Maria e Piera

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SILVIA PIO

Ci sono stati periodi nei quali tutti vivevano a casa. L’abitazione si trovava in località Prassotere, nella valle tra Mango e Neviglie, su una carrareccia che era la scorciatoia per Neive, dove si teneva un mercato importante.
Era un edificio a elle: nel braccio parallelo alla casa ancora esistente, appartenuta al fratello del nonno e poi rilevata dal nonno stesso (che è quella che noi nipoti ricordiamo), si trovavano il fienile e le camere, al primo piano, alle quali si accedeva attraverso una scala che arrivava ad un portico a tre arcate. Le stanze erano grandissime: la cucina, due camere da letto per i figli e una camera per i genitori: davano una dentro l’altra ma ci si poteva accedere anche dal portico, dove in estate si attrezzava il tavolo per i pasti.
Sotto le camere c’era il pollaio e le stalle per le pecore e le bestie più grosse, mentre nell’altro braccio si trovavano la cantina e il granaio. Il gabinetto si trovava dietro casa, contro la parete di una stalla: un recinto di canne con una tenda di iuta e dentro due assi e una fessura… Sotto i letti c’erano i vasi da notte.

Come già per i maschi, anche le femmine ‘andavano in coppia’, ed essendo cinque per genere uno rimaneva per forza da parte: le più grandi Cecilia e Teresa costituivano un paio, Maria e Piera erano inseparabili, Giovanna era una ‘libera battitrice’.
Maria è del 1938 e Piera del 1940. Piera, al contrario di altri, da piccola era grassoccia e assomigliava ad un maschio. “Cosa date da mangiare a ‘sto matot?”, dicevano i vicini. I fratelli la chiamavano butala da sghinga (contenitore per il liquame da portare nei campi) e lei ci stava male. Nonostante l’aspetto florido, spesso si metteva a tremare, serrava i denti (forse aveva le convulsioni) e spaventava non solo i fratelli ma anche la mamma, che si allontanava e lasciava al papà, o allo zio Battista, la gestione delle crisi. Il medico venne chiamato solo una volta, altrimenti la cura consisteva in una camomilla. Queste crisi disturbavano i fratelli, ma Maria coccolava la sorellina.
Berto era capace a fare tutto. Lui e Cecilia si occupavano anche delle situazioni che avrebbero richiesto la presenza di un medico. Gli incidenti, in campagna e con una famiglia numerosa, erano frequenti, così come le malattie.
Anche litigi, giochi e scherzi erano molti. Abbiamo già detto come veniva chiamata Piera, ma non era l’unica ad avere un soprannome. A Teresa avevano affibbiato lumera (affumicata) e ambrassa canun (abbraccia tubo della stufa) perché aveva sempre freddo.

Maria e Piera erano molto vicine, ma spesso litigavano, come succede tra sorelle. As bassau e sgiaflau (si baciavano e schiaffeggiavano). Allora venivano mandate al pascolo delle pecore in due direzioni opposte, ma dopo un po’ spingevano il gregge una verso l’altra. Una pecora era particolarmente cattiva e dava cornate: Maria le ha morso il naso!
Da più grandine uscivano insieme; Piera dimostrava più anni di quelli che aveva ed entrambe amavano andare a ballare, attività che veniva loro permessa raramente. Due o tre volte l’anno andavano in festa al paese, a Neviglie e a San Donato.
Finita la scuola, Maria venne destinata ad aiutare gli zii Battista e Pinota, che non avevano figli. Ricorda ancora la data quando si è trasferita da loro: il 26 giugno 1949. La casa degli zii era vicina, ma nel 1952 la famiglia si trasferì a San Rocco seno d’Elvio e lei patì molto questo allontanamento. Le capitò di pensare di essere una venturina, cioè una trovatella, della quale i genitori volevano sbarazzarsi. Poi qualcuno in paese la scambiava per Piera – le due si assomigliavano molto – ed allora si tranquillizzava.

Maria con gli zii Pinota e Battista

Maria con gli zii Pinota e Battista

Era normale a quei tempi mandare i figli a lavorare presso altre famiglie, era successo a tutti gli altri nati prima di Maria, anzi la sua situazione poteva sembrare all’inizio più facile perché si era allontanata solo di pochi metri dalla casa dov’era nata, fino a quando i suoi avevano fatto trasloco.
La vita di chi andava a servizio era dura, considerando che si trattava di bambini che avevano appena finito le scuole elementari. Maria si occupava di tutti i lavori domestici e faceva la spesa in paese; ricorda che la domenica andava a messa prima, poi tornava a casa a fare le tagliatelle; gli zii andavano a messa granda e lei quando li vedeva arrivare giù dalla collina buttava le tagliatelle nell’acqua bollente. Nel 1950 gli zii andarono in pellegrinaggio a Roma per l’Anno Santo e Maria venne lasciata a casa da sola, a mandare avanti la cascina. Per fortuna di notte veniva una sorella a dormire con lei.
Quando sono nati i primi nipoti dai fratelli più grandi, spesso Maria se ne occupava: è successo con Marinella e Silvia quando sono nati i loro fratelli minori.  Da bambini si andava sovente a casa degli zii, sia per stare in compagnia dei cugini sia per sollevare la mamma quando aveva un altro figlio.
Piera è stata l’unica a non essere stata mandata a lavorare come domestica; si occupava della casa e dei fratelli più piccoli, prendendo il posto di Cecilia quando venne a mancare. Quando è nato l’ultimo, alcuni avevano la scarlattina, o qualche malattia simile; si può immaginare che le malattie contagiose si diffondessero facilmente e che le famiglie numerose si trovassero spesso ad avere un bel po’ di figli ammalati. Allora: nasce l’ultimo e il papà chiede agli altri come vogliono chiamarlo; tutti dicono la loro ma il papà ha sempre deciso di testa sua i nomi dei figli. Arriva dal municipio e dice: “l’ho chiamato Lorenzo, voi chiamatelo come volete!”.

La nonna svegliava presto i figli: dovevano imparare ad alzarsi all’alba, o prima, perché c’erano molti lavori da fare. Un compito dei piccoli era quello di portare al pascolo gli animali; appena più grandi si veniva messi davanti ai buoi per farli procedere diritti e si aiutava il papà nei campi, propri o di altri. E anche quando, in inverno, non si potevano svolgere i lavori in campagna si doveva sempre tenersi occupati: i maschi badavano alla stalla e al pollaio, andavano col papà ad ammazzare i maiali e a comodarli. Le femmine si occupavano dei lavori domestici, cardavano e filavano la lana e facevano e lo scapìn, lavoravano ai ferri le calze e la biancheria. Oppure si metteva loro in braccio il fratello più piccolo.
I compiti scolastici si facevano quando non si andava in campagna; impossibile rimandarli alla sera perché la luce era poca.  E anche l’inchiostro scarseggiava a casa.
Ma la domenica c’era tempo per un po’ di riposo e ai bambini era permesso leggere i numerosi libri passati dalla zia Genia che era maestra.

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Piera ha conosciuto Aldo quando la famiglia si era trasferita a San Martino Alfieri, aveva 17 anni e lui non l’ha più mollata; si sono sposati nel 1959. Maria ha conosciuto Attilio in paese e l’ha sposato nel 1960. Il papà l’ha accompagnata all’altare, ma lo zio Battista veniva subito dopo, a rivendicare un posto al matrimonio di questa nipote che considerava come figlia.

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