Inoltrarsi nei paraggi dell’impensato

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GABRIELLA CINTI

MADRE DEL RESPIRO

Madre del respiro,
che hai fatto del vento un colore
e mi arrivi per oltranza di soffi,

innata nascente,
Signora dell’Auspicio
deposto in mandorla di coscienza

a fiorire germogli d’anima
nel fondo gemmato
della parola sorgente.

Più facile sarà capirti in
diramazioni di luce,
disegno di sole espanso
fuori dal gioco chiuso,
sigillata scatola dei giorni.

Madre del sorriso,
del comprendere per dono
che scalda il bianco lutto
di troppe mattine,
a vedere issata la consolazione,
tua intrepida bandiera

e sentire nelle vene sciolto
il glomo serrato dell’impossibile,
disserrato lo scatto di trappola
in un Tuo solo soffio mite.

Madre delle stelle,
delle infinite e di quella
al mio fianco pulsante.

Madre degli occhi,
splendenza senza visione,
mi additi il fondo dello sguardo,
per te compiuto nell’ultimo
giardino dell’altrove.

Madre del senso,
non finirò di inseguire i tuoi segni,
lezioni d’anima fiorite.

Madre dell’azzurro,
respirosa iride del firmamento,
lampo verde di intendimento.

Madre della voce,
grazia perdurante in parola,
pésca d’abisso nutrita di inesausto.

Madre della scintilla prima,
emersa dalle stanze del principio
cantando profezie d’amore
in battiti d’ala,

scioglimi dal nulla di vischio,
donami l’aria del sorriso,
la fiducia dell’invisibile,
l’illimite abbraccio senza mani,
perché l’alto sia solo
il confine più intimo dell’oltre.

Madre dell’Essenza,
conchiglia generosa degli universi,

spalanca l’infinito nel più piccolo
dei granelli,
io sappia per te l’ordine del Mistero,
messaggera del Gioco,

il contorno esatto dell’Inizio,
il tempo uno del Tutto.

TRE DEL POMERIGGIO:
POSSO ANCORA PENSARE L’INFINITO

Tre del pomeriggio:
posso ancora pensare l’infinito.

Espanso il respiro dei minuti,
inquieti falsetti meridiani.

Ai fianchi dell’abisso, strada
di città apre inusitata percorrenza;

l’inganno della luce sfuma
in polvere di chiarore.

Il tempo si fa e sogguarda
il transito dei bipedi smarriti,
formiche dell’universo, a firmare
la strada per tema di amnesia.

Brado è il cammino senza volo –
Tu sempre irraggiungibile.

Rimesta il vento pane di erbe e giunchi,
parla la lingua segreta delle corde;

risuona tutta la sinfonia del vuoto,
lettere d’aria e segnali di intendimento.

Andare senza cadere,
altra prodigale agnizione.

Tre del pomeriggio:
posso ancora pensare l’infinito.

Gabriella Cinti, Madre del respiro, Moretti & Vitali, Bergamo 2017.

Dalla Prefazione: “Voce e canto del pensiero. Dalla parte degli antichi” di Alberto Folin:

«Una poesia moderna richiede la stampa su carta e richiede la lettura, richiede il carattere nero, diviene più plastica attraverso lo sguardo sulla sua struttura esterna, e si fa più interiore, se si segue in silenzio con lo sguardo»: così Gottfried Benn si esprimeva, sessantacinque anni fa, a proposito di uno dei tratti fondamentali che secondo lui contraddistinguerebbe la lirica moderna. Quando Benn parla di «lettura» non intende quella che risuona nelle tonalità, armoniche o disarmoniche, sonanti o dissonanti, della recitazione a voce alta. Egli vuole alludere a una lettura silenziosa, che assegna al binomio lettore-testo uno spazio appartato e solitario, quasi un non-luogo di romitaggio, esclusivo e insieme autoreferenziale. Un luogo dove l’io poetante spera di trovare il senso del proprio dettato nello sguardo dell’altro, fiducioso che non la precarietà del suono, ma la decisione del segno, dia senso a un dire arrischiante e, in partenza, non del tutto sicuro. Insomma, nei poeti d’oggi, a entrare in crisi, sarebbe precisamente quell’aspetto fondamentale che – secondo tanta filosofia e antropologia contemporanea – costituirebbe l’essenza e l’origine della parola poetica iniziale: la sua irriducibile vocalità. Lo sguardo indaga tra le sillabe tracciate sul foglio bianco, scopre nessi impensati, si attarda al margine del verso il quale, per tanta avanguardia (pensiamo solo ai surrealisti) acquista sulla pagina una forma che – almeno da Mallarmé in modo consapevole – impegna lo sguardo non meno che l’ascolto, si fa immagine ancor prima che ritmo, si esprime nel silenzio dello spazio immacolato.

***

Questa breve premessa, che potrebbe continuare a lungo inerpicandosi nelle diatribe novecentesche sull’origine del linguaggio se in oralità o in scrittura (Heidegger, Derrida, ecc.), mi sembra indispensabile per chi voglia accostarsi all’esperienza lirica di Gabriella Cinti, collocandola nella sua giusta dimensione. Perché Gabriella porta avanti da tempo una sperimentazione linguistica en poète, nel segno della più assoluta vocalità. La sua è una lirica che non può prescindere dal melos, dal canto, non nel senso di una giustapposizione della musica alla parola, … ma in quello di una ricerca della musicalità nella parola stessa, nel suo allitterarsi e incresparsi in pieghe sonore, in potenzialità timbriche, nel suo ridursi a puro ritmo non per un mero esercizio di equilibrismo manieristico, ma per una volontà di farsi senso anche grazie alla sua precisa forma.

[…]

Mitografa e saggista, Gabriella Cinti cerca di calarsi nello sguardo degli antichi, scavando nelle parole, mettendo a confronto echi e assonanze, sforzandosi di rivivere, nella profondità della coscienza, ciò che filosofi come Nietzsche e Heidegger o studiosi come Kerényi e Walter Friedrich Otto hanno portato alla luce nei loro scavi archeologici per entro un immaginario quasi del tutto sprofondato nelle lontananze più remote.

In questo, credo di poter affermare che la Cinti intende collocarsi in una tradizione, lo ripeto, tutta italiana (o forse mediterranea?) della poesia lirica: una tradizione che ribadisce il primato dell’oralità sulla scritturalità, smentendo in parte l’affermazione di Benn posta in apertura, o – quanto meno – assegnandone la validità quasi esclusivamente alla poesia nordica e continentale.

[…]

Molto ancora ci sarebbe da dire su questa raccolta intensa, che semainei, fa segno, come la sacerdotessa nel tempio di Apollo a Delfi, al luogo del pensiero, più di quanto non lo riveli nella dichiarazione del dettato.

Ma lascio al lettore il piacere di avviarsi, assieme all’io poetante, nella scoperta di un cammino che ambisce inoltrarsi nei paraggi dell’impensato.

Mystis e Aima nella performance “Il suono delle parole e delle lingue”, 13 gennaio 2018, Spazio Tadini Milano (foto: Silvia Pio)

Mystis e Aima nella performance “Il suono delle parole e delle lingue”, 13 gennaio 2018, Spazio Tadini Milano (foto: Silvia Pio)

Gabriella Cinti, in arte Mystis, attualmente collabora anche in duo con Aima (Luisa Papa), poeta, musicista e performer. (www.mystiskaiaima.com). L’attività del duo è basata sull’interpretazione o lettura drammaturgica dei lirici greci e di testi letterari del mondo antico, incluso il repertorio di produzione personale dei protagonisti e interpreti, con l’intento di rendere la poesia antica – o contemporanea (ma ispirata al mito e al mondo classico) – uno spettacolo vivo e coinvolgente anche grazie alle suggestioni degli interventi musicali che arricchiscono le interpretazioni. Collabora al progetto, Marco Belocchi, poeta e performer, da anni attivo nel teatro.

In questo articolo di Margutte si trova un video con uno spezzone di performance:
Il suono delle parole e delle lingue, incontri di Traduzionetradizione

Gabriella Cinti in Margutte:
Nel cuore vertiginoso dell’oltre in cui nasce la poesia

Le poesie di Aima in Margutte:
Poesia in forma di musica