Nannetti, lo scrivano sui muri

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EVA MAIO

Andare a Volterra si va perché è bella.
Ci sono andata anche per visitare l’ex manicomio. E lì col desiderio di guardare i graffiti di Ferdinando Nannetti.
Si sperimenta un viaggio negli smarrimenti e nel riscatto, nei condizionamenti sociali e culturali che possono relegare una vita in poco spazio, ma non annichilire la fantasia, non fermare l’anelito alla libertà. Fosse anche la semplice libertà di farsi scrivano in un cortile e con la linguetta adunca delle piccole chiusure del panciotto.

“NOF4 è lo è lo pseudonimo di Ferdinando Nannetti – Roma 31 dicembre 1927 – Volterra 24 novembre 1994- .Durante la reclusione presso l’ospedale psichiatrico di Volterra fu autore di un ciclo di graffiti, considerato un capolavoro dell’Art Brut.” da Wikipedia
In quei graffiti racconta di personaggi di altri mondi, li descrive con neologismi assai efficaci di sua invenzione, vi intreccia dati biografici, anch’essi un po’ veri e un po’ fantasticati e desiderati, si fa interprete di messaggi extraterrestri che solo lui intercetta e interpreta.
Crea lettere nuove e un suo modo di andare a capo, circonda i testi con riquadri, semicerchi, parallelogrammi per assegnare un perimetro diverso ai suoi pensieri.
Sulla sua affascinante opera esiste un’ampia bibliografia e la sua vita è stata oggetto di documentari, opere teatrali e filmati.

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I corridoi in quei posti
sono così lunghi
per passi spaesati
occhi bassi
parole dislocate dai pensieri
gesti in affanno
ripetuti piccoli minimi gesti
rapidi tra quei muri
stretti.

E lui si fa scrivano
all’aria aperta
senza penna graffia
quei muri
sotto finestre alte
incista la vita sua
in calce e mattoni
con alfabeti nuovi
lessico meticcio.

I corridoi in quei posti
hanno finestre alte
che toccano le notti scure
i vetri fatti di nebbia
i colori pallidi attorno
tutto un po’ sverniciato
con quell’aria sfatta
e la nausea dei giorni
tutti uguali.

E lui – Nannetti –
con tremuli graffi
con segni inventati
stampa sui muri
nidi di dolore
tramutati
in sogni e ardui compiti
assegnati dal cosmo
a lui soltanto.

I corridoi in quei posti
hanno folate di vento
pulviscolo volante
ombre lunghe
e quel verdino anonimo
stupido senza il minimo
richiamo d’erba di prati
petali onde marine
o menta piperita.

Ma fuori l’intonaco
è tutto a disposizione
un infermiere attento
lo lascia fare
e lui Nannetti accoglie
rivoli di desideri d’altri mondi
come suoi
e i suoi trasforma
in storie quasi stellari.

Tutto è segreto
in quei posti
e tutto è lì palese
i corpi dondolanti o a scatto
hanno lasciato il loro odore
e l’omelia sacra dei lamenti
si sente ancora:
l’uscita all’aria vera
è salvazione.

Gli ingombri accumulati
in cuore e le assenze
di legami e amori
hanno una via d’uscita
in quei graffiti visionari
e ciò che preme e grida
dentro come fumante
drago
si fa visione.

Immensi spaziali sguardi
eco di meteore
stelle galassie
caduti convocati
in piccoli segni dentro riquadri
come epitaffi
miscelati a una storia familiare
mai avuta
mai avuta e sognata.

Nannetti
ordinatore eroico
di tutti i suoi ieri
un po’ veri un po’ inventati
Nannetti
con vocazione a scostarsi
dal brutto intorno
e cogliere l’energia sottile
di quei “senza”.

E dei “senza”
fare con perizia un poema scritto
a suon di graffi
sull’intonaco stanco
di uno dei cortili
del manicomio di Volterra
con la linguetta adunca
delle piccole cinghie a chiusura
del suo panciotto.

E noi ora qui
a leggere i segni
di un Abele scrivano a leggere vita
addensata su calce e mattoni
lapidata risorta
e vederci chi siamo
il piccolo e il grande che siamo
tutti.
E ognuno.

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