«La mia patria sono i libri»: Marguerite Yourcenar nel labirinto del mondo

” Eros e Thanatos”

GABRIELLA MONGARDI.

Non sarei un’ insegnante appassionata, se non ritenessi che le due azioni complementari che connotano il mio mestiere, l’insegnare e l’imparare appunto, non solo siano intercambiabili e ‘reversibili’, ma siano anche, per così dire, “misura di tutte le cose”. Mi spiego: se vivere è arricchirsi continuamente di “virtute e canoscenza”, allora la validità delle esperienze che facciamo, dei rapporti interpersonali che allacciamo, si misura dalla quantità e dalla qualità degli insegnamenti di vita che ne ricaviamo e che ci accrescono interiormente, e lo stesso vale, ovviamente, per i libri che leggiamo. Ecco, i libri della Yourcenar – che si tratti di narrativa o saggistica – sono libri di assoluto valore, perché da essi si impara sempre qualcosa: in questo scritto cercherò di mettere a fuoco alcuni di questi insegnamenti essenziali, cercando di rimanere il più possibile agganciata a dati concreti, perché il mio discorso non annaspi nel vuoto.

Ma quali sono i dati concreti per una scrittrice il cui nome stesso – Yourcenar – è in realtà un anagramma del vero patronimico (Crayencour)? Si possono intendere come tali le sue date di nascita e di morte: 1903-1987? O forse i luoghi dove ha vissuto, sentendosi sempre pellegrina e straniera[1]: la tenuta di Mont-Noir in Belgio, Parigi, l’Europa che ha viaggiato in lungo e in largo, gli Stati Uniti dove è morta (a Mount Desert, nel Maine)?

O piuttosto i veri dati concreti sono i suoi libri, come lei stessa ci indica nell’orazione pronunciata in occasione della sua nomina ad Accademico di Francia, quando sposta subito l’attenzione sull’opera che le è «capitato» di scrivere, perché uno scrittore è la sua opera…[2] Ma anche fornire dati concreti sui libri di Marguerite non è facile, se per dati concreti si intende una precisa cronologia delle opere, perché lei ha l’abitudine di riprendere in mano a distanza di tempo i suoi scritti: i suoi racconti e romanzi si costituiscono nel corso degli anni, grazie ad apporti successivi, e sono opere con cui l’autore ha vissuto tutta la vita[3]. Vediamo quindi, semplicemente e sincronicamente, tre libri in sé e per sé: come se entrassimo in una libreria o in una biblioteca e chiedessimo: «Quali libri della Yourcenar avete?».

In risposta mi piacerebbe sentir citare i tre titoli – Care memorie, Archivi del nord e Quoi? L’Éternité - che insieme formano il ciclo Il labirinto del mondo: perché queste opere, anzi già i titoli di per sé, ci forniscono indicazioni preziosissime sulle peculiarità dell’autrice. Il titolo complessivo del trittico, Il labirinto del mondo, dà le coordinate geografiche in cui spazia la letteratura della Yourcenar, le stesse entro cui si è spostata la scrittrice nella sua vita di viaggiatrice: il mondo intero, sentito come un labirinto. Per orientarsi in questo spazio labirintico la scrittura ricorre alla dimensione del tempo, della storia: i titoli delle prime due parti in cui si articola il progetto fanno riferimento ai ricordi personali o famigliari, e agli archivi dove si custodiscono testimonianze ufficiali del passato di un’intera regione; il terzo infine rivela la meta segreta del corso del tempo, e della penna: l’eternità… C’è dunque una connessione profonda tra scrittura e vita, la vita sembra essere il punto di partenza della ricostruzione storica che la scrittura intraprende per sospingere la vita oltre il tempo: eppure non c’è scrittore meno autobiografico, più riservato della Yourcenar.

Apriamo allora il primo libro, Care memorie (1974), la cui prima sezione, intitolata Il parto, inizia con queste parole: L’essere che chiamo ‘io’ venne al mondo un certo lunedì 8 giugno 1903, verso le otto del mattino, a Bruxelles; nasceva da un francese [...] e da una belga [...][4]. Non c’è modo più impersonale per narrare la propria nascita, l’inizio della propria storia individuale: l’uso della terza persona, più avanti il ricorso ai nomi propri (Michel e Fernande) per indicare padre e madre, accentuano questa presa di distanza, questo distacco da sé e insieme producono un’insolita forma di coinvolgimento del lettore. Continua  infatti la Yourcenar: «Questi fatti [...] in sé stessi non significano nulla, ma [...] tuttavia, per ciascuno di noi, conducono più lontano della nostra storia individuale [...] ci determinano tutti». Ecco, il lettore è subito chiamato in causa con quel ‘noi’ – che a me ha fatto venire in mente l’incipit della Divina Commedia: ma se Dante dal secondo verso dell’Inferno in poi non ha remore a passare alla prima persona singolare, perché propone la sua personale esperienza come exemplum valido per tutti, sembra invece che a Marguerite quasi ripugni dire ‘io’, convinta com’è che i singoli ‘io’ – ciascuno tanto importante per se stesso, nella propria miopia – i singoli ‘io’ non siano in realtà che accidenti senza peso nel fiume infinito del tempo, nella catena delle generazioni, e che tracciare la storia di un individuo e della sua famiglia abbia senso proprio perché tutti gli esseri umani in quanto tali, se solo volessero, potrebbero a loro volta risalire all’indietro nella loro storia, districare i fili della ragnatela che ci avvolge tutti[5], dai nonni ai bisnonni ai trisnonni e ancor più su, ‘per li rami’ della genealogia: del resto, nota la scrittrice, soltanto trecento generazioni ci separano dal Neolitico…

Care memorie non è in effetti un romanzo famigliare, ma di generazione e genealogia: in esso la procreazione è nominata semplicemente come fatto appartenente all’ordine biologico della successione degli esseri[6]. Così, questa amorosa ricostruzione del passato per parte di madre si sottrae alla dimensione del pettegolezzo proprio per la prospettiva universale, cosmica addirittura, da cui la Yourcenar si pone, per la sua capacità di riconoscere la presenza di una Legge sovraindividuale, ineluttabile, tra le minuzie del quotidiano, nell’aneddoto umano[7]. Insieme, la scrittura sottolinea l’importanza immensa della vita guardata nella prospettiva della morte, e l’infinita pietà per la nostra pochezza[8]. La pietà – nel senso latino di ‘pietas’, cioè rispetto e venerazione per gli antenati – è ciò che muove l’indagine e la mano della scrittrice, e il titolo originale dell’opera è Souvenirs pieux: scrivere diventa un tributo ai morti, un gesto di ‘religio’, un modo per conservare qualcosa (il senso della continuità, ad esempio), senza cui la vita sarebbe orrendo vuoto[9]. D’altronde, la traiettoria delle vite dei miei zii e zie materne mi ha insegnato qualcosa.

È forse questo il primo degli insegnamenti che la Yourcenar ci dà: nella rete che tutti ci lega, la vita di chi ci ha preceduto è fonte di saggezza, accresce la nostra consapevolezza, la nostra umanità, ed è questo peso di vita vissuta che conferisce autorità al racconto della Yourcenar e lo rende dispensatore non di risposte, ma di consigli[10]. Del resto, i libri che danno risposte sono libri ‘facili’, ovvi, che non reggono alla prova del tempo, non durano nel ‘tempo grande’ – e i libri dell’autrice belga non sono certo di questo tipo.

Il secondo volume della trilogia, Archivi del Nord (1977), dedicato alla ‘stirpe paterna’, non si muove più a ritroso, dal presente verso il passato, ma parte addirittura dalla Notte dei tempi (così s’intitola il primo capitolo) e giunge restringendo man mano il campo visivo, ma precisando e delineando più nettamente le personalità umane, fino alla Lilla del XIX secolo [...] e infine a quell’uomo eternamente ribelle alle convenzioni che fu mio padre, a una bambina che fra il 1903 e il 1912 impara a vivere su una collina della Fiandra francese[11]. Questo libro ha come motto, in esergo, la celeberrima similitudine omerica: come delle stirpi di foglie, così è delle stirpi degli uomini, che ci indica qual è l’orientamento della scrittura della Yourcenar: una scrittura che si allarga dalla vicenda dei singoli alla Storia, dalla storia degli uomini alla storia della specie umana, per poi concludersi nella storia del pianeta Terra, la Terra che ruota come sempre inconsapevole, bel pianeta nel cielo[12]. Parallelamente, la nozione stessa di uomo si dilata, e per narrare l’uomo si chiamerà a soccorso la rivoluzione degli astri, il ciclico morire e rinascere degli alberi, l’eterno sussistere delle pietre.

Questo è un altro fondamentale insegnamento che ci dà la Yourcenar: l’uomo non è altro che nulla, una creatura senza io, un «uomo oscuro», e solo abbandonando quel peccato d’orgoglio che fa pensare all’uomo di avere un nome e una storia individuale, egli potrà sconfiggere la morte, non farla trionfare. Perché l’uomo anonimo non cessa di esistere e non muore; se cessa l’individuo particolare, non cessa l’uomo in quanto genere. È nell’impersonale (in quella parte della creatura che non dice io) il carattere sacro dell’uomo, ed è l’uomo solo, nudo di fronte alla morte, il tema per eccellenza della sua scrittura, in tutte le sue opere[13]. Questo è il senso della sua ricostruzione del passato: non certo la celebrazione della propria stirpe, ma l’individuazione del ritmo comune, anonimo e necessario, di nascita-accoppiamento-morte, che scandisce il succedersi delle generazioni, sotto il variare dei nomi e dei tempi.

L’ultimo libro del ciclo, Quoi?L’Éternité è diverso dagli altri, e non solo perché è l’ultimo libro in assoluto della Yourcenar, quello che stato troncato (o concluso?) dalla Morte: la scrittura di Marguerite qui ha un altro ‘tocco’, più intenso, delicato e vibrante; i ‘doni’ che lascia al lettore sono sparsi a piene mani, quasi in ogni pagina, sotto forma di motti come questo: Ogni grande amore è un giardino circondato da alte mura. Hortus conclusus, o questo: Ognuno ha i propri ricordi o le proprie allegorie al riparo dalle parole. Si direbbe che, quasi presaga della fine, la scrittura della Yourcenar diventi più sentenziosa, cerchi una cadenza quasi aforismatica, per trasmettere meglio un insegnamento, un’eredità a chi verrà dopo. O forse è perché questo volume affronta finalmente una storia che Marguerite conosce di prima mano, che volere o no la riguarda più da vicino, anche se per tutta la prima metà la narratrice si citerà semplicemente come “la bambina”, e solo dal capitolo Le briciole dell’infanzia parlerà di sé in prima persona.  A se stessa, comunque, ai propri ricordi d’infanzia e di adolescenza, l’autrice riserva complessivamente poche pagine; anche nella seconda parte del libro, infatti, le figure di primo piano sulla scena saranno il padre e le sue donne; negli ultimi tre capitoli farà la sua comparsa la guerra, la prima guerra mondiale, vista soprattutto nei contraccolpi assai trascurabili su un piccolo gruppo di persone.

Il libro trova però il suo fulcro nella figura di Jeanne de Reval, che ne è la vera protagonista. Jeanne è l’amica di Fernande per la quale Michel nutrirà una passione folle – ma l’amore folle è tuttavia  l’unico amore saggio, commenta Marguerite, per la quale Jeanne rappresenterà per sempre la madre, anche da lontano, anche quando, in seguito alla  rottura con Michel, la perderà definitivamente di vista, e il  ricordo di Jeanne scenderà in Marguerite ad una profondità a cui non può più fare male. È intorno a Jeanne che la scrittura si fa più palpitante, l’atmosfera più intima e calda, la memoria più devota. La virtù più grande di Jeanne è quella di saper mettere un po’ di dolcezza nell’intollerabile[14]: una virtù che la scrittura di Marguerite Yourcenar ha ereditato…

È del resto proprio di ogni grande scrittore consolare (un po’) di ciò per cui non esiste consolazione,  riuscire a dare ordine e senso, per sé e per gli altri, a un universo copernicano, senza centro, senza Dio – un paese straniero, il labirinto del mondo…

 


[1] En pèlerin et en étranger s’intitola una raccolta di saggi uscita nel 1989
[2] N.FUSINI, Marguerite, o dell’altezza, in Nomi, Donzelli, Roma 1996, p.190
[3] M. YOURCENAR L’opera al nero, Feltrinelli, Milano 199619 (Nota dell’autore, p.288)
[4]M. YOURCENAR, Care memorie, Einaudi, Torino 1981, p.5
[5] M. YOURCENAR, Archivi del nord, Einaudi, Torino 1982, p.78
[6] N. FUSINI, op. cit. p.175
[7] M. YOURCENAR, Archivi del nord, cit., p.9
[8] M. YOURCENAR, Care memorie, cit., p.123
[9] N. FUSINI, op. cit, p.166
[10] N. FUSINI, op. cit, p.173
[11] M. YOURCENAR, Archivi del Nord, cit., p.5
[12] M. YOURCENAR, Archivi del Nord, cit., p.9
[13] N. FUSINI, op. cit, pp.166-167
[14] M. YOURCENAR, Quoi? L’Éternité, Einaudi, Torino 1989, p.267

(foto di Lorenzo Avico)