Al confino sulla spiaggia delle tartarughe

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GIULIANA MANFREDI

U stiddazzu*

L’uomo solo si leva che il mare è ancor buio
e le stelle vacillano. Un tepore di fiato
sale su dalla riva, dov’è il letto del mare,
e addolcisce il respiro. Quest’è l’ora in cui nulla
può accadere. Perfino la pipa tra i denti
pende spenta. Notturno è il sommesso sciacquio.
L’uomo solo ha già acceso un gran fuoco di rami
e lo guarda arrossare il terreno. Anche il mare
tra non molto sarà come il fuoco, avvampante.
Non c’è cosa più amara che l’alba di un giorno
in cui nulla accadrà. Non c’è cosa più amara
che l’inutilità. Pende stanca nel cielo
una stella verdognola, sorpresa dall’alba.
Vede il mare ancor buio e la macchia di fuoco
a cui l’uomo, per fare qualcosa, si scalda;
vede, e cade dal sonno tra le fosche montagne
dov’è un letto di neve. La lentezza dell’ora
è spietata, per chi non aspetta più nulla.
Val la pena che il sole si levi dal mare
e la lunga giornata cominci? Domani
tornerà l’alba tiepida con la diafana luce
e sarà come ieri e mai nulla accadrà.
L’uomo solo vorrebbe soltanto dormire.
Quando l’ultima stella si spegne nel cielo,
l’uomo adagio prepara la pipa e l’accende.

* “Steddazzu” (o “stiddazzu”), in dialetto calabrese significa “grossa stella”, nome attribuito a Venere, la stella “verdognola”.

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I versi sono stati composti a Brancaleone (RC) da Cesare Pavese nell’inverno del 1935 e sottolineano la sua solitudine e la tediosità dell’esistenza, davanti al reiterarsi sempre uguale del tempo e delle cose.
Era il 4 agosto 1935 quando Cesare Pavese, ventisettenne, scese in manette dal treno nella stazione di Brancaleone Calabro. Condannato per antifascismo, vi trascorrerà otto mesi di confino, in una stanzetta, poco distante dalla spiaggia, con una pigione di quarantacinque lire, oggi meta di numerose visite. Dal 2000 si occupa di questo luogo denso di memorie, l’avvocato Tonino Tringali, proprietario dell’immobile e grande ammiratore di Pavese; ne ha ricostruito l’ambiente grazie ai racconti di uno studente, allora quattordicenne, che nell’estate del 1935 andò a ripetizione di latino e greco dallo scrittore. La disposizione del tavolo e dei fogli scritti e ammucchiati sopra (che altri non erano che gli appunti che confluiranno nel diario), del baule, del letto e della lampada ricalcano i ricordi del giovane allievo, da poco scomparso, e la finestrella laterale ce lo fa immaginare a scrutare il cielo e il paesaggio incorniciato in quello spazio. Della permanenza di Pavese a Brancaleone rimangono settantotto lettere, prevalentemente scritte alla sorella Maria, in cui lo scrittore esprime la sua iniziale estraneità da quei luoghi, la sua perplessità ma al contempo la sua curiosità verso atteggiamenti, espressioni popolari, cultura locale. Si sentirà, però, da subito accolto e protetto da quelle persone che, raccontano i brancaleonesi, non gli hanno consentito di pranzare da solo neppure un giorno. Nelle lettere, sottoposte a censura, Pavese non lo evidenzierà mai, anzi rimarcherà una profonda solitudine, che non corrispondeva a realtà. Si dice che assoldasse dei bambini perché lo liberassero dalle blatte che infestavano la sua umida dimora, ma che questi, in realtà, “ammazzassero il tempo, ma non gli scarafaggi”. Nel paese, “u prufissuri”, come tutti lo chiamavano, sostava spesso al “Bar Roma”, che si trovava al pianoterra dell’albergo in cui soggiornò solo per quattro giorni e oggi chiuso e abbandonato; dove prima era il bar, oggi trasferitosi con lo stesso nome a pochi metri, sorge un pub, meta dei giovani del luogo. Spesso passeggiava sulla spiaggia ventilata e selvaggia antistante la sua casa, dove tuttora le tartarughe Caretta caretta nidificano nei mesi estivi, e amava leggere, quando la stagione lo consentiva, su uno scoglio a pochi metri dalla riva per rinfrescarsi dall’arsura. La natura che lo circonda, il luogo non suo, gli fa mantenere un distacco evidente nei suoi scritti, forse perché sa che non si tratterrà a lungo in quel posto sperduto. Ma sarà proprio a Brancaleone che Cesare Pavese iniziò a scrivere “Il mestiere di vivere” , diario che va dal 1935 al 1950 e raccoglie le riflessioni dell’autore fino a pochi giorni prima del suicidio; sarà in quella stanza che comporrà le poesie “Maternità”, “U stiddazzu” e “Paternità”, quest’ultima sottoposta a censura perché ritenuta scabrosa. In verità, , il periodo vissuto nel profondo Sud lascerà tracce in più di uno scritto e i brancaleonesi sono certi di riconoscere nelle sembianze di Concia, personaggio de “Il carcere”, una nota donna del luogo, dai lineamenti inequivocabili e “caprigni”. Dieci anni dopo il rientro a Torino, in una lettera all’amico Oreste Politi, scriverà del desiderio di tornare a Brancaleone con uno stato d’animo diverso, ma continui rinvii non gli consentirono di farlo. Oggi la Dimora del Confino di Cesare Pavese è divenuta un polo culturale per tutta la Città Metropolitana di Reggio Calabria, è visitata da numerosi turisti ed appassionati di letteratura e ospita reading letterari, mostre, dibattiti, convegni, grazie alla passione e all’impegno del Presidente della Proloco di Brancaleone, Carmine Verduci e di tutti i suoi collaboratori e soci. Personalmente, ho percorso questo emozionante itinerario grazie all’Associazione culturale lametina “Le Città visibili”, creata dalla vulcanica Anna Misuraca, che da anni sta riscoprendo e dando visibilità a piccoli borghi insoliti, poco conosciuti, nascosti e abbandonati della Calabria.

https://www.prolocobrancaleone.it/2020/09/cesare-pavese-il-fuoco-sacro-dellurgenza-di-scrivere-e-la-cenere-di-parole-sparse-anche-tra-i-gelsomini-a-brancaleone/

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