Christo, adieu

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FULVIA GIACOSA

Se n’è andato un altro grande protagonista del Novecento, Christo Vladimirov Javacheff nato nel 1935 a Gabrovo (Bulgaria) da un padre mezzo bulgaro e mezzo ceco e da una madre macedone; era sostanzialmente un apolide che ha dimorato un po’ ovunque, anche se i suoi luoghi del cuore erano Parigi, dove è iniziata la carriera artistica negli anni cinquanta, e New York, dove è vissuto a lungo (era naturalizzato americano). Nel 2009 moriva per un aneurisma cerebrale la moglie, Jeanne-Claude Denat de Guillebon, con la quale ha condiviso cinquant’anni di vita, d’amorosi sensi e di lavoro: curioso che entrambi avessero l’identica data di nascita, il 13 giugno del 1935.

Dalla Bulgaria sotto il regime comunista se n’era andato nel 1957 con una fuga un po’ rocambolesca su un treno che trasportava medicinali a Praga sotto la protezione delle Nazioni Unite che si occupavano dei transfughi; da qui, evitando il campo profughi, aveva raggiunto il confine con l’Austria. A Vienna, grazie all’aiuto di un vecchio amico del padre e al suo tesserino universitario dell’Accademia di Belle Arti di Sofia, aveva ottenuto di iscriversi a quella della città austriaca. Ma la sua meta finale era Parigi che raggiunse dopo un breve periodo a Ginevra. Più ancora che politiche le ragioni del suo viaggio in Occidente erano artistiche: voleva vedere di persona il nuovo che germogliava in Francia, liberarsi dal vecchiume con cui ancora venivano nutriti i giovani studenti di “belle arti” nei paesi-satelliti dell’Unione Sovietica. L’incontro nel 1958 con la futura moglie, di origini marocchine con una laurea in filosofia e una in latino presso l’università di Tunisi, fu determinante: “senza di lei non sarei Christo”, dirà.

A Parigi frequenta l’avanguardia del Nouveau Réalisme e inizia, memore del Man Ray dadaista (l’Enigma di Isidore Ducasse,1920), a usare lattine, bottiglie, scatole, sedie, tavoli, motociclette, carrette (Wrapped Bottle, 1958; Package on Wheelbarrow, 1963), che impacchetta in fogli di plastica e lega con lo spago, rendendo morbidi oggetti comuni di per sé rigidi (d’altronde è del 1963 anche la Macchina da scrivere morbida del pop-artista Cles Oldenburg) e trasformandoli in sostanza fantasmatica che spiazza l’osservatore; contemporaneamente dà vita insieme alla moglie alle prime installazioni come Rideau de Fer, 1962, sbarrando rue Visconti con un muro di bidoni di petrolio, neppur tanto velata protesta contro la costruzione del muro di Berlino dell’anno prima. L’idea ritornerà molti anni dopo, ingigantita, nel progetto The London Mastaba. Project for London, Hyde Park, Serpentine Lake, 2018, più di settemila barili di petrolio colorati posti su una piattaforma galleggiante sul lago di Hyde Park e impilati nella forma trapezoidale delle antiche mastabe mesopotamiche, a ricordarci il grave problema odierno dell’inquinamento.

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A partire dal 1964, quando si trasferisce a New York nel quartiere di Soho, gli impacchettamenti si fanno sempre più monumentali, si tratti di edifici o di interi brani di paesaggi; molte sono realizzati negli USA, altre in Giappone, Australia ed Europa. Gli interventi nella vastità dello spazio aperto anticipano le operazioni della Land Art americana tra sessanta e settanta quando antropologia ed ecologia dialogano con l’arte d’avanguardia. Christo ottiene con questi lavori effetti non solo visivi ma anche sonori, grazie al vento che gonfia i teli rendendoli vivi e “parlanti”. Non mancano gli impacchettamenti di monumenti e vestigia storiche, in particolare nei lavori in Europa.

L’aspetto percettivo e partecipativo è al centro di tutto il suo lavoro che perde buona parte della sua forza se non viene realmente vissuto dal pubblico (certo ci sono i progetti grafici, le documentazioni fotografiche e video, ma tutto ciò risulta freddo e assai meno coinvolgente). Impacchettare, ricoprire, modificare pezzi di natura e di storia per un tempo limitato da un lato significa suggerire una prospettiva visiva insolita sulle cose, sottolineando l’ambiguità del vedere tra riconoscibile e irriconoscibile, dall’altro restituisce la condizione effimera dell’arte in un mondo che dell’effimero ha fatto la sua sostanza. A differenza di operazioni simili in Joseph Beuys (la serie di pianoforti avvolti nel feltro di metà anni sessanta), in quelle di Christo mancano gli aspetti eccessivamente concettuali, simbolici e contestativi. Egli si giova di uno spirito positivo e dice: C’è una qualità che [gli artisti] non hanno mai impiegato: l’amore e la tenerezza che gli esseri umani nutrono per ciò che non dura: per esempio l’infanzia, oppure l’intera propria vita. Desidero donare questa qualità di amore e tenerezza al mio lavoro, come ulteriore qualità estetica. Il fatto che un’opera non sopravviva nel tempo crea l’urgenza di vederla.

Quando impacchetta i monumenti (la fontana di Spoleto, il monumento a Vittorio Emanuele II in piazza Duomo a Milano, Porta Pinciana e le mura aureliane a Roma, per citare solo quelli in Italia) Christo ci ricorda che persino le grandi opere d’arte del passato sono spesso percepite come oggetti tra gli oggetti, “soppressi” dalla nostra distrazione; una nuova forma di “soppressione”, vale a dire l’impacchettamento,  li toglie dall’indeterminato oggettuale e dalla “banalizzazione visiva” e li restituisce alla loro originaria ed autentica dimensione estetica: indimenticabile -altro che insulto come a certuni è parso – e desiderabile -condizione per essere arte- proprio per il suo momentaneo “non esserci”.

Molti ricordano probabilmente l’ultima realizzazione (2016) in Italia, sul lago d’Iseo, capace di annullare uno sguardo da cartolina sul paesaggio lacustre: una lunga passerella di tela gialla riciclabile su pontili, flottant (come il dolce francese?) sulle acque che unisce la costa con l’isola di San Paolo. Opera da vivere, su cui camminare: Vorrei che chiunque visiterà la mia opera ne facesse esperienza muovendosi a piedi nudi lungo il percorso. … L’atto di camminare è fondamentale per comprendere l’opera. Di punto in bianco l’equilibrio cambia e ci si trova a fluttuare e percepire lo spostamento dell’acqua, il moto ondoso. Un’opera, dolce e poetica, che ha richiesto due anni di lavori e che è stata realizzata senza ricorrere a sponsorizzazioni esterne; come tutti i grandi lavori di Christo si è autofinanziata (con la vendita di disegni, collage, progetti, modellini, fotografie, video, oltre alla vendita di documenti dei lavori precedenti), è gratuita ed effimera: impossibile possederla! Un sonoro schiaffo all’arte-merce del mercato mondiale, drogato da interessi economici che rendono sempre liberi gli artisti d’oggi. Christo sapeva bene, per storia personale, quale sia il valore della libertà.

Personalmente ho un ricordo indelebile di un’opera quasi mai ricordata, Wrapped Floors and Stairway and Covered Windows: a Torino, nel 1997 quando ancora il seicentesco Palazzo Bricherasio era luogo di mostre eccellenti, l’artista aveva rivestito lo scalone, cinque delle stanze con teli di cotone bianco avorio e schermato le finestre con carta da imballaggio color crema. Se si aveva la pazienza di restare nel palazzo per alcune ore si poteva assistere al mutare della sensazione coloristica dalla luminosità piena del mezzogiorno a tonalità soffuse del tardo pomeriggio. Sulle pieghe increspate dei teli, dall’effetto acqueo, in un’atmosfera sospesa ma serena, si era “costretti” a camminare; dico “costretti” perché per vecchia abitudine ci sembra sacrilego calpestare un’opera d’arte anziché ammirala a debita distanza. E che si trattasse di un’opera non c’era dubbio, trasmetteva una sorta di sacralità laica, un’isola di pace e bellezza tra i rumori della città. Di che cosa in fondo era fatta l’opera? Materialmente da povere cose, in realtà da un tutto che si relazionava armonicamente: stoffa, luce, ombre, silenzio e piccoli rumori del nostro camminare. L’opera altro non consisteva che un “succedere”, qui e ora, in un momento magico perfetto e meravigliosamente irripetibile come la vita per dirla con Christo.

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Nota. Nel 2017 l’Università di Torino ha conferito all’artista la laurea honoris causa in Storia dell’arte con la seguente motivazione: “per aver ampliato con le sue opere la concezione dell’arte e modificato la nostra percezione della realtà; per aver offerto con la sua vita un continuo esempio di libertà e indipendenza; per aver condiviso con il pubblico più vasto l’esperienza del suo lavoro, che si annovera fra le prove più luminose della creatività umana“.