

 

Ma non tutti furono ipnotizzati e molti ricercarono, spesso in modo confuso e con non pochi drammi, “cieli e terre nuove” dove ritrovare una purezza edenica, una socialità liberante. Nasceva il desiderio di un ritorno alla natura, si riscoprivano così autori classici della cultura americana come Henry David Thoreau (1817-1862), autore di “Walden, or life in the woods” e di “Walking”; cresceva l’interesse per i popoli nativi, e così via.

E se tanti si perdevano nei sentieri psichedelici, molti altri viaggiavano verso mete esotiche, cercando la semplicità di vita, una nuova convivialità, una spiritualità non dogmatica.

Una delle mete preferite dalla beat generation e dagli hippies di quei decenni era l’India. Italo Bertolasi nel 1970 scriveva sul foglio alternativo “OM”:

 

Il viaggio in India funziona sempre. Ti restituisce il vecchio corpo potente e poi sei sempre nella strada. Vedi nascere e morire l’uomo, puoi essere “dentro”! Se sei ricco dovrai aiutare molto; ti accorgi che senza niente vai più veloce ed entri in ogni casa… Poi c’è la grande ribellione per demolire i vecchi privilegi, ne sarai naturalmente coinvolto perché è la storia di adesso… Un viaggio ti può permettere di riposarti, di “cercarti”, di vivere sempre con il canto negli orecchi…xiii

 

Il viaggio quindi in qualunque modo lo si intenda, a qualunque mito ci si riferisca non è mai semplice evasione ma una “cerca”, un concentrarsi sul rapporto fisico e psichico col mondo umano e naturale che ci circonda. Il viaggio arricchisce di conoscenza e “pulisce” da quelle scorie che sclerotizzano il nostro essere esseri esistenti; può essere fatto nella propria stanza o per le terre e le città del mondo. E nessun viaggio può essere ultimativo, definitivo perché la “cerca” dura quanto i nostri respiri. 

Cerco un paese
innocente.
xiv

Con questi versi di Giuseppe Ungaretti sveliamo le mete dell’umanità. Un paese interiore, un paese concreto di case e abitanti, un paese nazione, un paese pianeta, che osservi la vita con lo sguardo innocente del bello e del buono.

E il buon viaggio del mito, di quanto abbiamo scritto più sopra, sia l’unico andare.xv

Attilio Ianniello

NOTE

i Cfr. Baccarini Emilio (a cura), Il pensiero nomade, Assisi, 1994, pag. 12.

ii Cfr. Bacot Jacques (a cura), Vita di Milarepa, Milano, 1975.

iii Sull’Ottuplice sentiero (la comprensione appropriata, il pensiero appropriato, il linguaggio appropriato, l’azione appropriata, i mezzi di sostentamento appropriati, lo sforzo appropriato, la consapevolezza appropriata, la concentrazione appropriata) si veda Gunaratana Henepola, La felicità in otto passi. Camminare sul sentiero del Buddha, Roma, 2004.

iv Citato in Gentiloni Filippo, Abramo contro Ulisse, Torino, 1984, pag. 117.

v Cfr. Omero, Odissea, Milano, 1979, pag. 67.

vi Cfr. Racconti di un pellegrino russo, Milano, 1983, pag. 129.

vii Cfr. Nietsche Friedrich, Così parlò Zarathustra, Vol. II, Milano, 1982, pag. 371.

viii Il tema dell’immortalità per il non credente ovviamente non rimanda ad un Aldilà ma rimane legato alla memoria storica dei diversi movimenti sociali. Si veda per esempio: Gavi Philippe, Sartre Jean Paul, Victor Pierre, Riballarsi è giusto, Torino, 1975, pp. 154ss. In queste pagine si parla del sacrificio dell’operaio Pierre Overny, ucciso da un guardiano della Renault il 25 febbraio 1972 nel corso di uno sciopero. Overny affrontò l’uomo armato perché “si sentiva immortale”, non un individuo isolato ma parte di un popolo in lotta per la giustizia sociale.

ix Cfr. Il cuore della scrittura. Poesie e racconti del Laboratorio di scrittura delle Madres di Plaza de Mayo, Milano, 2003, pag. 19; cfr. Demetrio Duccio, Filosofia del camminare, Milano, 2006, pp. 280-281.

x Cfr. Chansonniers francesi, Bologna, 1968, pag. 97: «Mettono del colore sul grigio del selciato / quando vi camminano si credono sul mare / mettono dei nastri intorno all’alfabeto / portano le parole a spasso perché prendano aria»

xi Cfr. Borges Jorge Luis, Elogio dell’ombra, Torino, 1977, pag. 23.

xii Cfr. Pivano Fernanda, Un poeta, non soltanto un minestrone beat, in Ginsberg Allen, Jukebox all’idrogeno, Parma, 1996, pp. 13-14.

xiii Cfr. Guarnaccia Matteo (a cura), 1968-1988. Arte psichedelica e contro cultura italiana, Roma, 1988, pag. 8.

xiv Cfr. Ungaretti Giuseppe, Vita di un uomo, Milano, 1978, pag. 70.

xv È l’augurio che nasce dalla consapevolezza che per molti viaggiare vuol dire “consumare” chilometri e territori e per altri ancora in modo drammatico il viaggio è andare in esilio, fuggire da guerre e carestie, migrare verso Paesi spesso inospitali e verso destini a volte degradanti. Chi attraversa deserti con poche masserizie, chi affronta i mari con traversate notturne su imbarcazioni che minacciano di affondare da un momento all’altro ha negli occhi la paura, l’angoscia. Anche per loro dobbiamo non solo cercare, ma costruire “un paese innocente”.

Immagine di copertina di Lorenzo Barberis