La poesia e la morte

vajont-1963

GABRIELLA MONGARDI

A scuola, quando si insegna la differenza tra racconto e romanzo, si dice che il primo è una tranche de vie, il secondo tende alla totalità: Sempre d’ottobrequesto ‘racconto’ inedito di Silvano Gregoli, ha sì la brevità e la rapidità dei racconti, ma ha la complessità e lo spessore di un romanzo, il romanzo di un’intera vita, di cui affiorano solo pochi momenti-chiave, perché l’autore – coerentemente con la poetica dichiarata nel suo primo libro, E laggiù, Mondovì – ha soltanto “aperto uno spiraglio nella porta” e  “fotografato quel poco che gli occorreva far vedere”.

La narrazione, che spazialmente si concentra sulle due estremità opposte dell’arco alpino, le Alpi Liguri e le Dolomiti, e temporalmente su due anni-chiave, il 1963 e il 2005, ma soprattutto su un mese-chiave, l’ottobre del titolo, fa continuamente la spola tra passato, futuro e presente, per raccontare una vita all’insegna di un “pensiero dominante”, l’amore per le montagne – ma soprattutto per narrare di nuovo, dopo tanti anni, la tragedia del Vajont. Gregoli aveva già scritto della sua esperienza di volontario a Longarone nel 1963, in un articolo per il mensile monregalese “Il Belvedere”, ma adesso lo fa in una prospettiva decisamente inusuale, che intreccia letteratura, scienza, minuto autobiografismo per darci uno sguardo nuovo e altro sulla realtà. Uno sguardo penetrante, radiografico,che scandaglia la realtà nelle sue pieghe più recondite. E da cui scaturisce una spiegazione originale, alternativa dell’accaduto.

Grazie a una memoria implacabile, a una lingua impressionante nel restituire il vissuto con tanta icastica nitidezza, alla capacità di sdoppiarsi, di guardarsi dall’esterno fino a cogliere la parte tragicomica delle cose che ci succedono, l’autobiografismo diventa qui sorgente di calviniana “leggerezza”, rischiara il buio di una notte che nessuno aveva mai visto, permette di distogliere per un attimo lo sguardo dall’immane tragedia per sorridere, magari, dell’ingenuità e dell’idealismo del giovane volontario… Ma non si deve pretendere fedeltà documentaria ai fatti: Gregoli non è un cronista, né uno storico; il suo autobiografismo dà al racconto il sapore del vissuto, ne garantisce l’autenticità, ma la Vita diventa altro, cioè Scrittura.

Magistrale il montaggio del racconto, l’intreccio di tanti fili in poche pagine: la premessa letteraria, l’amore per le montagne, il viaggio di avvicinamento al Vajont, gli alpini, la visione del disastro, la protezione civile, il lavoro nel Municipio di Longarone, il dialogo con il ragazzo esterrefatto (non si poteva usare un aggettivo più terribile, perché etimologicamente quel participio vuol dire: fatto di terra, di fango: quanta ironia tragica in un solo termine…); e poi l’episodio di Corona, che sembra una digressione collegata al racconto precedente solo da ragioni geografiche, e invece serve per dislocare in fondo al testo la straordinaria immagine del monte Toc nella diga, in modo che la struttura del testo ne ‘ricalchi’ il tema di fondo: se una montagna si è spostata, si potrà ben ‘spostare’ anche la chiusa di un racconto… E in quell’immagine, la tesi sulla sciagura: colpevoli gli uomini, sì certo, ma più colpevole la montagna, con la sua vergognosa malformazione da tenere nascosta, cioè la Natura che ci fa nascere condannati a morte – e nasconde dietro la sua seducente bellezza il suo volto di mostruoso bambino inconsapevole, che giocando ci annienta con uno schizzo…

Verso la fine della sezione 10-16 ottobre 1963 c’è una parola-chiave illuminante, fuori posto. Tutto è “fuori posto”, in questo racconto: il Monte Toc, la diga che lo trattiene e che non avrebbe mai dovuto essere costruita, il fango sopra Longarone, il dialogo impassibile e surreale tra la mamma e l’alpino (surreale perché impassibile), il ragazzo superstite che lavora al Municipio, il giovane volontario e, in prospettiva, la specie umana sulla Terra… Splendida e kafkiana, in relazione a questo tema, la similitudine dei geometri che dissertano di confini catastali: che cos’è il catasto, se non il ridicolo tentativo dell’uomo di imporre un suo ‘ordine’, delle sue ‘misure’, a ciò che non gli appartiene, che non controlla – qualcosa di assolutamente “fuori posto”?  Ma ci sono altre bellissime similitudini, a sottolineare i momenti di maggiore intensità emotiva: su tutte, la doppia similitudine traboccante di pietas che descrive i morti di Longarone: All’interno del fango, come insetti fossili prigionieri di sedimenti marini, centinaia di Longaronesi folgorati dall’ondata del Vajont. Come i morti di Pompei folgorati dalla nube ardente. A dimostrare che solo la Poesia può prendere la parola di fronte alla Morte.