La Città dei Sogni. Il romanzo di Torino

Copertina Prosio

PATRIZIA DEABATE

Pier Massimo Prosio ha dato alle stampe il suo ultimo romanzo, La Città dei Sogni. Il romanzo di Torino, al quale – mi ha confidato – teneva moltissimo: un’idea da lungo tempo accarezzata e corteggiata.

Già dalla brevissima presentazione dell’Autore apprendiamo che quest’opera è stata modellata sulla sua biografia, e questo basta a stuzzicare la curiosità.

Mi sono spesso chiesta, infatti, quale fosse o chi fosse la Musa di questo scrittore così coinvolgente, di questo raffinato conoscitore delle letterature inglese, francese, americana, che le ha amate e passate al setaccio, come i cercatori d’oro, trovando quelle gemme splendenti che formano la celebre Guida Letteraria di Torino, giunta ormai alla terza edizione e lodata finanche dal Times Literary Supplement, il supplemento letterario del Times di Londra.

Torino la magnifica, la “città magica”, la capitale del cinema, rivive in questo romanzo trasfigurata dai ricordi, dai sogni, dalla fantasia dell’autore, in un crescendo di intensità.

Partiamo quindi dall’infanzia del protagonista nell’immediato secondo dopoguerra nella città dove i bambini giocano fra le macerie dei palazzi crollati sotto le bombe. Sentiamo il fascino che alcune rovine esercitano sul giovanissimo protagonista, incantato dinanzi ad un calendario che, in una casa semidistrutta e abbandonata, è rimasto appeso alla parete, alla pagina del mese del bombardamento. Con l’intrepido ragazzino che non teme di avventurarsi, formuliamo ipotesi sul significato delle annotazioni fatte su quel foglio dagli antichi proprietari, dalle quali si tenta di arguire qualcosa della loro vita tra quelle mura. Ecco quindi rivelato, in nuce, l’animo del futuro romanziere.

La sua prima casa torinese del dopoguerra, quel nobile palazzo liberty dagli animali mitologici e misteriosi affrescati in stile assiro già presente nei Racconti di un altro inverno, diviene, nel romanzo, un castello incantato, animato dalle fantasie di un bimbo e da quella nebbia dorata che avvolge, ingigantendoli, i ricordi dell’infanzia, specie se è stata l’infanzia di uno scrittore di profonda sensibilità.

La fase della preadolescenza, alle scuole medie, è segnata dall’adorazione per la professoressa di italiano, la Bertani, giovane e bella, affascinante e anticonformista, che incide profondamente sull’animo e sulla sensibilità culturale del protagonista, facendogli battere forte il cuore.

Non c’è aggettivo più azzeccato, per la Bertani, che quello di “vera”: talmente viva e palpitante, fra le pagine del libro, da lasciare una profonda impressione.

Si vive la tragedia del Torino, la squadra di calcio schiantatasi in un incidente aereo contro la collina di Superga nel 1949: formazione di cui il protagonista conosceva alcuni giocatori. E poi si incontra un altro amico di famiglia: Fausto Coppi, “ripreso” (per usare un’espressione cinematografica) in un negozio di Corso Vittorio Emanuele mentre si provava un cappotto.

E ancora, la violenta bufera che troncò la Mole Antonelliana nel 1953: la gente che si rifugiava nei negozi, dove le serrande furono chiuse in pieno giorno, le preghiere recitate da un’anziana durante l’uragano, la paura e poi il boato con cui crollò la gigantesca guglia della Mole e la stella dorata della punta.

Questi sono solo alcuni degli spunti di riflessione del libro, tutto cosparso, intriso, di uno spirito poetico inafferrabile, così come lo è il fascino di Torino; e non poteva essere altrimenti per il romanzo torinese dell’Autore che ha sviscerato e catturato le mille seduzioni che la città seppe offrire ad artisti, scrittori e poeti di tutto il mondo, in ogni epoca.

Un’invincibile malinconia pervade il romanzo, ma pure lo spirito ardente e sempiterno, senza tempo, della gioventù. E non si può non citare la testimonianza di un anziano, raccolta dal protagonista bambino, di una serata in un allegro caffè in cui il poeta Nino Oxilia (1889-1917) tentò di leggere alcuni versi dei suoi Canti brevi tra le risate generali e quelle particolari di una fanciulla particolarmente dispettosa.

E il viaggio ne La Città dei Sogni approda finalmente al Liceo e alla Musa del protagonista (e dell’Autore?): Laura. Una ragazza speciale, strana, misteriosa, amante dei versi di Pavese e di William Blake, a lungo vissuta in Inghilterra, che parlava con accento inglese e amava con trasporto, senza convenzioni, fuori dal suo tempo. E, davvero, gli incontri amorosi nella soffitta della scuola durante gli intervalli e i cambi d’ora sono quanto di più ardito di possa immaginare – e fare! – nelle tempeste di un meraviglioso amore adolescenziale, di quelli che segnano per tutta una vita.

Torino, le sue donne, i suoi tempi e il suo fascino, la gioventù: questo romanzo lascia le molteplici impressioni che può suscitare, nel cultore dell’arte, la celebre serie di Claude Monet dei dipinti della cattedrale di Notre Dame di Rouen, ritratta nelle diverse ore del giorno e sotto le più varie condizioni atmosferiche.

Diversi tempi, ma lo stesso tempo: la giovinezza. E la musica di Johannes Brahms, che secondo l’Autore, è quella che più cattura, esprime e asseconda l’anima di Torino:

«Se io fossi capace di ricostruire quella Torino degli anni Cinquanta che continua a spuntare e a spingere dentro di me con tenace insistenza; se io sapessi rievocare un’infanzia lontana, un’insegnante scomparsa, un amore adolescente, una perduta città: vorrei farlo trasportato dalle note di Brahms».

E L’Autore deve senz’altro avere ascoltato questa musica mentre scriveva, poiché ha saputo immortalare quella ch’era una “perduta” città in un romanzo, La Città dei Sogni, straordinariamente vivo, policromo, ricco di suggestioni. Un sogno.

Pier Massimo Prosio, La Città dei Sogni. Il romanzo di Torino, Boves, Araba Fenice, 2014.

Piazza Benefica - foto di Pier Massimo Prosio

Piazza Benefica – foto di Pier Massimo Prosio