Il giorno di Alice

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LAURA BLENGINO

Una breve premessa. La Gorilla Edizioni aveva organizzato questo concorso:

Gorilla Sapiens Edizioni presenta:
Metamorfosi diacroniche
Concorso letterario di Mitologia Contemporanea.

Può esistere una mitologia dei nostri giorni? Come se la caverebbero oggi eroi e semidei? Le dodici fatiche di Eracle sono i lavori part-time che fa in un mese? Il Minotauro è un ragazzone nerd che vive dentro una xBox? Artemide è un’attivista LGBT?
Il Gorilla Sapiens vi invita a scrivere una Mitologia Contemporanea.

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Io ho deciso di partecipare con un racconto: purtroppo poi non si è raggiunto il numero minimo per pubblicare il libro, e quindi ho deciso di pubblicare la mia storia qua.

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LAURA BLENGINO

Un nuovo giorno cominciava. Un nuovo giorno per Alice Parini.
Non un giorno di lavoro. Certo che no.
Siete appena entrati nel meraviglioso mondo di Alice.
Per certi aspetti può ricordare “Alice in Wonderland”: basta prendere i valori della solida, onesta gente comune. E capovolgerli.

Niente sveglia sul comodino. Si sveglia quando si sveglia.
Come una gatta che fa le fusa.
Tacchi a spillo per calpestare meglio i cuori maschili.
Minigonna per ammaliarli. Décolleté per farli svenire.
Fondotinta, rossetto, ombretto. Celare quelle piccole asimmetrie del viso.
La perfezione. La perfezione classica. Quello è l’obiettivo.

Parrucchiere.
Rilassarsi un po’. Leggere gossip, chiacchierare e spettegolare.
“Vanity Fair”, i cosmetici di Madonna. Ci avrebbe perso delle ore.
A immaginare lei, Alice, al posto delle dive.
Ma ora era il suo turno.
Shampoo ai capelli.
Non si spezzavano i cuori degli spasimanti con i capelli in disordine.
Un nuovo taglio. Le méche.

Estetista.
Riduzione delle sopracciglia, unghie.
Il lavoro di un pittore su un quadro del Rinascimento.
Le sue dita affusolate erano gli artigli del suo charme.

Pranzo.
Il momento più sacro.
Il suo tempio era ogni ristorante di lusso della città.
Un luogo dove essere ammirata, concupita, invidiata.
Pasta all’amatriciana. Una generosa bottiglia di vino. Tanto non ingrassava mai.
Con occhi magnetici, distrattamente, catturava l’uomo più bello, ricco e potente della sala.
“Sto aspettando il mio uomo, ma è in ritardo. Tienimi compagnia tu.”
Un ordine svogliato e peccaminoso, una concessione proibita e divina.
Lui cedeva, sempre.
Avrebbero parlato e mangiato, amabilmente.
Avrebbero riso e bevuto.
L’avrebbe sedotto e abbandonato. Formula classica, come al solito.

Centro abbronzatura.
Una volta era la pelle bianchissima la chiave del fascino.
Distinzione signorile dalle schiave, rese nere dai lavori nei campi.
Nella nuova età moderna, l’opposto. Le impiegate bianche, prigioniere nei loro cubicoli senza sole.
Lei bronzea e bellissima.

Sdraiata lì dentro.
Nella macchina a ultravioletti, come un sarcofago hi-tech, ibernata tra reale e irreale.
Occhi chiusi. L’immaginazione corre a mille. Una spiaggia. Una spiaggia greca.
Il Sole la bacia.
Il Vento la accarezza.
Il Mare le canta una canzone.

Una scossa, una frazione di secondi. Una visione.

Alice è immersa in una fonte.
Appoggiati sulla sponda altri abiti, inusuali e antichi.
Tutto è luminoso e pieno di pace.
È il paradiso. Ma un paradiso pagano.

Lo sportello si aprì. La voce mielata dell’hostess: “Per oggi abbiamo finito”.
Alice rimase turbata.
Non riusciva a comprendere. Quel tipo di sogno non l’aveva mai fatto. Era come se si trovasse veramente lì.

Centro massaggi.
Distesa sul lettino. Cullata dalla musica del suo respiro.
Mani sapienti sradicavano ogni tensione.
Poteva finalmente arrendersi fra le braccia di Morfeo.

Un nuovo sogno, una nuova visione.
Sdraiata in un tempio classico, tra cuscini rossi e morbide stoffe.
Adorna di gioielli, bracciali e collane. Venerata da uomini prostrati davanti a lei.

Si risvegliò. Com’era possibile? Un’altra volta?
Uscì, nervosa. Iniziò a vagare nelle luci del centro.
Ma le vetrine non la distraevano, lo shopping non l’attraeva. Era proprio grave.

Andò a sbattere contro un uomo.
Aria signorile, un lungo trench giallo, cappello con visiera, borsa a tracolla colma di lettere, riviste e pacchi. Un postino. Sorrise.
“Salve, Alice. O meglio, Afrodite.”
In quel preciso attimo, il tempo si fermò. Nulla aveva più importanza di quell’individuo.
“Non ti ricordi di me: non potresti. Sono Hermes, il messaggero. Mi hanno inviato quaggiù, per te. Per farti ricordare, e per farti scegliere. Hai avuto le visioni, vero? Erano della tua vita precedente. Questa tua vita, il nome Alice, sono maschere. Te le puoi togliere. Puoi essere ciò che realmente sei, Afrodite.”
Rimase come pietrificata, una bianchissima statua di marmo.
“Ora devi scegliere. Puoi tornare con me all’Olimpo, ed essere Dea immortale. O restare qui, in questa insipida vita.”
Silenzio. Tensione. Era come se sul cosmo avessero appeso invisibili corde di violino tese, pronte a vibrare.
Poi Alice Afrodite prese la sua decisione.
“No, grazie. Come ho scelto di divenire, così voglio rimanere.”
“Va bene, hai scelto. Ancora una volta.” Hermes riprese il suo cammino. Prima di sparire, si voltò, con un sorriso. “Cerca di non spezzare troppi cuori, se puoi. Di non turbare troppo l’Equilibrio.”

Alice Afrodite rise, felice, scuotendo la testa. “Non posso. Io amo gli uomini. Li amo tutti!”
E già dimentica, ormai, riprese il suo cammino sulla Terra.

(Immagine di Lorenzo Barberis)