Ricordi di guerra di un bambino quasi ottuagenario

Pilone di Sant'Anna

Pilone di Sant’Anna

GIUSEPPE PRIALE

Sul far della sera di un giorno, credo, del tardo autunno del  1944, mio padre ed io, provenienti da Prea, giungemmo a casa dei nonni di Roccaforte per prelevare del materiale da calzolaio, fatto arrivare con la corriera. Il nonno, pure lui calzolaio, stava già sistemando gli scuri di legno alla porta-finestra della bottega che dava sulla strada, mentre la nonna metteva la tenda nera alla finestra della cucina. Infatti, di lì a poco sarebbe iniziato il coprifuoco: nessuna luce doveva provenire dalle case, né dalle strade. Alle persone non era permesso di circolare, se non a proprio rischio e pericolo.

Stipato il materiale nel capiente zaino di ruvida tela grigia, il nonno mi mise a catipule di mio padre, cioè sulle sue spalle già gravate dal carico, mentre la nonna riuscì ancora a cacciare, non so in quale anfratto dello zaino, una bottiglia di latte per i suoi quattro nipotini di età compresa tra i due ed i cinque anni. Quando ripartimmo alla volta di Prea, era ormai buio e i lampioni di Via Alpi erano spenti.

Di quei  tempi, forse, anche le stelle si oscuravano da sole coprendosi gli occhi con le mani per non vedere gli orrori di quella guerra, che, dopo l’8 settembre del ’43,  si era trasformata in civile, anzi era diventata incivile, fratricida a causa dell’odio, da sempre risorgente nell’animo umano, ereditato dai discendenti di Caino, concepito nella Colpa:

Penso che anche la mia mente sia rimasta oscurata dal buio di quella sera per quasi l’intero tragitto. Infatti, non ricordo i dialoghi avvenuti tra me e mio padre lungo la strada innevata di ghiaia che crocchiava sotto le sue scarpe chiodate. Non ricordo se una civetta ci abbia seguito con il suo grido malauguroso o se un gufo con il suo volo ovattato ci abbia tagliato il cammino inseguendo un pipistrello. Non ricordo se qualche fantasma, uscito dal buio, abbia attraversato la mia mente incapace ancora di percepire la realtà di quella guerra con tutte le sue devastazioni fisiche e morali, che solo in seguito ebbi modo di vedere e di capire. Quella sera nulla mi faceva paura: mi sentivo sicuro come il Bambino Gesù sulle spalle del gigante san Cristoforo (protettore dei viandanti), mentre attraversava il fiume impetuoso. (Chissà se mio padre avrà preso  anche lui un po’  di sicurezza da me!…)

Come si sa, la memoria infantile ricorda, a volte anche lucidamente, eventi  che hanno provocato  forti emozioni, come quelle da me provate poco prima di giungere in paese e poi a casa. Così, ricordo molto bene il rumore della bottiglia di latte andata in frantumi (per qualche mio maldestro movimento) sul selciato  sconnesso della Cařò (Discesa, ma dura salita, se fatta in senso contrario e con un carico sulle spalle), l’antica mulattiera che un tempo si usava come scorciatoia e che sbucava sulla vecchia carrozzabile nei pressi del pilone di Sant’Anna, dove i partigiani quella sera avevano allestito un posto di blocco. A quel rumore, la sentinella, messa in allarme, immediatamente intimò un “Alto là! Chi va là?” così imperioso, che ci arrivò addosso con l’effetto di una doppia fucilata, che riecheggia ancor oggi nella mia mente. Mio padre, alla richiesta della parola d’ordine, che non conosceva, ad alta voce (data la distanza) e non senza apprensione (dati i tempi), si qualificò con cognome, nome e professione. ( Fu in quell’occasione che sentii per la prima volta ed imparai il mio cognome e registrai per sempre nella mia mente il tono di voce usato da mio padre per farsi riconoscere). Fortuna volle che quei partigiani del blocco lo conoscessero, per essere di quelli che erano soliti venire a casa nostra a farsi aggiustare le scarpe e a sentire Radio Londra (Per questo, mio padre pagò una prima volta con la condanna al palo ed una seconda volta con la vita il 12-12-‘44).

Superato il posto di blocco senza conseguenze (forse era già anche scattata l’ora del coprifuoco), dopo poche centinaia di metri  arrivammo in paese. Davanti all’osteria Tripoli mio padre si fermò, perché dall’interno giungeva, frammisto ad un vociare alterato, un disperato pianto di donna. Invece di proseguire verso casa distante pochi passi (tanto il latte non serviva più per la cena), preso da curiosità, mi disarcionò (penso con grande suo sollievo fisico) ed entrò  nell’osteria con me (ritornato un turacciolo, una volta messo a terra), impaurito non solo per il trambusto che c’era all’interno, ma anche per aver perso quella posizione dominante che mi aveva dato una certa sicurezza fino a quel momento.

In mezzo ad una ressa di partigiani c’era una ragazza bruna, che, tenuta per i capelli e con una pistola puntata alla tempia, veniva sottoposta ad una raffica di domande , tra un digrignar di denti  e minacce di morte tutt’altro che velleitarie. La povera Natalina, come veniva  apostrofata da più parti, invece di rispondere (forse non sapeva cosa rispondere), implorava pietà  tra lacrime di disperazione. Per fortuna la brutale scena non finì in tragedia, perché, ad un certo punto, uno dei partigiani presenti, con l’autorità di un comandante, perentoriamente ordinò: “Capitano Poma, metta giù quell’arma”. Natalina, assolta inaspettatamente da quel “giudice” di tribunale partigiano improvvisato, spari nel buio della notte e per molti anni  spari anche dalla mia vista, ma non dalla mia mente.

Forse quella notte le stelle avranno gioito, abbassando le mani dagli  occhi oscurati, per guardare, riconoscenti, quel comandante pietoso, che non si era lasciato accecare dall’odio ideologico e politico sparso a piene mani dal “principe (non Re) di questo mondo”, altrimenti detto (meno eufemisticamente)diavolo, che dal punto di vista etimologico significa “colui che vuole la divisione”: tra le persone, tra le famiglie e nelle famiglie, tra le religioni e nelle religioni;  colui che vuole la guerra  tra le nazioni e nelle nazioni, com’ è avvenuto non solo in Italia tra il  ’43 e il ’45, ma ancor oggi  avviene  in molte parti della Terra, quando “ la Luce del mondo” è oscurata(non spenta) dal  “principe delle tenebre”, quando il buon campo di grano è guastato dal seminatore di zizzania durante la notte e la Verità è offuscata dal “padre della menzogna”.

Molti anni dopo venni a sapere che, all’epoca dei fatti, Natalina aveva 24 anni , che era di Norea, che era stata sospettata di essere una spia, molto probabilmente per il solo fatto di essere la morosa di un repubblichino, con il quale in seguito si sposò (Per fortuna esiste anche l’amore, che non conosce bandiere e supera barriere, l’amore che unisce, crea, comprende, giustifica, porta la concordia e la pace, che invece si vuole sempre raggiungere stoltamente con la guerra). Se poi Natalina scelse di vivere lontano dalla  sua terra gran parte della sua esistenza, forse lo ha fatto anche per cancellare dalla memoria della gente l’infamante etichetta di spia, sicuramente ingiusta, che la guerra partigiana le aveva cucito addosso.

Da quella sera il viso terrorizzato della ragazza bruna, che implorava pietà tra le lacrime, rimase così impresso nella mia mente, che lo riconobbi ancora, dopo 58 anni, in quello di una vecchietta canuta ultra ottantenne, che aveva partecipato con la nostra associazione Nužèč dëř  chié ad una gita in Valle d’Aosta. Il mio primo impulso fu quello di riesumare con lei quel passato. Ma poi , una sorta di rispetto per la sua privacy e la “parola d’ordine” a me ignota, mi sconsigliarono di superare quel blocco psicologico che Natalina probabilmente aveva posto a difesa di quel brutto ricordo. Allora lasciai che il nero velo della riservatezza rimanesse abbassato sulla finestra della sua memoria, per tenere ancora oscurata l’immagine di quella drammatica sera del 1944 nell’osteria Tripoli, dove fu presente anche un ignaro e spaurito bambino di 4 anni, forse unico testimone, rimasto in vita, di quella brutta avventura , in cui, per fortuna, l’arma della pietà di un comandante partigiano, dal nome a me rimasto sconosciuto, mise a tacere l’arma dell’odio, brandita da un capitano dell’esercito italiano allo sbando dopo l’8 settembre del ’43.

Da un nipote seppi ancora che Natalina, ormai  vedova e senza figli, era ritornata a vivere a Norea, in attesa di ricongiungersi al suo Alfredo, da lei fatto tumulare al cimitero di Prea, da dove fuggì terrorizzata una sera del  ’44 e dove ritornò, definitivamente e pacificata per sempre, sessant’anni dopo.

(La foto è dell’autore)

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