Il Curioso Caso dell’I-Phone

CELL

LAURA BLENGINO.

Io, John N. Wolfe, mi ero alzato. Era tutto normale.

Di pomeriggio, come altri, mi recavo al mio solito bar e ordinavo il solito caffè.

Immaginavo che sarebbe stata una giornata come le altre.

E invece no.

Ero accompagnato dagli amici, Auguste e Sherlock.

Stavo allegramente chiacchierando da un quarto d’ora, sulla sediolina in ferro battuto del locale.

Il solito parlottio sulla politica, sul tempo, sulle vicende personali.

All’improvviso dissi: “Vi devo far vedere un’immagine sull’i-phone. Una mia foto. È incredibile”.

Ricerca. Affanno.

Tasche del maglione, poi della giacca, poi dei pantaloni.

Disperazione.

Poi le mie mani scivolarono sullo zainetto e lo controllarono.

Guizzavano, come accarezzare qualcuno.

Nulla.

Dov’era finito?

“Auguste fai squillare il mio telefono”.

Nulla.

Solo una soffusa musica. La radio trasmetteva, ironia della sorte, “Lose control” degli Evanescence.

“E fra un po’ se non salta fuori, perdo davvero il controllo” pensai tra me e me.

“Vado a controllare in auto. Auguste fai squillare di nuovo.”

Silenzio. Nessun suono.

Nulla.

Dov’era finito?

Rientrai al bar.

“Se non vi spiace torno a casa”.

Era passato un altro quarto d’ora.

Così tutti e tre ci alzammo, andammo a pagare il nostro debito e uscimmo.

Ma qualcuno era in debito con me e doveva ancora pagare.

Volevo tornare a casa, ma prima cambio di rotta. Andai dai carabinieri. Accendemmo e impostammo il localizzatore. Altri dieci minuti erano passati.

Feci una scoperta sorprendente. Il mio cellulare era ancora nella zona bar.

Partimmo per agguantarlo. Poco dopo la partenza, notammo che si stava muovendo.

Andammo ancora più veloci.

Ma nulla servì.

Dopo pochi attimi, il segnale svanì. Come era apparso se ne andò.

Nel nulla.

_____

Io, Auguste, racconterò le vicende di un pomeriggio. Così come ho assistito. Il protagonista è il mio amico Wolfe.

Passò a prendermi.

In pochi minuti fummo al nostro abituale bar. Erano le 15.45.

Chiacchierò insieme a me e al nostro altro amico, Sherlock.

Un quarto d’ora passò. Poi ci voleva assolutamente far vedere un’immagine sul cellulare.

Diceva che era decisamente pazzesca. E in quell’attimo si accorse che il cellulare non c’era più. Le sue mani frugarono dappertutto: prima nelle tasche del maglione, poi della giacca, poi dei pantaloni e infine nello zainetto.

Non c’era proprio traccia.

Dopo le prime ricerche Wolfe mi chiese di far squillare il suo telefono.

Suonava, ma nessuno all’altro capo rispondeva.

Intanto la radio del locale trasmetteva “Lose control “ degli Evanescence.

Wolfe decise di controllare nell’auto e mi chiese di ripetere l’operazione.

Il telefono suonava, ma era sempre monodirezionale.

Rientrò al bar. Triste e con una nota di rabbia ci comunicò che non era servito a nulla.

Ci chiese se poteva tornare a casa.

Così lui si avvicinò alla cassa, pagò il conto ed uscì.

Noi due lo imitammo.

Prima di separarci mi comunicò che sarebbe andato dai carabinieri.

Erano le 16.15.

In silenzio feci la mia strada a ritroso.

_____

Entrò. Un ragazzo sui trent’anni.

Sulla porta uno inciampò in qualcosa. Lo raccolse e con nonchalance lo mise in tasca.

Due tavolini erano già occupati.

Si mise in quello più vicino all’ingresso.

Con cautela estrasse dalla tasca l’oggetto. Un i-phone.

Si mise a maneggiarlo. Mise la suoneria silenziosa.

Dopo un quarto d’ora vide dei ragazzi che cercavano qualcosa.

Non poteva uscire. Avrebbe destato sospetto.

Nonostante il panico, fece finta di niente. Prese il giornale.

Lesse e attese. Attese e lesse.

Sorseggiò il suo drink. Lentamente. Ancora più lentamente.

Gesticolava. Era nervoso.

Attese mezz’ora.

I tre ragazzi alla ricerca dell’oggetto perduto, uscirono dal bar.

Lui, invece, attese ancora.

E ancora. Per essere sicuro di non incontrarli.

Si attardò altri dieci minuti.

Dopo 40 minuti, circa, si alzò, pagò e se ne andò.

Furono i 40 minuti più lunghi della sua vita.

Fece qualche passo per quella via. Svoltò l’angolo. Poi accese un aggeggio. Un cerchio nero era sospeso nell’aria. Ci si tuffò dentro. Spense l’aggeggio. Il cerchio nero aveva lasciato il posto a ciò che stava prima.

Era tornato alla sua realtà. Per fortuna senza lasciare alcuna traccia.

Infatti non poteva permettersi di lasciare in giro una foto del buco nero, la porta per spostarsi da una dimensione all’altra.

Per sicurezza, premette “DEL” sull’i-phone.

Ora la foto non c’era più.

Nulla testimoniava la presenza di lui nell’altra realtà.

Tranne una moneta poggiata sul bancone.

Laura Blengino

Immagine di Lorenzo Barberis