Moto perpetuo

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GABRIELLA VERGARI

Un’altra.

Da quando, tanti anni fa, ho scoperto la passione per la scrittura, ho sempre amato gli avverbi, con il loro arcobaleno di sfumature e varianti.

Ma è da un po’ che sto rivalutando i pronomi.

Preziosi nell’alludere, però anche nel contenere di tutto.

Come, ad esempio,  il lento rifrangersi di queste onde che sembrano giocare ad acchiapparello tra loro e, appena giunte a inumidire un attimo  la battigia, già lasciano il posto alle successive, rincorrendosi l’un l’altra senza sosta.

O l’apparire di una ruga che ieri non c’era e vorrà forse compagnia domani.

O l’affiorare di una nuova incombenza  che sempre più mi lascia perplessa sul senso.

O la pretesa di comprendere e fronteggiare un ulteriore imprevisto.

O l’ansia di non mancare nemmeno questa volta l’occasione di capire, consigliarti, esserti madre, come da venticinque e passa primavere provo a fare.

Ebbene, lo confesso, mi hai completamente spiazzato, proprio non me l’aspettavo.

O forse sì.

Forse in un angolino segreto, lo sapevo che prima o poi ci avresti provato. Ḕ troppo da te e perfino ci sarei rimasta, non dico male, ma probabilmente sorpresa, se l’idea non ti avesse nemmeno lontanamente sfiorato.

Ḕ che così mi pare decisamente… prematuro, ecco.

Insomma si tratta della luna, mica scherziamo.

Sì, è vero, siamo nel 2060, la tecnologia e il cammino delle scienze hanno realizzato impensabili progressi. Quella che era allora la richiesta dei miei coetanei quindicenni di raggiungere l’Australia per giocarsi le loro scommesse di futuro, oggi farebbe, non dico ridere, ma quasi sorridere anche i genitori più apprensivi.

Ma la luna, ti rendi conto? Non stiamo parlando di una gita fuori porta, ma fuori dall’atmosfera.

Del satellite per eccellenza lunatico, che dalla notte dei tempi sollecita le fantasie più ardite e visionarie degli umani.

Di quel faccione argenteo, all’apparenza bonario, che in realtà è tanto potente da influenzare le maree e (mille volte più volubili di quelle) gli umori degli innamorati, forzando all’ululato i licantropi, o governando i flussi femminili e le nascite.

Oddio, mi fai scivolare nella superstizione, attentando al mio lucido discernere.

Vorrei vedere te al mio posto. E ti capisco, non credere, altroché se ti capisco.

Alla tua età non avrei badato ad alcun limite né umano né divino, ma qui si parla di sopravvivenza.

Dunque, ricapitolando: dovresti partire in orbita per uno stage sperimentale di sei mesi, insieme ad un gruppetto scelto di giovani di belle speranze per testare il soggiorno nel primo albergo per turisti ardimentosi (e, aggiungo io, senza dubbio facoltosi) che, annoiati della salda, solida, obsoleta Terra si vogliono mettere ala prova con questo nuovo itinerario.

Ma ti senti? Nuovo itinerario?

A me pare una follia.

Staresti ventiquattrore su ventiquattro in un ambiente completamente e letteralmente alieno, privo di aria naturale, dentro ad una tuta spaziale a cui affideresti la tua vita come a un cordone ombelicale artificiale, privo – mi passerai la sottolineatura – di qualunque istinto materno oltre che di sentimenti o emozioni.

E me ne sbatto (sì, divento volgare) che venga continuamente monitorato con sensori di ultima, se non ultimissima generazione. Sarà che ho sempre detestato condizionamenti e costrizioni, o che li ho dovuti subire, malgrado tutto, per decenni.

E, certo, la costrizione più costrittiva è, come mi ha con finta innocenza insinuato, quella imposta dalla forza di gravità. Perciò potrebbe essere perfino carino – hai cinguettato non senza una leggerissima esitazione che sono riuscita a cogliere, appena dietro a tutto il tuo sbandierato entusiasmo – liberarsene per un po’.

Ma non mi dire. La conosco la nostra cara, vecchia forza che fa cadere giù dagli alberi le mele e, da almeno un decennio, mi sforzo di contrastare anche con creme ad alto potenziale revitalizzante e ginnastica facciale mirata, però mi pare che la terapia da te proposta sia un tantino radicale, come ricorrere alla ghigliottina per sottrarsi alle emicranie.

Passatista, io? Misoneista (eccoti a scomodare i registri altri, a cui mi sai particolarmente sensibile), retrograda e… bacucca!

Questa poi… E da dove l’hai tirata fuori? Chi la impiega più questa parola, già in disuso ai miei tempi, quando la rivolgevo a mia madre, e forse perfino ai suoi, se ha mai avuto il coraggio di usarla con la sua. Stiamo parlando di archeologia lessicale.

O mi vuoi dare ad intendere che io sarei buona per il XX, piuttosto che per il XXII secolo, ormai alle porte (fermo restando che ci mancano comunque quarant’anni)?

Anzi, già che ci sei, perché non tiri in ballo pure la questione del crepuscolo, verso il quale mi starei inesorabilmente inoltrando per ristrettezze mentali oltre che meramente anagrafiche?

Ebbene, visto che ci tieni ai recuperi linguistici, ti rammento l’antico Nora, noridda, soggera hai a diventare, in base al quale chissà come dovrai cavartela tu, di fronte ai bacucca di tua figlia, quando ne avrai una.

Ma preferisco citarti questi versi bellissimi di R. Browing: Invecchia insieme a me! Il meglio deve ancora venire, l’ultima parte della vita, per la quale è stata fatta la prima.

Ho ancora così tanto da dare, soprattutto a te. Perciò non spazzare via la mia sollecitudine e, se vuoi, anche la mia esperienza. Certo, devi costruirti, come si dice, la tua vita, ci mancherebbe. Ho fatto di tutto perché avvenisse. O non ricordi che da piccola non ti tenevo neppure per mano preferendo, perché ti sentissi libera, rimanere comunque alle tue spalle, pronta ad intervenire al bisogno?

So perciò che, malgrado la tua decisione mi stia riducendo in pezzi, non ti fermerò.

Lasciami tuttavia lo spazio per un confronto, per dirti la mia, per far parlare il mio cuore, senza mettere al bando i miei timori e le mie riserve.

Come tieni provocatoriamente a puntualizzare, non sono nata ieri.

Appunto per questo, ho conosciuto fin troppi giovani, entusiasti e volitivi, allettati da falsi eldorado ma in realtà manipolati e sfruttati come pezzi di ricambio di un meccanismo troppo più grande di loro. Non vorrei proprio tu ti esponessi al rischio di divenire un’altra rotellina di un ingranaggio perverso e affatturato.

Un’onda giunge a lambirmi intanto le caviglie, subito soppiantata dalla successiva.

C’è qualcosa di ipnotico in questo movimento, che oggi si mostra dolce come un dondolio. Una sorta di culla acquatica per i miei pensieri aggrovigliati.

Sono più che contenta di aver mandato il mio ologramma  all’ennesimo convegno accademico, per consentirmi di riflettere in pace, qui al mare.

Ora però si è fatto tardi: sta per arrivare l’imbrunire. Non ne sono appassionata, benché sia ormai da tempo consapevole che, a volte, in questo tratto di costa dove amo soffermarmi, possa spesso modularsi in una straordinaria esplosione di tinte e vibrazioni cromatiche. Uno spettacolo di volta in volta cangiante che, come ogni altro della natura, può rivelarsi davvero grande e sublime.

Ḕ tempo comunque di rincasare, perciò mi alzo, mentre un’onda mi solletica lieve e poi un’altra e un’altra ancora, all’infinito, come nel perpetuo volgere della vita…

da AA.VV., “All’imbrunire”, Catania 2018.