Io sono stato Margutte, l’esperienza di Vanni Zinola

Cenerentola o della differenza 1

SILVIA PIO

«Io sono stato Margutte!», esordisce Vanni Zinola quando vede il nome della nostra non-rivista.

Vanni è tra i fondatori a Torino del Teatro dell’Angolo, ora Fondazione Teatro Ragazzi e Giovani Onlus, con cui opera fin dagli esordi come autore ed attore di spettacoli rappresentati nei più importanti circuiti italiani ed europei, partecipando anche a progetti e spettacoli con il Teatro Stabile di Torino e a proposte di didattica musicale con il Teatro Regio.
E questo esordio ci dà lo spunto per intervistarlo e farci raccontare la sua storia, che corrisponde alla storia del teatro ragazzi in Piemonte e ad un’esperienza di lavoro e passione che è andata al di là non solo degli schemi ma anche dei confini regionali e nazionali (ed europei).

Tutto è iniziato alla fine degli anni Sessanta quando Vanni e i suoi colleghi decisero che avrebbero fatto gli attori, portando con sé il bagaglio della loro umile classe sociale d’origine, cioè il pragmatismo, e quello della loro età, cioè la sventatezza.

Durante la sua esperienza a Roma, Vanni si accorse che rivolgersi ai ragazzi era allora l’unico spazio per coloro che approdavano da gruppi spontanei. Girando per le borgate romane il Teatro mobile, così chiamato in antagonismo ai teatri stabili, proponeva l’idea battagliera che il teatro andasse nei luoghi dove viveva quella gente che a teatro non sarebbe mai andata.

festa teatrale

Nei primi anni Settanta si trasferì a Torino e insieme ad un altro gruppo di colleghi iniziò un’attività più continuativa, che si chiamò prima Compagnia dei burattini e poi Teatro dell’Angolo. Questo gruppo di giovani attori si coagulò intorno a Giovanni Moretti, contaminando la loro formazione scolastica con il folklore, la cultura letteraria con l’improvvisazione. La loro attività teatrale era sì un progetto artistico ma anche socio-politico, e i destinatari del progetto erano i ragazzi, con le loro famiglie, i tessuti sociali di una città come Torino che era esplosa demograficamente con l’immigrazione.

Per il Teatro dell’Angolo fu fondamentale l’incontro con Gian Renzo Morteo, in quegli anni docente di Storia del Teatro all’Università di Torino, che li introdusse ad un modo di fare teatro con le caratteristiche di leggibilità, fruibilità e interazione con gruppi sociali.

«Il teatro nasce in relazione ad una comunità (poi nelle sue espressioni migliori diventa anche esportabile al di fuori di essa) e deve avere una sorta di denominazione di origine controllata. Interloquire con la comunità significa conoscerla, condividerne la vita, i problemi, i sogni, gli interrogativi, e di conseguenza forgiare un linguaggio che è obbligatoriamente, inesorabilmente sperimentale, perché su misura di quella collettività».

Gli attori del Teatro dell’Angolo facevano animazione teatrale e sociale, e allo stesso tempo producevano spettacoli. Con lacci e con catene, realizzato con Paola Mastrocola, raccontava una storia di ragazzi di borgata con un’eco mitologica e per primo fece uscire la compagnia dall’Italia. Dal Festival internazionale di Lyon (dove questo spettacolo risultò scomodo per l’approccio a temi che non erano considerati adatti al teatro per ragazzi, quali la pulsione e il desiderio sessuale) cominciò l’avventura all’estero che proseguì per altri quarant’anni.

Venivano prodotti in media tre – quattro spettacoli all’anno. Alcuni avevano connotazioni più localistiche e nascevano per stare nella città e nella regione d’origine, altri erano appetibili ad un pubblico più ampio. Intanto la compagnia acquisiva il Teatro Araldo di Torino ed aveva anche una sede fissa nella città di Alba.

Con lacci e con catene

Con lacci e con catene

Con Franco Passatore vennero realizzati diversi percorsi di ricerca e di creazione, fra cui uno che produsse lo spettacolo, firmato anche da  Graziano Melano, da dove deriva il cenno iniziale a Margutte. Si intitolava L’Orlando in Beirut, volutamente riecheggiante L’Italiana in Algeri, anche se poi il soggetto era completamente diverso.

Erano gli anni in cui l’Italia aveva i suoi contingenti di pace in giro per il mondo (come adesso) . Ne  L’Orlando in Beirut accadeva che un militare siciliano, forte della tradizione dei pupi, delle avventure dei cavalieri, dei cunti, incontrasse a Beirut una insegnante araba che lavorava con i ragazzi del posto. In un contesto di conflitti, di bombe e di attentati, dall’incontro dei due nasceva il confronto di culture. Dalle memorie del soldato italiano emergevano i personaggi dei paladini tra i quali Margutte, che Vanni ebbe l’avventura di impersonare. Il Margutte naturalmente ne combinava di tutti i colori ed appariva in un doppio gioco tra marionette mosse a filo e attori in carne ed ossa.

La storia vera e propria aveva risvolti anche tragici, perché i due personaggi pur provando un’attrazione reciproca misuravano le distanze spesso incolmabili che derivano dall’avere radici e punti di riferimento diversi, la fatica di mediazione e di tolleranza che viene richiesta quando si parte da origini così distanti.

L'Orlando in Beirut

L’Orlando in Beirut

Due sono le produzioni di rilievo negli anni Ottanta. Il Sentiero era scenograficamente coraggioso per quel periodo: si recitava su un sentiero di ghiaia disposto a terra con il pubblico seduto intorno, ad una distanza che non lasciava spazio per un linguaggio amplificato nel gesto e nella verbalità come di solito avviene dal palcoscenico. Nello spettacolo si raccontava la storia di Janet, un col-porteur giramondo per necessità, e di Cecilo, una figura di quell’Anello Forte raccontato da Nuto Revelli; storia che partiva agli inizi del ‘900 da una sperduta vallata di lingua occitana e si incrociava con i grandi avvenimenti del secolo. Un progetto che aveva caratteristiche più antropologiche che strettamente teatrali; veniva portata in scena anche la lingua occitana, nella quale erano recitate le prime scene.

Il sentiero

Il sentiero

Dalla collaborazione con la compagnia canadese Théâtre des Deux Mondes di Montreal nacque Terra Promessa / Terre Promise, uno spettacolo bilingue solamente nel titolo perché non aveva neppure una parola, e nella essenzialità dei suoi movimenti provava a raccontare una storia che raccogliesse in sé il contributo di un mondo nuovo, tutto in divenire, e quello del nostro, vecchio, consapevole del suo passato.

Lo spettacolo girò molto, partecipò a numerosi festival e prese anche dei premi. C’era un’edizione con attori italiani fatta per le rappresentazioni in Europa, dove Vanni recitava, e una formazione con gli attori canadesi che partecipava ai circuiti di oltre Atlantico.

Terra promessa - Terre promise

Terra promessa – Terre promise

In questo disegno di creazione e distribuzione artistica ad un certo punto diventò necessario consolidare la presenza del Teatro dell’Angolo, divenuto intanto fondazione, a Torino e in Piemonte. Il passo successivo fu la nascita nel 2006 della Casa del Teatro Ragazzi e Giovani di Torino, sul modello di altre esperienze del nord Europa e degli Stati Uniti, in un ex deposito di proprietà della Città di Torino. È una specie di cittadella del teatro rivolto ai giovani e alle famiglie, non solo con spettacoli ma anche con laboratori, corsi di formazione, manifestazioni di vario genere, ed è sede di tre compagnie teatrali con uffici e magazzini. Questa struttura, simile a quelle che esistono da anni in alcune importanti città estere, è la prima in Italia e il Teatro dell’Angolo, con il sostegno della Città di Torino e della Regione Piemonte, ha investito risorse ingenti nella sua realizzazione, dando vita anche alla Piccola Accademia del Teatro per Ragazzi. Non è una scuola nel senso tradizionale del termine ma un luogo dove attraverso la frequentazione si trasmettono dei saperi con lo spirito della bottega, come succedeva una volta con gli artigiani.

Casa del Teatro Ragazzi e Giovani (fotografia di Giorgio Sottile)

Casa del Teatro Ragazzi e Giovani (fotografia di Giorgio Sottile)

Negli ultimi tempi Vanni non ha più partecipato ad allestimenti rivolti ad un ampio pubblico. Andando in cerca della essenzialità del recitare, «quel tipo di essenzialità che precede la storia ma significa relazionarsi in modo disarmato, onesto e franco», ha iniziato a lavorare con i bambini in età prescolare. Nasce così il Progetto prima infanzia insieme a Tiziana Ferro per la Compagnia Melarancio: gli attori portano il teatro direttamente negli ambienti dove si trovano i bambini, senza palcoscenico,  con spettacoli che assomigliano alla vita e alla quotidianità.

«I temi sono quelli che riguardano e interessano i bambini: la vita, l’amore, il raccogliere notizie intorno a sé, non raccontati come si fa agli adulti, naturalmente. I nostri spettacoli presentano dunque delle situazioni e delle relazioni, non delle storie. Buffo ma prevedibile è il fatto che noi giriamo in Europa e incontriamo bambini di lingue diverse dalla nostra ma che non hanno alcun problema ad ascoltarci. Rivolgendoci a loro noi attiviamo il principio base del teatro: qualcuno che ti guarda negli occhi e che fa un gesto, produce suoni e trasmette la sua intenzione di relazionarsi con te. È un progetto entusiasmante perché significa mettere da parte tutto ciò che ho imparato negli ultimi quarant’anni di teatro e ricominciare».

Per molti dei bambini ai quali si rivolgono Vanni e Tiziana è il primo contatto con il teatro, un incontro che potrebbe fare in modo che un giorno diventino appassionati di teatro e  possano riempire le sale e anche i palcoscenici.

10 parole (con Tiziana Ferro)

10 parole (con Tiziana Ferro)

http://www.casateatroragazzi.it/

http://www.fondazionetrg.it/

L’intervista integrale a Vanni Zinola si trova qui: Io sono stato Margutte, intervista a Vanni Zinola

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