Beauwindow, Coraggio

deshirè-coraggio (una donna  (1)

PATRIZIA GHIGLIONE

Una donna certe volte soffre e subisce senza un motivo. Perché veniamo trattate come un oggetto, picchiate e massacrate quando loro fanno come vogliono. Eppure, ti vogliono tenere per forza, ti dicono stai qui. Ti tengono lì perché devono dimostrare che sono uomini. Uomini, ma senza valore. Dobbiamo stare e fare, lavare, cucinare, come vogliono loro. Loro, intanto, hanno una doppia vita. Quando vengono scoperti, ti massacrano ancora di più. Di botte. Davanti ai figli.
Finché un giorno sono andata al Pronto Soccorso, poi dalla polizia e ho detto: io non entro più in quella casa. E mi sono liberata. Devi parlare, andare e bussare; devi chiedere aiuto, perché c’è sempre qualcuno che ti può aiutare. Quando una donna chiede aiuto, un motivo c’è; ha il diritto di essere ascoltata perché il motivo c’è. Non giriamo la testa da un’altra parte, non stiamo mortificate: a testa alta dobbiamo chiedere, da combattenti.
Quando si parla di separazione, non è facile, sono la prima a dire che è meglio una famiglia unita. E’ stata una sofferenza grande. Mia figlia aveva 4 anni, lei ricorda tutto. E’ cresciuta con me; suo fratello, invece, aveva 14 anni e mi diceva: “mamma, andiamo via”. Ma quando io sono andata, è rimasto lì: suo padre lo ha tenuto, lo ha nascosto. Era il figlio maschio, doveva stare con lui. Non l’ho visto per molto tempo.
Ho conosciuto, allora, una donna avvocato, lei era orgogliosa di difendermi perché sapeva che ero pulita. Siamo andate in tribunale senza neanche parlarci prima: non c’era nulla da preparare, la verità era lì.
La giudice del Tribunale dei Minori, era anche lei una donna. Ha scritto la testimonianza di mia figlia e, quando è finito il processo, mi ha dato la mano:”sono sempre dalla parte tua”; quando uno ti dice queste parole, ti dà coraggio.

Ma la vita è dura e ci sono certe cose da cui non riesci a difenderti.
Infatti, puoi soffrire anche per lavoro. Quando sei sola con una figlia, il lavoro è quello che ti fa vivere. Non si può giocare con una che dipende da questo lavoro. Eppure, c’era lì il mio lavoro fatto e loro sostenevano che ero andata in giro. Negavano di vedere quello che avevano sotto gli occhi. Ho dato un pugno sopra il tavolo, perché a me non mi prendi in giro: “Io non gioco su mia figlia” ho detto “ho bisogno di lavorare e lavoro”. Non mi ha ascoltata nessuno ed è finita lì.
Ho portato il mio curriculum ad una ditta non una ma dieci volte: mi hanno risposto che assumono solo chi conoscono. Gli altri, forse, non hanno il diritto di mangiare. Un giorno mia figlia mi ha detto: “mamma, andiamo insieme”, voleva che capissero che c’era anche lei.
Non c’è posto che non abbia girato; “fanno i nomi loro” dicono le agenzie, ma se il mio nome non lo vogliono sapere, non lo faranno mai. Io di lavoro vorrei solo fare un lavoro, non capisco cosa sia un lavoro che mi piacerebbe fare, riesco solo a pensare di fare bene qualsiasi lavoro. Per me, se dà da mangiare a me e a mia figlia, è il miglior lavoro del mondo.

(Beauwindow http://www.margutte.com/?p=4999)