Dada e surrealismo in mostra ad Alba

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FULVIA GIACOSA

Ogni due anni la Fondazione Ferrero di Alba offre gratuitamente ai suoi concittadini e a tutti coloro che la visitano una mostra d’eccezione. Questa volta si tratta di una collaborazione con il Museo Boijmans van Beuningen di Rotterdam, la cui collezione di opere dada e surrealiste è stata trasferita in Fondazione per ben quattro mesi, occasione assai ghiotta per accostarsi de visu a lavori fondamentali e documenti d’epoca, difficilmente visibili nel loro insieme. Le sale della mostra sono state allestite appositamente per l’esposizione.
Il monumentale catalogo, curato da Marco Vallora con una raccolta di altri interventi e preziose schede su tutte le opere esposte, è anche un viatico per seguire le vicende delle acquisizioni del museo olandese.

Accoglie il visitatore un filmato confezionato con rara intelligenza che introduce nel clima in cui Dada prima e Surrealismo poi si sono sviluppati, vale a dire orientativamente nel secondo e terzo decennio del Novecento.
Il titolo dell’esposizione, ben riflesso nella sequenza delle opere nei vari ambienti, sottolinea la transizione dalla negazione dada – Dada non vuole nulla, nulla, nulla. Vuole solo che il pubblico dica: noi non comprendiamo nulla, nulla di nulla, recita il Manifesto del 1920 a firma di Francis Picabia – all’utopia onirica surrealista, passaggio che avviene non in rottura violenta, tant’è che nel movimento bretoniano (ufficializzato dal Manifesto del 1924) confluisce un nutrito numero di dadaisti tra cui Hans Arp e Francis Picabia.
Nella fucina del Cabaret Voltaire di Zurigo, fondato da Ugo Ball e da sua moglie Emmy Hennings nel 1916, intellettuali, poeti, letterati ed artisti si sono chiesti se l’arte, ancor più se d’avanguardia, avesse senso in un frangente in cui nemmeno la vita sembrava averlo e hanno deciso che, come scrive Vallora in catalogo, solo il gioco, lo scherzo, la provocazione – meglio l’interrogazione, può avere ancora senso. Intorno a Ball ruotavano intelligenze che si daranno un nome buffo, una vacuità sonora : Dada, senza quel -ismo che siamo soliti aggiungere ai movimenti primo-novecenteschi e che prevede una modalità ben definita, mentre qui regna la libertà totale d’espressione, al di là di qualsiasi “tendenza”. Lo confermano dichiarazioni e manifesti, come quello del poeta rumeno Tristan Tzara considerato il teorizzatore di Dada, contraddizione in termini, visto che non teorizza altro che il nulla: Dada non significa nulla – dichiara – facendone insieme una provocazione ed una sigla pubblicitaria martellante destinata a diventare un mito nella storia dell’arte del XX secolo, anticipando non pochi aspetti di ciò che verrà.
Tra gli artisti presenti in mostra spiccano i nomi di veri mostri sacri del Dada: oltre ad artisti che passeranno presto nelle file dei surrealisti come Hans Arp (Bonhomme, il piccolo bronzo Homme vu par une fleur) e Francis Picabia (Radio Concerts e alcuni dipinti),  Marcel Duchamp (le famose Boîte-en-valise, Boîte verte e la rara Boîte blanche) e Man Ray (Cadeau, L’enigme d’Isidore Ducasse, Vénus restaurée, una Rayographie frutto delle sue sperimentazioni fotografiche). Tra i documenti sono esposti alcune copertine di Arp, Picabia e Duchamp.

Duchamp, La boite verte

Duchamp, La boite verte

Più di due terzi della mostra è dedicata ai surrealisti. Costoro ereditano dal Dada l’amore per la libertà (Solo la parola libertà ancora mi esalta, scrive nel Manifesto del 1924 Breton che tuttavia non tarda a manifestare una volontà da leader (arriverà a farsi chiamare “il Papa”) e deciderà chi includere e chi espellere dal gruppo (tra gli “scomunicati” i più sono letterati – Eluard, Aragon, Artaud – ma non mancano gli artisti – Dalì, il metafisico De Chirico che tanto influsso ebbe su molti surrealisti); d’altronde il Surrealismo è stato primariamente un fatto letterario, nonostante il saggio bretoniano “Surréalisme et la Peinture” del 1925. Del Dada scompare quel divertissement ironico, anarcoide e provocatorio, sostituito da una fede cieca nell’automatismo psichico puro, nell’onnipotenza del sogno, nel gioco disinteressato del pensiero. In mostra l’arte surrealista è scandita in sezioni tematiche distribuite nelle varie stanze che sottolineano aspetti particolari: il sogno e il doppio, i padri nobili, l’eros e l’amor fou, il rapporto con l’antico, etc. Gli autori maggiormente rappresentati sono Salvador Dalì, René Magritte e Man Ray.

Di Salvador Dalì troviamo sia opere ancora vicine al Dada (Métronome), sia quelle decisamente surrealiste, dominate da lande desertiche con figure e oggetti legati da associazioni di fenomeni deliranti e irrazionali (come Landscape with a Girl Skipping Rope che è anche il manifesto della mostra) o legate a “luoghi” letterari o geografici (le illustrazioni per Les chantsde Maldoror  di Lautréamont, Impressions d’Afrique), all’eros (Couple aux têtes pleines de nuages), all’orrore della guerra (Le visage de la guerre), o dissacranti la tradizione (Vénus de Milo aux tiroirs); e non mancano oggetti “commerciali”– scatole di cioccolatini, carte da gioco, il famoso “telefono-astice”. Di René Magritte si evidenziano l’associazione incongrua tra immagine e linguaggio, situazioni impossibili legate all’ambito del vedere e il mistero della quotidianità (La reproduction interdite, vero capolavoro, La maison de verre, Le modèle rouge III, Le poison con il cielo stellato proiettato sulle case, La jeunesse illustrée  con figure ed oggetti ricorrenti nella sua produzione, il leone assiso, il busto femminile, la tuba, Au seuil de la liberté  trompe-l’oeil di più immagini illogicamente assemblate). Man Ray, artista che ha coltivato ambedue le estetiche, non sbaglia un colpo:  dai famosi ready made (Cadeau, ferro da stiro con una fila di chiodi sulla piastra, decisamente inutile anziché gradevole come dovrebbe essere un “regalo”), alla Venus restaurée che trasforma un’icona greca in oggetto “preconfezionato” avvolta da corde dozzinali; da L’Énigme d’Isidore Ducasse col cartellino che chiede di non disturbare il misterioso involucro che non sappiamo cosa contenga (anche se c’è un chiaro riferimento a Lautreamont) alla tecnica dei rayogrammi (oggetti poggiati direttamente sulla pellicola).

Delvaux, Le phases de la lune III

Delvaux, Le phases de la Lune III

Arricchiscono la mostra opere di Joan Mirò (il delicatissimo Peinture-poème e la coppia di sgabelli Monsieur et Madame), Max Ernst (La couple  e alcuni fogli incisi o disegnati con la tecnica del frottage), due opere di Giorgio De Chirico, ammirato dai surrealisti francesi (con uno dei suoi manichini, Il trovatore), e due atmosfere oniriche di Paul Delvaux (La ville rouge, Les phases de la Lune III). E ancora Victor Brauner (Le déserteur) e Yves Tanguy (Paysage avec nuages roses).

Ricchissimi gli apparati: testimonianze del Surrealismo molte delle quali provenienti dalla biblioteca di André Breton, libri, poesie, pamphlet, manifesti, copertine realizzate dagli artisti per le riviste La Révolution Surrealiste e Minotaure - picassiana quella per il n.1 -, la serie fotografica di Hans Bellmer Les Jeux de la poupée, una raccolta di testi di André Breton, tra i quali il noto Qu’est-ce que le Surrealisme? con la copertina di Magritte. Interessante è una raccolta di “carte surrealiste”, vecchie cartoline rimaneggiate e chiamate schoc poetici, delle quali fu grande collezionista Paul Eluard. Non mancano frammenti di musica e spezzoni cinematografici sperimentali di Buñuel, Dalí, Desnos, René Clair.

Man Ray, Mer de merde

Chiudo con un’opera dada di Man Ray, “La mer de merde” (1920), fotografia di una tavolozza con strati di colore su cui sta scritto il titolo, metafora della vocazione denigratoria e distruttiva d’ogni tradizione accademica, oltre ad essere un intrigante gioco fonetico caro sia ai dadaisti che ai surrealisti: mer  vale mare, merde (merda) è anche mer de (mare di) con una possibile allusione alla parola Amérique (Á-mer [ique]de merde:) in relazione alla delusione di Man Ray per l’indifferenza dell’America verso le novità che vi avevano portato Duchamp e Picabia, tanto che l’artista nel 1921 decide di trasferirsi a Parigi. Secondo altri studiosi il titolo va invece riferito alla pièce teatrale di Alfred Jarry Ubu Roi che iniziava con “le mot magique” merde ripetuto 33 volte nel corso della rappresentazione.
A buon intenditore poche parole!

INFO. La mostra resterà aperta fino al 25 febbraio con i seguenti orari: giorni feriali escluso il martedì, ore 15-19; sabato e festivi, ore 10-19. Ingresso gratuito.
Per informazioni: segreteria 0173 295259 info@fondazioneferrero.it
Indirizzo della Fondazione Ferrero: Via Vivaro, 49 – Alba (CN).