Un Belvedere sui ’60

moro2 - Copia

LORENZO BARBERIS

Premessa.

Nel mio lungo e frammentario viaggio nelle riviste della controcultura monregalese, ho posto come un eclettico punto di partenza “Il Belvedere”, rivista politico-culturale della sinistra cristiana monregalese, di cui ho descritto in un articolo, in modo abbastanza ampio. il primo anno di vita, il 1963.

La ricchezza di spunti forniti dal “Belvedere” mi hanno però spinto ad organizzare una ricognizione più ampia sulla storia di questa rivista, che offre una affascinante panoramica sulla Mondovì del suo tempo nei trent’anni della sua esistenza.

Ho deciso di suddividere questo percorso, che costruirò gradualmente in una serie di articoli successivi, secondo la scansione in decadi che usualmente si utilizza per lo studio del Novecento. In questo caso, quindi, mi occuperò del Belvedere degli anni ’60, corrispondente a sette anni di attività, 1963-1969.

Naturalmente, vale la premessa dei limiti di un tale studio, che non ha pretese accademiche, e che assume un punto di vista soggettivo e particolare in questa ricognizione. Il Belvedere, come già detto, è una rivista politica e culturale insieme, che ha rappresentato la voce del centrosinistra monregalese, in trent’anni in cui esso è stato al governo della città.

A fianco di questa parte più politica, però, il Belvedere si è posto come rivista culturale: e su questa parte si concentrerà maggiormente il nostro breve studio.

1963. L’Anno del Concilio.

roncalli

Dalla lettura del Belvedere del 1963 (rimando all’articolo introduttivo, per un contesto più ampio) avevamo colto il profilarsi della struttura in rubriche, che si era venuta a definire nel corso dell’anno, pur partendo già con una buona, solida conformazione iniziale. L’elemento caratterizzante di quel primo anno, che appare il più intriso dello slancio ideale che avvolge ogni esordio, era sicuramente la presenza diffusa dello spirito del Concilio Vaticano II, giunto in quel 1963 alla sua conclusione, con la “Pacem in Terris” ed altri fondamentali pronunciamenti.

Il gruppo del Belvedere si era posto in quel solco, coniugando quell’aspirazione ideale con un simmetrico pragmatismo, visione alta e concretezza di grafici, tabelle, ragionamenti documentati e serrati.

1964. L’Anno dell’Arcivescovo.

maccari

Carlo Maccari in una foto della sua consacrazione episcopale, dall’archivio dell’Istituto Luce.

Il ’64 sarà l’anno dell’Arcivescovo, un arcivescovo che avrà modo di confrontarsi vivacemente col Belvedere.

Il primo numero dell’anno si apre infatti col saluto al nuovo vescovo, Carlo Maccari, di cui già nel ’63 si era ampiamente parlato.

Carlo Maccari, nato nel 1913, ordinato sacerdote nel 1936, era divenuto un importante prelato della curia romana. Uomo di fiducia di Giovanni XXIII, divenuto papa nel 1958, è inviato come visitatore apostolico di Padre Pio, su cui sarà estremamente critico, nel 1960.

Nel 1961 venne ordinato vescovo, una cerimonia a cui, stando al sito dell’istituto Luce, assistono Leone, presidente della Camera, e Gronchi, presidente della Repubblica, e addirittura Andreotti. Ottenuto il titolo, resta nella curia romana, ma a giugno 1963 muore Giovanni XXIII, e col nuovo papa Paolo VI il Maccari, a fine ottobre, viene inviato a Mondovì come vescovo: una sede nettamente al di sotto delle sue possibili aspirazioni, compensato magramente dal titolo “ad personam” di Arcivescovo.

Molti ritennero la ricollocazione una sorta di “esilio” per la sua posizione conservatrice all’interno di un concilio nettamente progressista come il Vaticano II.

Nel discorso di benvenuto riportato sul giornale, il sindaco Martinetti evoca comunque speranzoso un “nuovo spirito entrato negli animi di tutti”, “quello del Concilio Ecumenico, di cui Vostra Eminenza è stato uno dei Padri Venerati”.

FV00123605

Consacrazione episcopale di Maccari (1961). Tra il pubblico, a braccia conserte, un giovane Andreotti. 

In verità, nonostante l’auspicio beneaugurale, in seguito si giungerà a scontri anche aspri col gruppo del Belvedere; scontri che amplieranno e rafforzeranno una conflittualità già presente con gli ambienti dell’Unione Monregalese di allora, indubbiamente più conservatrice, e probabilmente anche irritata dalla nascita di una seconda rivista cattolica in città.

Il conflitto con Maccari, che ci fu, e aspro, non passa però in modo evidente sulle pagine del giornale. Per paradosso, anche le punzecchiature con il conservatorismo cattolico si fanno più caute, spariscono le comiche finali sul canonico Mimpiccio (con cattiveria si potrebbe dire che avviene perché Mimpiccio è giunto davvero in città).

Certo si teme l’appoggio che Maccari pare ipotizzare ai “cattolici indipendenti”, nuova trasformazione del monarchico-liberale Costa, il principale avversario, da destra, del gruppo del Belvedere. Se la DC di sinistra ha duplicato i giornali cittadini, sembra quasi che la destra ecclesiale a guida della diocesi minacci di duplicare i partiti cattolici.

Il Belvedere però non si fa più cauto, anzi, si si accentua la “fuga in avanti” accogliendo, nei numeri seguenti, le posizioni di Carlo Carretto (figura “profetica” con ricchi contatti in terra monregalese) e di Don Lorenzo Milani, come vedremo.

Nell’anno due, lo studio storico sulla Resistenza si era infatti esteso, quasi naturalmente, in approfondimento mensile sul Fascismo monregalese. La parabola fascista monregalese sarà definita, ad esempio, “La rivoluzione al caffé”, con esattezza storiografica ma con il gusto di una certa legittima, impeccabile perfidia, che susciterà anche le reazioni di un nostalgico locale, il Fergius, il quale aveva replicato rammaricandosi della fine delle utili squadre fasciste.

Lettere al giornale (n.4) avevano inoltre domandato retoricamente se sia utile tutta quest’insistenza sul fascismo, e non sia meglio lasciarsi alle spalle quei giorni bui in una ritrovata unità fraterna. I giorni del giorno della Memoria erano ancora lontani da arrivare, ma il Belvedere tenne il punto su questo tema.

Lo studio storico del Belvedere si arricchisce anche, nel 1964, di una prospettiva storico-artistica: appaiono infatti anche più ampli inserti di studio sul Barocco monregalese, ad opera dell’insigne docente universitaroio torinese Nino Carboneri e dell’architetto Lorenzo Bertone. Studi molti ampli e dettagliati, specialmente concentrati sul ’400 e sul ’600-’700.

Anche sotto il profilo religioso il Belvedere continua le sue aperture. Nel Numero 2, l’aspirazione ecumenica si riflette in un articolo del canonico Coccio, “Per l’unità dei cristiani”, in cui il sacerdote si compiace per il rinascere di una spinta ecumenica non solo dal Concilio, ma dalla base cristiana stessa, che lo invita a parlare di tale tema, prima sconosciuto, nei seminari, nei chiostri dei conventi, ai gruppi laicali. San Francesco (che aveva dialogato, ai suoi tempi, anche con l’Islam) è visto come la via principe dell’Ecumenismo, per la sua capacità di superare gli steccati formali che hanno irrigidito la chiesa moderna nelle guerre (calde o fredde) di religione. Non solo le altre confessioni cristiane sono viste in ottica fraterna, ma perfino le spiritualità extra-cristiane: si fa l’esempio della spiritualità Bantu, studiata dal francescano congolese Lufuluabo, che vi ha ritrovato la stessa mistica, gioiosa contentezza della povertà che si ha in Francesco. Parole decisamente avanzate, come vediamo, e in piena linea coi fermenti più vividi del Concilio, che riconosceva in ogni religione una scintilla del pensiero divino (benché, ovviamente, compiuto solo nella continuity giudaico-cristiana).

Intanto si approfondiscono le Lettere dal Deserto di Carretto (n.3), si pubblica uno studio di Elvio Chiagne sulla “Pacem in terris” (n.4), si stigmatizzano le resistenze alla nuova messa postconciliare (n.5.: “Latinismo dei chierici, infantilismo dei laici”).

Il Belvedere non rinuncerà nemmeno al suo apparato satirico. Anzi, dal 1964 Inizierà la consuetudine di inserire immagini fotografiche di repertorio usate, con un detournement, per commentare l’attualità, con un effetto ironico abbastanza efficace e abbastanza spiazzante, a tratti quasi surrealista. Di solito l’immagine va in un senso, e la didascalia in senso completamente contraddittorio, segnando appunto l’ironia evidenziata. Uno strumento ancor più efficace di polemica, spesso adottato non solo contro i nemici esterni, ma anche coi rivali interni della destra democristiana. Poco sopra vediamo ad esempio James Bond e i suoi gadget riutilizzati per qualche ironia sulle manovre di palazzo dei complessi bizantinismi del pentapartito, tra giochi di poltrone e di correnti.

Se dunque per approfondimento storico, religioso e satira politica non si può parlare di un arretramento del Belvedere col nuovo vescovo, è curioso l’emergere di una posizione a volte favorevole alla censura in ambito culturale, che nel 1963 non era emersa (nemmeno, però, una contrapposta apertura).

Pur su posizioni moderate e razionali, senza alcun tono da crociata, il Belvedere è qui allineato – almeno nella maggior parte degli autori che ne scrivono – alle posizioni più conservatrici. Un articolo di Gianluigi Campogrande (n.3), preciso e dettagliato sul piano legale, sostiene cautamente la superiorità della formula che si va approvando, che mitiga la censura preventiva precedentemente in vigore. “Ciò non significa che io auspichi l’abolizione della censura preventiva: questo è un altro problema.”

La censura, oltre ad esser ritenuta efficace contro la montante “pornografia” esplicita, non viene rifiutata nemmeno verso film e fumetti “violenti”, visti spesso con discreto, distratto disprezzo. Spaghetti Western e Fumetti Noir, Sergio Leone e Diabolik, pilastri per chi, come me, riconosce nella cultura pop italiana una parte delle sue radici, sono equiparati ai filmetti equivoci V.M.18: erotismo in questi ultimi, violenza negli altri, comunque, ugualmente inaccettabili, pare di leggere a volte.

La cartografia delle posizioni etico-estetiche del Belvedere è però varia: si è già vista nel 1963 un’apertura all’arte astratta, e ci sarà alla musica beat (non a caso, due forme d’arte nuove lette positivamente dal mondo del concilio come elementi che entreranno effettivamente a innovare l’arte sacra e il cerimoniale religioso), chiusura su cinema, fumetto, letteratura.

Sono i media che “narrano una storia” a lasciare scettici, perché tali narrazioni sono spesso eterodosse. La cosa non manca di colpire, perché Memo Martinetti, ad esempio, aveva collaborato al glorioso “Vittorioso”, la rivista per ragazzi cattolica dell’immediato dopoguerra, pubblicandovi i suoi “Cavalieri del Grest” – illustrati da Gianni de Luca – a fianco, per dire, del “Don Chisciotte” di Jacovitti e agli altri grandi del periodo. Eppure prevale l’atteggiamento negativo.

Forse è il Boom, che ha portato a una crisi del “Vittorioso” (non a caso, il rilancio dell’editoria a cattolici per ragazzi verrà proprio pochi anni dopo, nel ’66, col restyling dell’antico “Giornalino” albese dei Paolini di don Alberione). Ma gli anni del Boom hanno visto il trionfo di Diabolik (1961), con l’esaltazione del lusso da conquistare ad ogni prezzo.

Nel computo delle riviste vendute a Mondovì fatto dal Belvedere (n.10), tra l’altro, si chiarisce però anche il quadro dei fumetti venduti in città: 170 Corrieri dei Piccoli, 120 Topolini, “Monello” (60), “Intrepido” (50), Nembo Kid 30 (è l’antico nome attribuito a Superman!), Tex 40, e una manciata di altre testate western Bonelli. 2 sole le copie del Vittorioso cattolico, pur di altissima qualità fumettistica. Nessuna presenza, pare, dei “fumetti neri” tanto temuti. Davvero, censura preventiva.

(Forse erano gli anni. Ancora negli anni ’90, discutevo con un brillante docente di italiano che avrebbe censurato Diabolik e affini, ritenendoli immorali. Ma lui, da classicista, avrebbe censurato anche Asterix).

1965. Aprés le Boom, le Deluge?

Il 1965 continua sulla falsariga degli anni precedenti. A Gennaio, il terzo anno si apre con la soddisfazione per l’elezione presidenziale del socialista Saragat, che cementa sempre più l’Italia di centrosinistra uscita dal Boom.

A fianco di temi sociali già trattati si afferma sempre più l’argomento, nei numeri seguenti, dello spopolamento di monti e Langhe in favore delle città, la conseguenza, anche preoccupante, del Boom economico dell’Italia “terza potenza industriale”. Si compensa studiando i possibili benefici turistici, specie delle nascenti stazioni sciistiche (altro portato del benessere del boom), ma consapevoli che “Il turismo non frenerà l’esodo” (n.8), come si titola.

Le comiche finali di Billò celebrano, tra le altre cose, anche i “Piemontesi in Slip sull’Aurelia”: simmetrico esodo verso le località marine della Liguria. Nel numero di ottobre, si effettuerà una ricognizione anche sulla situazione alberghiera monregalese, cui si suggerisce soprattutto l’adozione, sul modello ligure, del “menu turistico”, in grado di offrire una offerta standard a prezzo fisso, magari valorizzando i prodotti locali.

Altra preoccupazione che emerge è quella sul commercio (n.9), di cui si ritiene ipertrofica la crescita a 644 negozi (il calcolo di soli 65 negozi sufficienti fatto dal Belvedere appare, per una volta, erroneo). Con lungimiranza, si suggeriscono “consorzi fra dettaglianti” (che non saranno attuati) per contrastare l’ormai imminente arrivo, anche da noi, di “grandi magazzini self-service” sul modello americano (non si usa ancora il termine supermarket, che si imporrà dall’anno seguente).

A tutto ciò si collegano inoltre le preoccupazioni sull’Autostrada, col timore di essere scartati e sfavoriti (timore non infondato, dati gli endemici problemi della Torino Savona), e paventando una supremazia cuneese che non ci sarà (altrettanto annosi saranno i problemi della Cuneo Asti): “tutte le autostrade portano a Cuneo?” dubita G.Rolfi sul n.12.

Anche la crescita della città degli studi, prima vista come fatto indubbiamente positivo (e si rivendicano i 1500 allievi divenuti 3000…) attira i primi dubbi: sul numero 12 si ipotizza la presenza di “troppi maestri, ragionieri e geometri“, che saranno in parte riassorbiti dal progressivo esodo verso l’università, creando le schiere del futuro ’68, nato dalla prima università di massa.

Nell’ultimo numero dell’anno, inoltre, l’editoriale di Vico Cuniberti si schiera in favore dell’obiezione di coscienza, una presa di posizione coraggiosa che ricorrerà negli anni seguenti, agganciandosi in modo stabile alle posizioni di Don Milani (stella polare anche sul tema educativo).

L’approfondimento storico ha in quest’anno vari nuclei significativi, legati alle ricorrenze. Si attenua in parte il discorso sulla resistenza e sul fascismo, comunque ormai vastissimamente trattato. Coi 700 anni di Dante, si rievoca la “Dante Alighieri” monregalese (n.3): l’associazione, sorta nel 1888 su impulso di Carducci per alimentare il culto dantesco nella Terza Italia, era giunta a Mondovì nel 1908.

Si aggiunge il cinquecentenario di San Pio V vescovo a Mondovì nel 1565, fortemente celebrato dal vescovo Maccari, e i cinquant’anni della prima guerra mondiale. Il primo è celebrato con un certo laconismo, il secondo, con ampli studi e una dichiarata prospettiva pacifista, sulla linea degli ampli approfondimenti già datti sul secondo conflitto mondiale.

Resta in ambito artistico un atteggiamento critico del giornale verso varie forme dell’arte e della cultura, che si accompagna anche a un più marcato conservatorismo in ambito culturale.

ravotti 1969

Berto Ravotti, 1969

In arte si parla ad esempio delle Ombre di Berto Ravotti (n.1), avvicinato correttamente alla Pop Art (l’esplosione del fenomeno è di quell’anno). Ravotti, di cui si riportano stralci di intervista, mostra una modernità notevole di vedute: parla di evoluzione del suo lavoro in una “visione sequenziale”, con una ripresa di modalità “cinematografiche e fumettistiche” delle sue “visioni umbratili”. Le sue proiezioni delle ombre su varie superfici, spesso con raffinate ironie sociali e politiche, rimandano alla modalità di nascita della pittura nel mito greco, e ben si collegano a quel “teatro delle ombre” platonico che è stato spesso visto come l’antesignano nobile del cinema stesso.

Un autore monregalese recentemente scomparso, di cui sarebbe opportuna una radicale riscoperta per l’innovazione delle sue ricerche (nell’intervista, cita anche “shaped canvas” alla Frank Stella, per seguire le evoluzioni del muro in galleria e rompere l’idealtipo borghese della cornice come finestra su altri mondi…). Il Belvedere prende però garbatamente le distanze da ciò che riporta: se l’astrazione in sé, già su altri numeri, non era del tutto sgradita, il Pop è percepito come vacuo: “personalmente lo vorremmo veder correre di meno dietro ad ombre non sempre consistenti”, dice di Ravotti (di cui comunque parla, e con discreta evidenza, seguendo anche i successivi progressi).

Il numero di Aprile ’65 apre la copertina con un astrazione materica di V. Guidotti; bilanciata però all’interno di un vivido ricordo di Nino Fracchia, scomparso nel 1950, ad opera di Michelangelo Pellegrino. La dipartita di Fracchia è vista come la fine della grande età dell’arte monregalese, accompagnata dalla sparizione degli altri grandi (Montezemolo, Malfatti, Agide Noelli, Cangioli per citarne alcuni), gli eredi primo-novecenteschi dell’Ottocento prestigioso di Quadrone e, un passo indietro, dei Toscano, di Sciolli, di Manzo. Pellegrino colloca Fracchia nell’Impressionismo, per la tendenza a dar la meglio al colore e sfumare quando necessario (non sempre, però) i contorni del disegno. Un impressionismo che però “non sfocia nel rebus”, in un autore noto per le “mirabili stroncature” di coloro che “fanno i pazzi per non pagare dazio” (ovvero, l’eterno tema dell’astrazione come dissimulazione d’incompetenza). Fracchia sarà autore seguito con attenzione dal Belvedere, riportando puntualmente le tappe periodiche di una mai completa riscoperta.

1965

Insomma, un equilibrio “meno avanzato” sull’ambito artistico, che si riflette anche in letteratura: una lettera al giornale (n.2) parla di “Moravia nelle scuole”, con orrore malcelato (le Lettere sono spesso un espediente, conscio o meno, con cui il Belvedere parla di questioni che non vuole sollevare direttamente, come redazione: come tutti i giornali, del resto). La lettera “denuncia all’opinione pubblica” un fatto che va “valutato in tutta la sua gravità”: un professore ha esortato gli allievi (sedicenni!) a leggere Moravia per scrivere un buon italiano. Il Belvedere, laconico, invita a: 1) Denunciare il professore per corruzione di minorenni 2) Avvertire il Preside 3) Spiegare a suo figlio che può imparare l’italiano senza “infognarsi precocemente”.

Il professore in questione, divenuto docente universitario, rivendicherà poi con orgoglio quello scontro con i bacchettoni del Belvedere, stando a quanto riportato da un suo allievo, mio compagno di studi universitari.

Eppure, a fianco di chiusure che appaiono nette, il Belvedere continua prospettive illuminate anche nella cultura, ad esempio nei servizi sulle Biblioteche monregalesi, che invita ad aprirsi sempre di più al pubblico, nell’intento di farsi promotrici di un netto miglioramento culturale e non solo scrigno di tesori per il Don Ferrante di turno.

Maggior scetticismo solleva, nel n.11, lo sviluppo dei tascabili (definiti “libri-transistor”: per un attimo ho avuto un soprassalto, magari si parlava di una anticipazione degli attuali ebook…), che diffondono, accanto ad opere valide, altre di “indubbia pericolosità”. La fiducia è più sul modello “socialista”, e controllabile, delle biblioteche civiche, più che sulla modernità capitalista dei tascabili, “libri venduti come un dentifricio” (anche se saranno questi, forse, più che le biblioteche, a produrre la diffusione “midcult” che si accompagna al boom).

1965 petri

(“La decima vittima” di Elio Petri, uscito in quel 1965. Con Ursula Andress, la prima peccaminosa Bond Girl nel 1962. L’inquietante manifesto sembra quello del Grande Fratello televisivo del 2000).

Ancor più importanza appare avere il tema del Cinema, per il Belvedere: nel numero di marzo 1965, con “Cinema che scotta!”, il tema censorio va ad occupare “Il Paginone”, la rubrica centrale di approfondimento, fino allora destinata a temi sociali o amministrativi, come visto.

L’articolo di Piero Golinelli, all’interno di tale questione, parte dal problema generale: crescono i film che la commissione di valutazione della Chiesa ritiene esclusi e sconsigliati. Siamo nell’Italia post-Boom, passata dall’ottimismo ingenuo della ricostruzione a un certo primo compiaciuto cinismo dell’ottenuto benessere. Al neorealismo naif per tutti di “Pane, Amore e Fantasia” si va sostituendo una visione del mondo più smaliziata. Se globalmente è il 34% di film ad essere immorale, in questo 1965, nella produzione italiana si peggiora, salendo al 45% di film criticabili.

A Mondovì i film proibiti proiettati sono in linea col dato nazionale, attorno al 30 per cento (nel 1962, addirittura, lo supera al 36). Solo uno scarno numero, il 10 per cento, sono adatti ai ragazzi, su cui diviene quindi difficile un controllo educativo-censorio (testimoni diretti mi parlavano di espulsioni di ragazzi dall’Azione Cattolica, allora esclusione pressoché totale dal giro di amici, in seguito alla visione di un singolo film non ritenuto accettabile). Il numero di pellicole vietate resta percentualmente fisso, comunque, all’aumentare dei film in proiezione a Mondovì, passati da 247 a 315 nel biennio.

Il problema è causato, per Golinelli, dal fatto che il Ferrini, la sala cattolica, è ormai passata al gestore delle sale monregalesi, Scarrone, che ne rispetta la destinazione, ma senza entusiasmi, non cercando un cinema di qualità, ma accontentandosi di film “non-immorali” secondo i criteri clericali. La soluzione (correttamente) sta per Golinelli in una “quarta licenza”, nelle mani della Parrocchia del Borgato, per ora poco sfruttata, in quanto non vi è sala adeguata (sarà poi il Cine-Teatro Bertola, sorto nel 1979, che resterà l’ultimo cinema cittadino fino alla recente chiusura, ai primi del 2014, di fronte alle difficoltà di adeguamento sale e passaggio alla proiezione digitale).

Un altro articolo di R.B. (Renzo Bertone, presumo) affronta il problema in forma narrativa, descrivendo il pellegrinaggio di uno spettatore alla ricerca di un film accettabile. All’Italia c’è un V.M.18, film ricco di scene di sesso. Al Corso vi è un V.M.14, in cui il sesso è attenutato dalla pretenziosità culturale, film francese di nouvelle vague. Al Ferrini, un “musicarello” di emigranti, il tema trattato ovviamente nel senso del peggior pietismo melodrammatico, ma almeno “film per tutti”.

Insomma, il 20% di film che R.B ritiene sia accettabili moralmente, sia validi artisticamente (in cui include Audrey Hepburn, Bergman, Walt Disney, Wilder, un Hitchcock scritto male ma addirittura Fellini, Pasolini) non passano a Mondovì, e alla fine sono costretti a recarsi al Fiamma di Cuneo, dove vedranno “Per un pugno di dollari” di Sergio Leone, valutato positivamente (in seguito, però, lo spaghetti-western sarà censurato anche duramente sul Belvedere).

ritorno

(“Per un pugno di dollari” citato in “Ritorno al futuro 3″)

Il direttore Billò chiude annunciando una rubrica di critica cinematografica del Belvedere che annuncerà i film validi in proiezione, cercando di ovviare al problema in un modo positivo e propositivo. L’iniziativa verrà in effetti adottata, ma in modo episodico, e senza giungere a quella “critica positiva” che si auspicava. I pochi interventi specifici sono sempre infatti di stampo critico.

Giulietta

Meritevole, in questo, l’articolo (n.12) di Ermanno Beltramo su “Giulietta degli spiriti” (1965) di Fellini, film d’arte giunto a Mondovì con meritevole anticipo, soddisfacendo all’apparenza quanto lamentato nel “Paginone”. E tuttavia l’opera non è ritenuta accettabile dal Centro Cattolico Cinematografico, che la ritiene “sconsigliabile”. R.B., pochi numeri prima, aveva parlato con favore dell’opera: Beltramo deve quindi mediare tra spiegare un proprio parere, evidentemente favorevole per via della pregnanza psicologica raggiunta da Fellini, e giustificare il giudizio negativo del CCC.

Col prosieguo del giornale, quest’opera sul cinema verrà quindi a decadere, forse proprio per le ragioni di imbarazzo derivanti dalla difficoltà di conciliare le timide aperture del Belvedere con le censure più rigide ancora imperanti nella gerarchia cattolica, specie a fronte, probabilmente, dell’ostilità dell’Unione Monregalese rafforzata dall’arrivo di Massari.

1966. Nel segno di Don Milani.

don milani

Il 1966 si apre al Belvedere con la valutazione positiva della rinunificazione socialista. Inoltre continua l’atteggiamento favorevole all’obiezione di coscienza, che si amplia nella ripresa di ampi brani della lettera di Don Lorenzo Milani a tale proposito, in risposta ai cappellani militari (n.3), dedicata a tale argomento.

A Don Milani ci si avvicina anche per le considerazioni sul mondo scolastico, in fermento proprio a partire dalle sue riflessioni e dei suoi esperimenti didattici innovativi. Il Belvedere fa il punto sulla nuova scuola media, con un confronto coi presidi di medie e superiori, e si domanda se lo scopo è selezionare, o piuttosto orientare (n.5). Appare evidente, nelle parole di Martinetti, sindaco e direttore didattico, la preferenza per la seconda, più democratica opzione: non la creazione di una ipotetica gerarchia di successo scolastico, ma l’indirizzamento al giusto percorso di studi, tutti su un valore paritetico. Nel dibattito, che coinvolge altri docenti e dirigenti delle scuole cittadine, quel parere non sembra così unanime. E anche oggi, in verità, lo si vede sempre più messo in discussione.

Rauschenberg34

Continua l’atteggiamento ambivalente sull’ambito artistico: da un lato, un articolo di Renzo Bertone sugli studi incisori di Rauscheberg su Dante, nel numero 5 (forse una coda lunga dell’anno dantesco 1965), si distingue per la validità nella disamina iconografica, azzardando una critica all’eccessiva oleografia di Doré e rivendicando invece la continuità con lo studio incompiuto di Botticelli, primo grande illustratore della Commedia.

In altre pagine (sempre n.5), invece, si evidenzia un permanere di un giudizio critico negativo sul fumetto nel suo insieme, presentato come una espressione deteriore, o pornografica o legata agli, ugualmente disdicevoli, “fumetti gialli” (con probabile riferimento piuttosto ai “fumetti neri” che stavano avendo un boom con l’uscita di Satanik, Kriminal ed altri di minor valenza artistica).

Ancor più sorprende il giudizio negativo riservato perfino alla fotografia (n.5), di cui si mette in discussione la stessa natura di fatto artistico. La cosa è singolare, in quanto su numeri precedenti si era dedicato un certo spazio alla rassegna fotografica annuale monregalese (nazionale, poi diverrà internazionale) e anche in seguito ci sarà attenzione al fenomeno.

Evidentemente si è voluta precisare la valutazione comunque minore dell’arte: nello stesso periodo in cui studiosi monregalesi (vicini al mondo del Belvedere, come il già citato Carboneri, o la Griseri, sua allieva) andava recuperando faticosamente, a Torino, le vecchie “arti minori” come “arti preziose”.

apocalittici_integrati_eco

La sobria prima edizione di “Apocalittici e integrati”.

Nello stesso periodo, del resto, Eco andava valorizzando le moderne “arti minori” col suo “Apocalittici e Integrati” (1964), rivalutando per la prima volta il fumetto, l’horror, la fantascienza, che in “Linus” (1965) trovavano finalmente una accoglienza ammantata di “legittimità culturale”.

Va detto comunque che anche Don Milani, coraggiosa stella polare del Belvedere di questi anni, e indubbiamente eccezionale pedagogista, era estremamente scettico sul fumetto e sul cinema di intrattenimento, esprimendo una posizione altezzosa comune a una vasta parte della cultura progressista del periodo, specie direi quella di marca cattolica.

Chiudendo la rassegna sull’anno, curiosa poi la presenza di un articolo sulla crisi del Carnevale (n.3), divertimento questo autenticamente popolare e quindi positivo, dove si lamenta la freddezza dei monregalesi al proposito, e si lamenta la morte del Carnevale, di cui nessuno ricorda più la celeberrima canzone del 1903. In effetti il tentativo del carnevale rinato negli anni ’50 si era arrestato momentaneamente, per ripartire in seguito, con ampia copertura, tutti gli anni, del Belvedere. Curiosamente, quasi sempre il titolo mostra una certa innata tendenza pessimistica della rivista: è quasi sempre una variazione sul tema di “Nonostante tutto, è Carnevale” (mai accade che il Carnevale sia in linea con anni naturalmente allegri).

Negli studi storici, si avvia una indagine sui cognomi monregalesi (seguirà, negli anni a venire, anche uno studio sui toponimi) che porta a scoperte e affermazioni curiose: nel 1967, ad esempio, si sottolineerà come il diffusissimo cognome Garelli, attestato a Mondovì dal ’200, potrebbe esser collegato al Garel nipote di Artù, protagonista di numerosi poemi cavallereschi del ciclo bretone.

1967. L’Anno di Moro.

Nel ’67 continua l’attenzione all’attualità, con articoli, anche in prima pagina, su temi come il Vietnam, il conflitto Arabo – Palestinese, e sul piano nazionale il divorzio. La posizione è sempre equilibrata e razionale, in questi ambiti, moderatamente favorevole al divorzio come male minore sul piano nazionale e con una prospettiva pacifista sui conflitti internazionali, dove si teme la “terza guerra mondiale”.

Il Belvedere aveva su questo adottato, fin dal 1965, una posizione avanzata, ponendosi come favorevole all’obiezione di coscienza, e nel 1966 l’aveva supportata con la ripresa di Don Milani e della sua polemica contro i cappellani militari.

Nel 1967 ampie citazioni di Don Milani sono riprese anche circa il tema centrale degli scritti del sacerdote fiorentino: l’educazione scolastica. Un tema che era stato centrale, fin dall’inizio, anche nella prospettiva del Belvedere, sia per la provenienza di vari suoi redattori dal mondo scolastico stesso, sia per una fattiva centralità data al fattore educativo. Si riportano dunque ampi brani di “Lettera a una professoressa”, dei cui stimoli si tiene conto nelle riflessioni successive, che in modo serio e faceto mettono in discussione la scuola selettiva e del nozionismo, contro cui il Belvedere si era già schierato.

Inizia così una maggior vicinanza del Belvedere alla controcultura giovanile di quegli anni, sia pure timida e molto graduale. Al “Salutme il Moro” del ’67 del resto aveva vinto una poesia in piemontese sui capelloni, che il Belvedere pubblica con una illustrazione sui Beatles (n.6); nel n.7 di quell’anno, la rivista pubblica una prima contestazione al carnevale del “bel mondo” monregalese alla “villa palladiana” a metà strada della collina di Piazza, evento della “Mondovì bene” che sarà oggetto di concrete contestazioni giovanili negli anni seguenti.

Curiosamente (ma la cito appunto come curiosità, perché si tratta di un elemento in controtendenza, in sottotraccia) anche il Belvedere non sfugge ad alcune pubblicità “piccolo-borghesi”, come questa che, curiosamente, coniuga sacramenti religiosi e piccolo lusso di massa.

Restando in tema, una polemica scolastica più piccolo-borghese è quella di cui il Belvedere dà conto nel n.11, in cui si intitola: “I ricchi col teacher, i poveri col professeur”: famiglie del ceto medio emergente lamentano la scarsità di docenti di inglese, di solito un singolo corso per scuola media, che viene accaparrato dai genitori di famiglie più prestigiose. Don Milani alle sue scuole le lingue europee le insegnava tutte, sprezzando il predominio dell’inglese, che invece vediamo essere precocemente entrato negli obiettivi della piccola borghesia giustamente ansiosa di ascesa professionale della prole.

Il 1967 vede anche la nascita degli Amici di Piazza, la storica associazione cittadina volta al recupero del centro storico medievale della città, meravigliosamente adagiato sulla collina. L’articolo iniziale con cui è accolta la nascita del sodalizio è positivo, ma la presenza degli Amici ha, in questo periodo, una valenza anche polemica con l’amministrazione comunale. La loro nascita, che beneficia di un discreto appoggio dell’emergente liberale cattolico Costa, quasi risponde alle critiche del vescovo Maccari, che in polemica con l’amministrazione di sinistra cattolica (legata al Belvedere) invita i cittadini ad attivarsi per la rinascita della città alta, anche ai fini di una ripresa turistica.

Col boom infatti Piazza ha avviato una crisi conseguente al trasferimento ai Piani, e va pensando una sua ricollocazione. Anche il Belvedere è quasi costretto a riflettere, comunque ampliamente, sul “Declino del Declivio” (n.8), pur ritenendo che il turismo non sia una soluzione. In “Turismo senza miti” Bertone, redattore principale per le questioni culturali e artistiche, analizza le varie forme turistiche secondo quattro livelli di scala, concludendo che Mondovì potrebbe avere una valenza solo su quello più basso, di livello circondariale.

Anche la Mostra dell’Artigianato artistico, il grande appuntamento avviato dagli Amici e attivo ancora oggi, centro della promozione culturale monregalese, viene trattato in articoli molto critici, volti più a evidenziarne i limiti di valore artistico – legati anche ai limiti oggettivi della scena locale – che i comunque innegabili meriti organizzativi. In seguito a una replica irritata del sodalizio, si avvierà poi una recensione più positiva, pur senza rinunciare del tutto alla parte critica, come giusto.

Il Belvedere continua inoltre le sue riflessioni sulla Biblioteca Civica, che vorrebbe insistentemente “per tutti”, e ragiona anche sulla possibilità di un Museo monregalese (n.5), subito però ridimensionato a “Minimuseo” dagli scetticismi di un articolo di Bertone, che si auspica di evitare “le piccole cose di pessimo gusto” di gozzaniana memoria, in favore di poche cose di innegata validità.

Allo stesso modo, viene liquidata come fantasiosa la ricorrente ipotesi di una (micro)”Regione delle Alpi Marittime” (n.9), che sia in grado di unire i due elementi maggiormente attrattivi del turismo della macro-area: le stazioni sciistiche montane e l’attività balneare della vicina riviera ligure. Una simile regione, si obietta, sarebbe priva di un centro significativo come Genova o Torino, e risulterebbe quindi destinata a un declino sulla dimensione industriale-commerciale prevalente, di cui il turismo può essere solo un corollario.

Anche il “mito di Fracchia”, celebrato da Michelangelo Pellegrino l’anno prima, viene ridimensionato dall’atteggiamento più critico di Bertone, che parla di “gusto inqualificabile tra il floreale e l’assiro-babilonese” per il pittore, certamente autore di una sintesi personale del liberty (che a nostro avviso è invece il motivo di pregio della sua personalità artistica). Egli lo critica in fronte agli astratti suoi contemporanei, a fronte dei quali si mostrò indifferente, se non ostile, non capendone il portato innovativo (considerazione simmetrica a quella già vista di Pellegrino…); modesto “epigono ottocentesco”, a sorpresa però viene posto “superiore al Quadrone”, il nume tutelare dell’Eterno Ottocento monregalese.

moro2 - Copia

Il 1967 è anche l’anno della venuta di Aldo Moro a Mondovì, un evento che il Belvedere tratta con notevole sobrietà. Il sindaco Martinetti e Moro sfilano affiancati per le vie cittadine, accomunati dalla stessa visione di centrosinistra che avrà, per Moro, terribili conseguenze. A parte tuttavia qualche sobria foto con scarne didascalie nei numeri seguenti, l’evento non è particolarmente rivendicato dalla rivista, con tipico pudore monregalese.

1968. Mondovì Beat.

Nell’anno della contestazione per eccellenza, il Belvedere continua l’apprezzamento della controcultura giovanile.

Nel numero di febbraio (n.2), un ampio servizio tratta della Mondovì Beat, riferendo dei vari gruppi sorti in loco sotto l’influsso dei Beatles e degli altri grandi del rock. Billò, che scrive l’articolo, riferisce anche del fenomeno delle Jam Session, in cui l’improvvisazione musicale jazz porta a risultati artistici di pregio. I toni, stavolta, sono decisamente positivi nei confronti di questa nascente scena artistica, cui si riconosce valore e autonomia culturale.

Dodici i gruppi all’alba del ’68 in Mondovì. Tra questi, anche i Bolidi del figlio del sindaco Martinetti, mentore politico della rivista, di cui quindi non si poteva che dire che bene; e altri cinque gruppi con nomi italiani: i Poveri, gli Ultimi, i Viandanti, i Sacrestani e i Visconti, con un gusto che direi tra il pauperistico e l’ironico, ma comunque mi sa contestatario (i Bolidi era più neutro). Tra i gruppi anglofili, sei in modo equanime, Happy Boys, Harmony Hammonds, Hungry Baby, New Kingstones e The Trops (The Troops, forse?): nomi più neutri, direi.

Si dà ampio spazio anche alle proteste giovanili delle scuole monregalesi (n.3,4.5), dove si va distinguendo Stefano Siccardi come coordinatore del comitato studentesco. “Li ho sentiti discutere per ore”, osserva Billò, riconoscendo ammirato autenticità all’impegno dei beat mondoviti, caratterizzati dalla comune battaglia contro l’autoritarismo nelle scuole; una battaglia in cui il Belvedere li aveva, sostanzialmente, anticipati, sia pure su posizioni più moderate.

Il tema delle scuole, sempre centrale per il Belvedere, si collega anche a diversi approfondimenti sullo studio della possibilità di una Università a Mondovì (n.6,7), sogno di un ritorno all’antica gloria universitaria del periodo 1560-1712 che si realizzerà nel 1990, alla fine ormai della parabola della DC monregalese. Oneri e onori di tale successo ricadranno così sulle giunte liberali costiane, dal ’90 in poi, fino all’attuale fine del politecnico in città (che si sta cercando per ora vanamente di sostituire con nuovi corsi, magari letterari).

Continua invece (n.1) la battaglia censoria contro “le riviste per soli uomini”, i “film sexy” (e va beh) ma anche “Western all’italiana”, colpevoli di diffondere erotismo e violenza, rispettivamente. Si parla anche dell’avvento di un fenomeno in effetti ambiguo, quello di film sul nazismo che, con la scusa della condanna degli orrori fascisti, indulgono in scene compiaciute di tortura e perversione, mettendo in scena “sadismo, masochismo, omosessualità” con “minacce per la salute fisica e morale dei giovani” (nell’occasione, il Belvedere forse non se ne accorge, ma in un riflesso di un bicchiere rappresenta l’unica scena di sesso apparsa sulla rivista. Scena duplice, anzi, in quanto doppiamente specchiata).

longino

L’anno si chiude con la dura polemica sulla “Cedolare vaticana” (n.8-9), dove un atteggiamento laico nei rispetti del Vaticano da parte di Francesco Marocco, che critica certi favoritismi fiscali verso lo stato della Chiesa, causa attacchi durissimi da parte dell’Unione, tramite del colpo di coda di Maccari, che in quest’anno lascerà la città. Si parla di “lance spuntate nel costato di Cristo”, paragonando il Belvedere a un Giuda della causa clericale. Il Belvedere tiene il punto, risponde a tono. In ottobre, per la prima volta, affronta il tema della pillola e delle sue possibili valenze abortive, con posizioni ovviamente contrarie, ma nuovamente di stampo laico e razionale, senza toni di crociata. L’anno seguente (dicembre 1969), similmente, tratterà in modo laico e sostanzialmente favorevole il tema del divorzio.

Allontanatosi Maccari, divenuto arcivescovo di Ancona (tappa terminale di una carriera meno brillante di quanto avrebbe potuto sperare), il rapporto del Belvedere coi vescovi migliorerà nettamente, tornando a quella sotterranea, cauta cooperazione quasi naturale tra DC (al di là delle sfumature) e Chiesa, nel dopoguerra italiano. Anche con l’Unione, col tempo, i rapporti si faranno meno aspri, fino all’evolversi dell’Unione su posizioni ecclesiali di stampo addirittura progressista, non distanti dal Belvedere di un tempo.

Anche privo del volano costituito dall’arcivescovo conservatore, invece, Costa continuerà a crescere nei consenti elettorali, abbandonando però piuttosto la veste di “cattolico” per limitarsi a quelle di liberale. Sparito lo spettro del Vescovo, anzi, il confronto si farà più diretto.

1969. Conquistare lo spazio, salvare il mondo.

Il 1969 continua nel dialogo con la controcultura giovanile che si prepara a esplodere negli anni ’70, producendo anche, in frange più radicali, quei giornali sulla cui continuità si è posto Margutte, da “Una tazza di the” a “Poesia sulla strada”.

Fin dal n.1 di quest’anno si parla delle riviste giovanili cittadine, in particolare del “Brontolo” del Classico monregalese, lontano dalla goliardia anni ’50 dell’Asino Rampante del direttore Billò. Alcuni contributi, alcuni redattori di tali riviste trovano addirittura spazio su “Belvedere Giovani”, un tentativo di coinvolgimento che, pur proseguendo in modo convinto per vari numeri, non sfocia mai in una integrazione delle due culture. Novembre e Dicembre ’68 avevano visto molte agitazioni studentesche, volte a contrastare una scuola ritenuta “autoritaria e razzista”.

Molto interessante la foto, che ci mostra i cartelli degli studenti monregalesi in corteo: “No alla scuola di classe”, “No al rigurgito fascista”, “Caradonna ringrazia l’immunità parlamentare” (Giulio Caradonna, deputato missino che aveva caricato, assieme a duecento militanti, l’università occupata di Roma); “Non siamo cervelli in vendita”. Interessante nella foto l’effetto spiazzante dell’ignaro signore di mezza età che sembra guidare inconsapevole il corteo come un sergente istruttore dei marines affiancato alle reclute. Un po’ tipo Charlot in “Tempi moderni”.

Sul n.3 si riporta anche la contestazione nei confronti del carnevale dei “borghesi” arroccati nella villa “palladiana” sulla via per Piazza, ma alcuni redattori storici del Belvedere, come Golinelli, mostrano qualche dubbio in più sui modi e sui metodi della contestazione.

Ci si esprime anche a favore della “Messa Beat” (n.6), a fronte delle prime avvisaglie della crisi delle vocazioni che inizia sempre più a colpire la chiesa post-conciliare. Tutto sommato, la grande innovazione di quest’anno, la Conquista della Luna, resta abbastanza sottotono: ne parla un articolo di Martinetti, l’unico dotato di una certa enfasi: “Conquistare lo spazio e salvare il mondo”, intitola, sottolineando la necessità di bilanciare il progresso tecnologico con il progresso sociale. Le ipotesi sul futuro della conquista lunare sono pessimistiche: si ipotizzano usi militari, e già per il 1980 si immagina una base lunare (in teoria verrà prevista per il 2020, ma Obama, dopo la crisi del 2008, l’ha fatta comunque saltare).

Ad ogni modo, il Belvedere appare ancora proteso a cercare di interpretare il futuro, fiducioso di riuscire a intercettare, in qualche modo, il Wind of change. I decenni successivi, purtroppo, sembreranno almeno in parte smentirlo. Ma ci torneremo.