Maria Luisa Berneri: una donna in Utopia

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Incontri impossibili

ATTILIO IANNIELLO

Il pomeriggio diventava tiepido  mentre leggevo nel giardino del Belvedere seduto sulla panchina che guarda ad occidente. Il cielo era terso, di quell’azzurro che ogni tanto aprile regala in questa collina monregalese da dove corrono nell’orizzonte le Alpi Liguri, le Marittime e le altre fino al monte Rosa, tutte ancora innevate. Avevo Nikava in grembo; una storia di navigazione nella rete di fiumi e canali dell’America del Nord, scritta da William Least Heat-Moon. Avevo appena letto una frase che era anche riportata in quarta di copertina della edizione economica che avevo acquistato: «Il fiume leviga il mondo, stacca le cose solide e le trascina via. Per lui i nostri giorni non sono altro che polline di pioppo. Alla gente importa essere in gamba, avere talento. Al fiume basta la continuità».

Stavo riflettendo su queste parole, sul fiume che leviga il mondo. Il fiume col suo scorrere, stavo pensando, leviga anche le persone che vivono sulle sue rive se solamente di quando in quando si fermano ad osservarlo. Quanto dovevo io al mio fiume, anzi ai miei fiumi; all’Ellero, che in realtà è un torrente, al Po, alla Dora: immagini mentali di avventure, di amori, di lotte sociali e culturali si riflettevano in quelle acque in perenne scorrimento.

Stavo naufragando in questi pensieri, come avrebbe detto il poeta, quando mi si avvicinò una donna relativamente giovane. Notai la sua sobria eleganza, il suo tailleur grigio forse un po’ fuori moda ma che le dava un’aura di intelligente energia. Si avvicinò chiedendomi se poteva sedersi di fianco a me:

«Le chiedo scusa se disturbo la sua lettura, ma questa è l’unica panchina che riceve ancora qualche raggio di sole».

Per la verità io non risposi, non per maleducazione, ma perché non me ne diede tempo. Si sedette, si aggiustò la gonna coprendo le ginocchia e incrociando il mio sguardo mi sorrise:

«Le chiedo ancora scusa per questa mia intromissione, ma desideravo parlare con qualcuno, qualcuno che possa capirmi, qualcuno che possa togliere un po’ di polvere dalla mia storia, dalla mia breve storia».

Incominciò a parlare velocemente come se avesse fretta o volesse liberarsi di parole capaci di stupire, se non addirittura impaurire. Disse quindi di essere nata ad Arezzo il primo giorno di marzo del 1918 e di essere morta a Londra il 13 aprile del 1949:

«Non abbia timore, non sono un fantasma. Io stessa non credo ai fantasmi. Sì, ha capito bene sono morta nel ’49, eppure sono qui, seduta di fianco a lei».

Parlava con un atteggiamento, uno sguardo che in seguito ricordando quell’incontro definii materno.

«Questo giardino non è forse oggi il Parco del Tempo?», proseguì. «Si ricorda che cosa scrisse sul tempo Agostino di Ippona: “Che cosa è il tempo? Chi saprebbe spiegarlo in forma piana e breve? Chi saprebbe formarsene anche solo il concetto nella mente per poi esprimerlo a parole?… Che cos’è dunque il tempo? Se nessuno mi interroga lo so; se volessi spiegarlo a chi mi interroga , non lo so” [Agostino, Confessioni, XI, 14-1]. Il tempo è mistero, è luogo dove passato e presente possono incontrarsi, magari per poco tempo. E poi cosa posso dire di una visione del tempo che si è affermata con la teologia cristiana d’occidente e d’oriente. Quando il Nazzareno si presenta ai suoi trasfigurato presentando quello che sarebbe stato definito il “corpo di gloria” non ha forse reso presente il futuro? e quando i cristiani d’oriente e d’occidente celebrano l’eucarestia, non rendono forse presente, attuale la morte e la resurrezione del Cristo? Non in figura o in memoria ma proprio attuale? E poi queste cose non devo spiegarle a lei; non ha studiato filosofia e teologia nel passato? Ebbene eccomi qui, presente anche se donna che ha vissuto nel passato. Mio padre Camillo Berneri e mia madre Giovanna Caleffi hanno scelto per me il nome di Maria Luisa».

Subito mi venne in mente che avevo letto diversi anni fa un libro scritto proprio dalla donna che mi si era seduta di fianco: “Viaggio attraverso Utopia”. Ricordai anche quando lo avevo acquistato. Era l’estate dell’81 o dell’82. Ero passato a Carrara e avevo fatto visita alla Tipografia cooperativa che ne aveva diverse copie sparse su di un tavolo. Lo raccontai a Maria Luisa che annuì come se sapesse già tutto.

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«Lo so, è per questo che ho scelto questo giardino e questa porzione di tempo. Lei da giovane si dichiarava anarchico come me. Poi ad un certo punto ha trovato il suo spazio utopico nel cristianesimo, un cristianesimo libertario che personalmente non comprendo fino in fondo, io ero e resto atea, ma che ovviamente rispetto. Il “Viaggio attraverso Utopia” è l’ultimo mio dono al movimento anarchico in cui ho vissuto tutta la mia vita. Fin dall’infanzia mio padre Camillo mi ha educato all’anarchia, ad un ordine sociale di libertà, di giustizia, di realizzazione personale nella crescita del benessere collettivo. Per queste idee fin dall’infanzia ho dovuto conoscere l’esilio. A otto anni fuggii con la mia famiglia dall’Italia ormai fascistizzata e ci rifugiammo in Francia. Ricordo quando lasciammo l’Italia; era una bellissima notte di agosto e alcuni compagni ci aiutarono a varcare la frontiera di Ventimiglia passando per alcuni sentieri. Il cielo era stellato e si sentiva il profumo del mare. Trovammo altri compagni in Francia i quali dopo pochi giorni ci portarono a Parigi».

Il racconto della vita parigina scorreva tra mille riferimenti familiari; i giochi con la sorella Giliana, la fatica di far quadrare il bilancio economico, l’attività politica del padre, il quale però non trascurava le “sue donne” donando loro momenti di serenità. Del resto Camillo Berneri a differenza di altri pensatori libertari amava la famiglia definendola «bisogno di molti uomini, sogno di molte donne, gioia di tante coppie, luce e calore di gran parte della vita sociale» (Venza Claudio, Compagne devote. Le donne della famiglia Berneri nell’esilio francese (1926-1940), DEP n. 8/2008, pag. 69; http://www.unive.it/nqcontent.cfm?a_id=41789). Maria Luisa che era arrivata a Parigi a otto anni ebbe quindi una formazione scolastica francese che la portò infine ad iscriversi alla Sorbonne. Qui la giovane Berneri, trovando un ambiente studentesco piuttosto amorfo dal punto di vista sociale, decideva insieme ad alcuni amici di creare una rivista che stimolasse il dibattito politico tra i giovani studenti.

«Ci fu una svolta importante nella mia vita nella seconda metà degli anni Trenta. Mio padre era partito per la Spagna per affiancarsi alla lotta dei miliziani antifascisti contro il generale Franco. Un paio di volte lo raggiunsi, insieme a mia madre, a Barcellona. Avevo poco più di diciotto anni. Quei miliziani, quegli uomini e quelle donne che imbracciavano armi per difendere la democrazia, per difendersi dal ritorno di ingiustizia, oscurantismo culturale e illiberale mi sembravano eroi mitici. Eppure, devo dirlo, nello sguardo di mio padre che con estrema energia donava tutto se stesso alla causa della libertà, mi sembrava di cogliere una nota di tristezza. Allora pensai che fosse per la lontananza da noi, che lui amava sopra ogni cosa, ed era certamente così; però forse c’era anche un altro motivo. Mio padre era già consapevole che molti reparti antifascisti filosovietici non vedevano l’ora di eliminare tutti coloro che al loro fianco non si sottomettevano ai dettati di Stalin. Quando il 5 maggio 1937 ci giunse la notizia che mio padre era stato ucciso dai comunisti di Stalin, dentro di me giurai che mi sarei impegnata maggiormente per la diffusione delle idee libertarie. Poiché frequentavo allora la Sorbonne mi misi d’accordo con alcuni amici per fondare una rivista rivolta agli studenti. Era l’autunno del ’37 e ci trovammo il un bistrot nei pressi dell’università. C’era Suzanne Broido, Luc Daurat, René Dumont, Greta Jumin, Marester, Jean Meier, Jean Rabaud, Charles Ridel, Sejourne. Dopo molte riunioni scrivemmo una sorta di manifesto dove condannavamo sia la dittatura staliniana, sia il dogmatismo di molti gruppi comunisti, sia, anche, “l’opportunismo e il purismo strettamente associati in certe tendenze anarchiche”. Volevamo creare del “gruppi di giovani che si rifiutano di perpetuare i pregiudizi di epoche passate, che rigettano soluzioni metafisiche o moraleggianti ai problemi sociali e vogliono unicamente inserirsi su di un piano scientifico e umanitario”. La rivista uscì nel febbraio del 1938 (cfr. http://www.la-presse-anarchiste.net/ ), la intitolammo Révision».

A Parigi Maria Luisa, anzi Marie Louise perché aveva deciso di francesizzare il proprio nome, visse momenti intensi anche dal punto di vista sentimentale.

«Avevo conosciuto un giovane anarchico, Vero Recchioni, e subito provai per lui un certo interesse. Avevamo le stesse idee e una simpatia reciproca che poco per volta si trasformò in amore. Facevamo lunghe passeggiate nel centro della città o sul lungo Senna. Parlavamo molto anche di politica. Spesso gli lessi le lettere che mio padre mi scriveva dalla Spagna. Ricordo anche che un pomeriggio mentre passeggiavamo sul Quai Saint Bernard all’angolo della rue Cuvier incontrammo una fila di bambine che si tenevano per mano, due a due, vestite con una divisa blu sobria ed elegante allo stesso tempo, scortate da alcune suore. Io e Vero iniziammo a parlare di come avremmo voluto educare i bambini. Quasi per gioco mi misi a progettare una scuola modello dove sperimentare un’educazione alla libertà. Pensavo di aprire una simile scuola in Francia, ma i tempi mutarono in fretta; anche sulle rive della Senna gli anarchici non erano più al sicuro. Io e Vero decidemmo di trasferirci a Londra dove lui mutò il proprio nome in Vernon Richards».

Qui sulle sponde di un altro fiume, il Tamigi, Marie Louise, si dedicherà insieme al suo compagno Vernon, ad una intensa attività di propaganda libertaria attraverso la collaborazione con diversi periodici, tra i quali “Spain and the World” e “Freedom”, unica rivista antimilitarista inglese di quel periodo (1939-1945).

«Io e Vernon volevamo che in mezzo ad uno scenario di orrori e distruzione rimanesse vivo anche nei compagni e nelle persone che ancora volevano ragionare con la loro testa che la guerra, il militarismo, le leggi speciali e liberticide non avevano nulla da spartire con il modo che volevamo costruire. Ci voleva coraggio nel sostenere queste idee. Per queste ide Vernon fu condannato a nove mesi di detenzione. Ma l’antimilitarismo non era il nostro unico impegno. Volevamo far conoscere ai comunisti occidentali, ai democratici che cosa stava effettivamente succedendo in Unione Sovietica. Altro che paradiso dei proletari. Nel 1944 pubblicai, per esempio, “Workers in Stalin’s Russia” dove svelavo il vero volto dittatoriale dello stalinismo. Io e Vernon nel tempo libero da impegni politici andavamo in giro per Londra o nella campagna inglese. Per un certo periodo ci siamo dedicati alla fotografia come forma d’arte per certi aspetti profondamente popolare grazie alla sua riproducibilità e dagli interessanti risvolti documentaristici. Abbiamo studiato insieme anche testi di psicologia. Ricordo che scrissi un articolo sul lavoro di Wilhelm Reich intitolato “Sexality and freedom” che George Woodcock pubblicò nella sua rivista “Now” nell’agosto del 1945. Intanto la guerra era finalmente terminata. Tutti noi sognammo che con la ricostruzione fisica dell’Europa ci fosse anche una ricostruzione morale ed ideale ispirata da sentimenti di libertà e solidarietà».

Nel dopoguerra Marie Louise tra le altre attività incominciò ad ordinare una serie di appunti scritti nel corso degli anni intorno agli scritti utopistici che hanno costellato la letteratura umana dall’antichità ai giorni nostri.

«Sono cresciuta a pane e utopia. Mio padre, mia madre, gli amici e compagni che frequentavano la nostra casa parlavano spesso di come sarebbe stata la società anarchica. Scherzando mio padre mi diceva che in realtà ogni anarchico aveva idee diverse sulla società “perfetta” anche perché la “perfezione sociale” non poteva essere un’idea statica ma dinamica, in continua evoluzione. Queste riflessioni mi vaccinarono contro l’idea che il fatto stesso che una società fosse definita utopica fosse di per sé una società auspicabile. Ricordo che scrissi “Dacché le istituzioni utopistiche sono considerate perfette, è superfluo dire che non possono essere suscettibili di miglioramento. Lo stato utopistico è essenzialmente statico e non permette ai suoi cittadini di lottare o anche di sognare un’utopia migliore. Questo schiacciamento della personalità dell’uomo spesso comporta un carattere assolutamente totalitario. […] Le Utopie che superano questo… sono quelle che si oppongono alla concezione dello stato centralizzato, [sono quelle che auspicano] una federazione di libere collettività, in cui l’individuo possa esprimere la sua personalità senza essere sottoposto alla censura di un codice artificiale, in cui libertà non sia una parola astratta ma si manifesti concretamente nel lavoro, che sia quello del pittore o quello del muratore… Le Utopie antiautoritarie sono meno numerose ed esercitano una minore influenza che le altre, perché non presentano un piano preconfezionato, bensì idee audaci, non ortodosse; perché esigono da ognuno di noi di essere ‘unico’ e non uno tra li altri”. Misi in ordine tutti gli appunti nel corso del 1948. Ero anche incinta e questo sembrava di buon auspicio per il futuro mio e di Vernon. Ma non andò come speravamo. Nel dicembre di quell’anno nacque la nostra bambina che però morì quasi subito. Io non mi ripresi e alcuni mesi dopo seguii mia figlia a causa di un’infezione virale».

Era il 13 aprile 1949. Seguendo le sue volontà la famiglia fece cremare le spoglie di Marie Louise.

«Dieci giorni dopo la mia morte, il 23 di aprile, Vernon con mia madre, mia sorella ed alcuni compagni raggiunsero un luogo a me caro: Kerr Wood, Hampstead. Qui Vernon e Giliana sparsero le mie ceneri e quelle di mia figlia, poi mentre alcuni compagni italiani intonavano “Addio Lugano bella” piantarono tra le mie ceneri fiori di bosco. Era una bella giornata di primavera».

Il sole ormai era vicino al momento del tramonto. Marie Louise si alzò, mi salutò allontanandosi; poi tornò rapidamente indietro, mise una mano in tasca e tirò fuori un piccolo pezzo di carta:

«Tenga», mi disse, «questa è una poesia che scrisse Louis Adeane in mia memoria».

Poi si allontanò definitivamente.

Restai un momento con quel piccolo foglietto di carta in mano, quindi iniziai a leggere:

In memoria di M.L.B. 
Nel silenzio del sole
Alzatasi nella polvere la rosa è andata,
Il sangue che bruciava lungo il roveto
Si ramifica invisibile nell’aria.
Fiamma nel petalo della fiamma
Il suo dolore si estende al nostro lutto,
Sopra le cineree strade del calore
Una verde occhiata da una foglia
Scuote gli alberi radicati.
Un bambino cammina nella grazia di lei
La luce arde sul suo viso,
Dove la imponente rosa s’è consumata
Nel terribile silenzio del giorno.

Dal sito
http://theanarchistlibrary.org/library/various-authors-marie-louise-berneri-1918-1949-a-tribute inseriamo un file del Marie Louise Berneri Memorial Committee, London, con alcune fotografie della Berneri: Marie Louise Berneri (1918-1949). A tribute

(La traduzione dall’inglese della poesia è di Silvia Pio)