Pompelmo per Martha

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LESLIE MCBRIDE WILE

Da qualche parte stava suonando una campana, vecchia, di scuola o di chiesa, dondolando lenta e pesante. Joanne salì alla superficie, dal sonno diritta nello scampanare sonoro, e sentì la pesantezza del mattino sulle palpebre. Percepì la guancia e il cuscino sul quale stava appoggiata, la spalla sinistra affossata nel materasso troppo soffice, il peso della coperta Hudson Bay  su di lei. Il lettino era caldo, si stirò, girò sulla schiena e tese le dita dei piedi e delle mani. Si formarono i pensieri e il mondo al di là del letto si mise a fuoco. Si ricordò dov’era, e perché era lì. Afferrò il bordo della pesante coperta per allontanarla e si tirò su, tastando con i piedi trovò i mocassini che aveva portato da casa. Prese un maglione frusto dalla sedia di John e se lo buttò sul pigiama, strascicando i piedi arrivò al corridoio e poi al bagno.

In cucina Joanne mise il bollitore sul gas al massimo e sistemò un filtro a cono all’imboccatura delle vecchia macchina per caffè Chemex, prese del caffè nero e untuoso dalla lattina gialla Bustelo e poi la rimise nel frigo. John beveva ancora caffè, così pure lei. Quando il bollitore fu pronto Joanne verso l’acqua sul caffè nel filtro, con estrema attenzione. Un rivolo di caffè scese dalla punta del filtro dentro alla caffettiera di vetro, lentamente versò il resto dell’acqua sul macinato quasi riempiendo il cono.

Joanne rimase in piedi con il bollitore vuoto in mano e guardò senza vedere una luce violenta che si rifletteva sulla finestra vuota e scura nel buio senza ombre oltre la cucina.

Sentì che la porta della camera da letto di John e Martha si apriva e si chiudeva di nuovo, quasi senza rumore. La porta del bagno venne chiusa, i tubi dell’acqua si lamentarono per un po’, poi sentì la tenda della doccia stridere sulla sbarra, metallo contro metallo. Tolse il cono di carta dalla Chemex, unendo le estremità per bene con la sinistra mentre con la destra a coppa raccoglieva le gocce che cadevano da sotto. Con una leggera pressione sul pedale della pattumiera lasciò cadere il filtro, si sciacquò le dita nel lavello e se le asciugò con un piccolo canovaccio, bianco a strisce rosse. Joanne mise due fette di pane integrale nel tostapane, su un tavolino rotondo sistemò due piatti, due tovaglioli di carta, due cucchiai e due coltelli. Prese burro, marmellata e latte dal frigo e un sacchetto di muesli dall’armadio. Pose due scodelle vicino ai cereali.

Mise altra acqua nel bollitore, lo piazzò sul fornello e riaccese il gas, questa volta al minimo. Prese una teiera blu cobalto dall’armadio e ci fece cadere una bustina della farmacia cinese. Aveva odore di polvere e di qualcos’altro forte e spiacevole, ma stavano provando tutto ciò che veniva loro in mente. La falange di bottiglie piene di pillole, capsule e polveri, ammassata al centro della tavola, era uno dei loro eserciti che combatteva per la vita di Martha. Andavano a Chinatown a prendere i rimedi erboristici, da un naturopata per farsi dare una dieta speciale, da un fisioterapista per aiutare i dolori, dallo spacciatore locale per comprare hashish, che Joanne mescolava col miele. Un cucchiaio aiutava a calmare la nausea e il vomito dopo l’attacco della chemio.

Joanne sentì rumore di passi, lenti e pesanti sulle assi dell’ingresso.

«Ciao, Ma». Si girò verso di lui cercando un sorriso. John stava nel vano della porta, l’ombra massiccia cadeva dietro di lui nell’ingresso. I capelli ancora bagnati, neri e rigidi, folti come quelli di lei, e le guance appena rasate, che avevano una sfumatura blu. Indossava pantaloni di velluto, camicia bianca e cravatta, era vestito da lavoro. Joanne vide il figlio maggiore, un uomo alto, un ragazzino testardo: preoccupato, determinato, coraggioso, spaventato. E allora gli sorrise.

«’Giorno, John. Com’è andata stanotte?»

«Non troppo male. Non ha sudato, s’è alzata soltanto un paio di volte, almeno di quelle mi sono accorto. C’è del caffè?»

Joanne sollevò la Chemex dal supporto logoro di legno, versò il caffè in un tazzone alto e bianco per John e in una piccola tazza con piattino per sé. «È sveglia?»

«Dormiva quando mi sono alzato». John prese il caffè e si sedette al tavolo. «Solo pane tostato, Ma. Ok?»

Joanne prese un piatto dal tavolo e lo mise di fianco al tostapane, tirò giù la leva e guardò il pane cadere nelle aperture. Il bollitore era di nuovo pronto. Joanne spense il gas e verso l’acqua sul filtro nella teiera. Si sedette di fronte al figlio, mise lo zucchero nella propria tazza e mescolò, il suono del metallo contro la porcellana come un eco nelle orecchie. Il pane tostato saltò fuori e John disse: «Lo prendo io». Joanne guardò in su, girando il caffè. La finestra faceva intravedere una luce grigia, col riflesso più leggero ora, e un angolo di muro di mattoni rossi alternati a cemento, una finestra accesa dall’altra parte del cortile interno.

John era di nuovo nella porta della cucina, corazzato di una giacca in pelle di pecora contro il freddo di febbraio, guanti di pelle, niente cappello. «Chiamo a mezzogiorno, Ma, per sentire come sta andando. Ciao».

«Passa una buona giornata, John».

Joanne sparecchiò i piatti della colazione e prese un tavolinetto pieghevole sistemato tra il frigo e il lavello. Lo mise sul tavolo, lo pulì, lo preparò con la teiera blu cobalto, un piattino dello stesso colore, un tovagliolo, un cucchiaio. Lavò un pompelmo, lo asciugò con cura, mise un tagliere di legno crepato sul piano di lavoro per tagliare il frutto come Martha preferiva: togliere la parte sopra e quella sotto, dividere nel senso della lunghezza e poi di traverso, ogni quarto tagliato a fette. Joanne separò i pezzi e li mise in un piattino bianco con un pesce blu disegnato sul fondo. Il frutto profumava di fresco, la polpa succosa era rosa con la scorza bianca. Risciacquò di nuovo la mani fredde con l’acqua tiepida del lavello.

Joanne si diresse lungo il breve corridoio verso la camera da letto, bussò e aprì gentilmente la porta. Martha se ne stava appoggiata ai cuscini bianchi, sotto un copriletto blu cobalto. John l’aveva aiutata ad andare in bagno; aveva i capelli pettinati e indossava un pigiama pulito. «Ciao Joanne. Sembra davvero freddo fuori. Sono contenta di non dover uscire stamattina!» Apparve l’ombra di un sorriso, poi voltò la faccia verso la finestra. Un sole invernale pallido si faceva strada tra gli innumerevoli tetti della città, c’era fumo che sbuffava dai camini e piccioni che giocherellavano vicino ad un’uscita di sicurezza.

«Anch’io». Joanne sorrise a quel punto. «Vuoi del tè?»

Martha si volse verso Joanne, in piedi sulla porta. «Mi piacerebbe», fece una smorfia. «E vorrei anche del pompelmo». I loro occhi si incontrarono e fissarono. Martha si guardò le mani, serrate sul copriletto blu cobalto. «Sono contenta che tu sia qui, Joanne. Grazie».

«Sono contenta che tu mi abbia voluta. Preferisco essere qui che a casa a sentirmi inutile». Joanne si strinse addosso il golf enorme, incrociò le braccia, fece scivolare la mano sinistra fino alla spalla destra e di nuovo in basso, afferrandosi il gomito. «Prendo il vassoio. È tutto pronto. Vuoi del pane tostato?»

«Non ancora, solo il pompelmo».

Joanne sistemò Martha e il vassoio della colazione e si diresse in cucina a prendersi un’altra tazza di caffè, quella che di solito correggeva col primo bourbon giornaliero. Si fermò prima di entrare con le braccia incrociate sul petto, avviluppata nel golf di suo figlio. Guardò la caffettiera, i piatti nel lavello, il pavimento. Decise che più tardi avrebbe passato lo straccio.

Quando era a casa, Joanne trascorreva le mattinate a scrivere. Il primo cicchetto di bourbon nella seconda tazza di caffè, una volta che Howard partiva per l’ufficio, le dava l’ispirazione di cui aveva bisogno. C’erano giorni in cui lavorava ad un nuovo racconto, altri dove apriva l’ultimo manoscritto rifiutato, archiviava la lettera di rifiuto, scriveva un nuovo indirizzo su un’altra busta gialla e inviava il racconto all’editore successivo nella sua lunga lista. Aveva iniziato mandando ogni nuovo racconto al New Yorker, poi all’Atlantic Monthly, al Harper’s Weekly e in seguito a tutte le riviste minori pubblicate dalle università o ai piccoli editori da New York a San Francisco. I suoi racconti erano stati pubblicati in alcune piccole riviste, soprattutto quelle che davano in cambio copie gratuite.

Organizzava in modo metodico ed efficiente sia quanto beveva che quanto scriveva. Il primo goccetto durava fino a metà mattinata, quando arrivava  Lillie Mae. Joanne faceva dell’altro caffè e ingollava un’altra dose mentre la donna a ore rassettava la camera da letto e raccoglieva la biancheria da lavare. A mezzogiorno  Joanne terminava il lavoro alla scrivania. Quando non aveva riunioni, né appuntamenti per pranzo, mangiava un pasto leggero e si dedicava al giardino, alla lettura o ad altri progetti domestici. Prendeva due dita di bourbon dopo pranzo e due dita il pomeriggio. D’estate faceva una nuotata in piscina dopo che Lillie Mae se ne era andata alle 4. Poi si faceva la doccia, si cambiava e iniziava a preparare la cena. Howard tornava per le 6 e la trovava in cucina a sorseggiare un doppio bourbon, il tavolo pronto per la cena, la casa immacolata, la moglie rilassata e felice.

La diagnosi di Martha aveva mandato in frantumi la vita misurata di Joanne, i suoi giorni precisamente calibrati. Martha non andava d’accordo con la madre e aveva chiesto a Joanne di trasferirsi da loro, di aiutarla ad affrontare la chemioterapia e tutto quanto avrebbe potuto succedere. Il cancro era aggressivo, però Martha aveva appena 32 anni ed era giovane e forte. Forse, pensava Joanne, se l’avesse fatto, se avesse smesso con la sua vita tenuta accuratamente su col bourbon, forse questa storia sarebbe finita bene.

Joanne respirò a fondo, fece cadere le braccia, rabbrividì. Sentì l’odore del bourbon, lo assaggiò con la mente. Versò il caffè nella tazza e aggiunse lo zucchero. Mise con attenzione il cucchiaio in equilibrio sul piattino, portò piattino, tazza e cucchiaio attraverso il corridoio fino alla stanza di Martha. Martha stava sonnecchiando con il vassoio della colazione ancora davanti a lei. Joanne sistemò la propria tazza su una mensola vicina al letto, sollevò il vassoio dal letto di Martha e lo mise sul pavimento vicino alla porta. Pezzi di erbe e minuscoli rametti galleggiavano sul fondo della tazza, sedimenti di rimedi cinesi. Martha era riuscita a mangiare metà del pompelmo, le scorze erano sistemate a cerchio sul piatto. Joanne si raggomitolò in una logora sedia di cuoio vicino al letto. Prese il suo piattino ed iniziò a girare il caffè, metallo contro la porcellana come un eco nelle orecchie. Un giorno avrebbe scritto a proposito di tutto questo, pensò. E pensò anche: non sarò mai capace di scrivere a proposito di questo, e sapeva che era vero.

(illustrazione dell’autrice, traduzione di Silvia Pio)