L’eclisse

SILVANO GREGOLI

foto di Stefano Rosoni

foto di Stefano Rosoni

Esattamente sessant’anni fa, la mattina del 15 febbraio 1961, un’eclisse totale di sole interessò in Italia il Piemonte meridionale, la Liguria, parte dell’Emilia Romagna, la Toscana, il nord del Lazio, l’Umbria, le Marche e l’Abruzzo. Per trovare un’altra eclisse totale di Sole nella stessa zona, bisogna risalire al 3 giugno del 1239, e per trovarne una simile nel futuro occorrerà aspettare altri sessant’anni, fino al 3 settembre 2081, ma la traccia della totalità passerà questa volta più a nord, sulle Alpi, come scrive Stefano Rosoni sul sito dell’A.M.A. (Associazione Marchigiana Astrofili).

Margutte ricorda quell’evento eccezionale pubblicando un “resoconto” che Silvano Gregoli aveva scritto poco dopo e rivisitato in seguito, sotto forma di racconto.

Nel 1961 Gregoli era un giovane studente di fisica appassionato di montagna. Aveva quindi deciso di salire su una delle sue montagne preferite per osservare “da vicino” il raro fenomeno astronomico. Ma nel cuore dell’eclisse qualcosa aveva attivato in lui ”quella piccola regione del cervello che presiede all’irrazionale e attribuisce proprietà mistiche  ai grandi avvenimenti della natura” (sono parole sue). Ecco perché, quel giorno, il giovane fisico si è fatto per la prima volta scrittore, e alla vampa della passione per la montagna e per la conoscenza della natura si è unita quella del narrare. Narrare con rapidità e leggerezza, ma insieme con esattezza, visibilità e molteplicità, come vuole Calvino: condensando in un testo breve come un’eclisse una ricca “enciclopedia” di immagini, informazioni ed emozioni.

Gabriella Mongardi

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L’ECLISSE

15 febbraio 1961, Trucca della Tura

 

La mattina del 15 febbraio 1961, alle 8,34 precise, la luna è passata davanti al sole e a Torino, per due minuti, tram e macchine hanno acceso i fari. In molte case buie, in molti edifici dalle luci sempre accese, l’eclisse è stata appena percepita come l’annuncio di un temporale, subito svanito. Molti abitanti di grandi città se ne sono appena accorti: stagnava nelle strade e sui tetti un’aria fatta di nebbia, fumo e polvere, sì che il cerchio del sole ha avuto appena il tempo di virare da un color giallo marcio a quello di un grigio cupo.
Ormai più nessuno la ricorda quell’eclisse e forse non ha più alcun senso, oggi, annunciare orgogliosamente che io, quella mattina, l’eclisse totale di sole l’ho vista dalla Trucca della Tura.

Ero salito al rifugio Mettolo Castellino la sera prima. Le montagne erano cariche di neve e la salita notturna in pelli di foca non era stata illuminata da nessuna luna.
L’indomani mattina, alle sette, un lampo di giovane sole trionfante sbucato da dietro il Monte Moro mi aveva svegliato come uno schiaffo. Ero subito uscito sul piazzaletto del rifugio, tutto stordito dal fiotto di luce accecante. Visione irreale: la neve granulosa, indurita dalla notte, polverizzava i raggi del sole in milioni di minuscoli arcobaleni. Dal basso, nel gran silenzio, da qualche lontana macchia di noccioli arrivava, vellutato, il canto del cuculo. Avevo anche visto due camosci attraversare adagio un costone innevato, punteggiato di larici, molto più sotto.

vecchio-mettolo

Non ero di fretta perché la Trucca della Tura era lì vicino. Verso le otto mi ero avviato: senza sci perché la neve, dura come pietra, avrebbe retto fino a tardi. Ero andato su a occhi chiusi, accecato dal sole e dal sudore, la prospettiva chiusa dallo stesso costone abbagliante che stavo salendo. Camminavo adagio, fermandomi sovente per abituare gli occhi all’incandescenza della montagna. Giunto sulla Trucca, come sempre mi ero immobilizzato e avevo cominciato ad assimilare il paesaggio a occhiate lunghe e profonde.
La Trucca è un luogo dove guardare è un’attività assorbente, quasi dolorosa. La balza bianca sprofondava nella Vall’Ellero in un gran silenzio: liscia e puntinata di radi larici dapprima, tutta arruffata di gobbe e di oscuri spalloni coperti di castagni laggiù in fondo, verso il fiume. Ed ecco infine la pianura, già tutta verde di primavera, tutta fiorita di paesini grandi e piccoli, di colline, di ponti, di strade, di campanili. Di notte era come la luna: evanescente, melanconica, inafferrabile. Di giorno aveva il colore e la vitalità del sole.

Quella mattina l’aria era trasparente e si vedeva bene che la pianura, arginata dalle Alpi a nord e a ovest, straripava invece verso levante dove sfumava in una bruma azzurrina.
L’eclisse era iniziata alle 8,34. Il disco lunare aveva cominciato a mordere il sole dal basso, senza conseguenze apparenti. Con una superficie ormai dimezzata, il sole continuava a lampeggiare come se la metà morta avesse raddoppiato il furore dell’altra. Fu solo quando il sole aveva assunto le sembianze di una falce di luna che il grande orologio cosmico aveva dato i primi segni di smarrimento, quasi ad annunciare che un mero gioco geometrico di ombre e luci stava per produrre sulla Terra degli eventi drammatici.
La temperatura era scesa di colpo e di colpo si era levato il vento: un vento duro e gelido che aveva immediatamente sollevato pennacchi bianchi sulle creste all’intorno. Poi, finalmente, avevo visto sopraggiungere la notte. La notte dell’eclisse non arrivava da est come tutte le altre. Arrivava da ovest, dai confini occidentali del Piemonte. Un fronte nero, un settore oscuro avanzava silenzioso coprendo progressivamente tutta la pianura. Il fronte della notte, visibilissimo, era un piano verticale che spazzava il cielo e la terra, e che accendeva sulla sua scia stelle, paesi e città.
Già il Monviso e l’Argentera erano scomparsi, inghiottiti dallo spazio tenebroso, tutto tremolante di luci. Poi, di colpo, anche sulla Trucca era scesa l’oscurità.

Se fossi stato solo su quelle montagne avrei registrato le immagini seguenti: il sole era diventato un disco nero dal bordo fiammeggiante; il cielo era stellato; le montagne all’intorno rimanevano confusamente visibili, livide come rocce in un acquario; la neve della Trucca emanava riflessi violacei; il vento soffiava a turbini e le luci della pianura ondeggiavano paurosamente.

acquerello di Maddalena Poleggi

acquerello di Maddalena Poleggi

Ma non ero solo: decine di montanari, di pastori, di vecchi e di cani popolavano le baite là sotto, disperse tra gli ultimi faggi. La bassa montagna era tutto un formicolio di vita ritmata da sempre dai cicli primordiali del giorno e della notte, del sole e della luna.
E così accadde che tutte quelle vite nascoste cominciarono a urlare. Grida affannose che riempivano d’angoscia boschi e valli e si fondevano con i lunghi ululati dei cani. Grida di terrore che sgorgavano dalle radici di un piccolo mondo solare, fulminato alle otto di mattina da un orribile formicolio di stelle. E chi l’aveva detto a Toni, a Bastian, a Gioan, a Meo che il sole splendente di una mattina di quasi primavera si sarebbe spento di colpo? Che in cielo sarebbero spuntate le stelle? E che tutto ciò era normale, previsto, minuziosamente calcolato? E chi era andato a spiegarlo ai cani? Erano là, fuori della baita che poltrivano al sole, quando di colpo si era alzato il vento, il giorno si era fatto notte e Toni aveva cominciato a urlare con una voce…! Una voce che non avevano mai sentito, una voce come l’ululato di un cane.
E così, per due interminabili minuti, tutta la valle era risuonata di «Ooooohhh!» e di «Uuuuuhhh!» che si sostenevano e si rinforzavano l’un l’altro.

Sono lunghi due minuti di eclisse sulla Trucca per un uomo ancora giovane, sospeso in una notte paradossale, gonfia di grida lontane. Forse, nel cuore dell’eclisse, qualcosa aveva attivato anche in lui  quella piccola regione del cervello che presiede all’irrazionale e attribuisce proprietà mistiche ai grandi avvenimenti della natura.

Per fortuna, da occidente, dalle montagne della frontiera, avanzando con le stesse modalità con cui poco prima aveva battuto in ritirata, era arrivata la luce, era sopraggiunto il giorno e le cime lontane si erano riaccese a una a una come lampadine di un’insegna luminosa.
Poi anche la Trucca fu sommersa da un’onda di luce abbagliante e il mantello nero dell’eclisse scomparve precipitosamente dietro il Mondolé.

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Due precedenti versioni del racconto sono comparse in: Silvano Gregoli, E laggiù, Mondovì, Edizioni Il Belvedere, Mondovì 1990 e id., Alpi Liguri primo amore, CDA & Vivalda editore, Torino 2004

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